Con l’opinione pubblica e la stampa focalizzate sugli sviluppi della crisi siriana, gli altri fronti dell’attrito in stile Guerra Fredda tornano ad essere di nuovo roventi nel silenzio generale. La manovra di allargamento della NATO ad Est ha ripreso ad ingranare dopo quasi 70 anni di stallo, con il tentativo di unificazione del fronte adriatico orientale sotto l’egida politica e militare del Patto Atlantico. I tasselli mancanti nel mosaico atlantista sono quei Paesi facenti parte della ex-Jugoslavia che componevano lo zoccolo duro della dissidenza anti-americana nella regione, Serbia avanti a tutte. Il coperchio, però, sta per saltare via dalla pentola: a vent’anni di distanza dalla sottoscrizione degli accordi di Dayton riprendono i malcontenti di estrazione nazionalista da parte dei serbi residenti in Bosnia-Erzegovina. Il presidente della Repubblica Srpska, ossia l’entità federale che detiene la sovranità sul territorio della Federazione Bosniaca di etnia serba, Milorad Dodic, ha manifestato l’intenzione di recedere dagli accordi sottoscritti nella città dell’Ohio, che vent’anni fa poneva fine alla guerra serbo-bosniaca. Il governo della repubblica serba non ritiene equanime porre sotto l’egida delle leggi imposte dall’Alto Rappresentante della Comunità Internazionale sulla Bosnia, in particolare ciò che riguarda le leggi di matrice giudiziaria. La volontà di evasione da uno status quo che vige da due decadi si colloca in un contesto di malcontento generale della condizione della popolazione di etnia serba nella regione, che tuttora paga la denigratoria invettiva dell’opinione pubblica internazionale circa le colpe addossate a Belgrado nel contesto delle mattanze operate dall’esercito serbo, primo tra tutti il massacro di Srebrenica che, causa veto imposto dalla Federazione Russa in sede di Consiglio di Sicurezza ONU, non è stato ufficialmente classificato come genocidio.

Il presidente Dodic ha quindi annunciato la volontà di indire un referendum secessionista per il 2018, affinchè la Repubblica Srpska si configuri come soggetto autonomo nella regione, o che forse sottenda all’unificazione delle repubbliche serbe sotto un’unica entità statale. C’è forse più di una ragione sottostante a tali intenzioni di medio periodo. La costante politica espansionista dell’Organizzazione militare a guida americana costituisce un motivo di malcontento tra la popolazione, sebbene si riconosca come l’esperienza di post-conflict nation-building bosniaca sia una delle rare operazioni di successo rilevante nel campo della cooperazione internazionale – almeno a livello politico, dato che, l’economia dell’area è rimasta in ginocchio per diverso tempo. L’esportazione del capitalismo all’americana fatto e finito, in certe zone del mondo, non produce gli effetti desiderati; semplicemente, non attecchisce. Eppure ci si ostina a voler imporre un modello che si è dimostrato non essere vincente.

La ragione militare, nevvero, è più critica: l’accerchiamento della Serbia in un bacino di stati militarizzati da Washington costituisce l’ennesima invadenza territoriale da parte dell’Occidente in un’area storicamente vicina alla Russia. Sia la Bosnia che il Montenegro, dopo il sesto allargamento che ha visto protagonista la Croazia, sono interlocutori della NATO, chiudendo così la Serbia e la Macedonia, vicine al Cremlino, nella morsa. In Macedonia, così come in Bosnia, si è paventato il rischio dello scoppio delle “primavere colorate” e le preoccupazioni, soprattutto dalle parti di Skopje e nelle regioni bosniache abitate da serbi, sembrano essere fondate e concrete. Il Montenegro, dopo la secessione dalla Serbia, pare altrettanto intenzionato ad affiliarsi al Patto Atlantico, sebbene News Front, media online russo, abbia diffuso un video della scorsa settimana in cui migliaia di cittadini della piccola repubblica balcanica prendevano parte ad una manifestazione contro l’ingresso di Podgorica nella NATO. Gli analisti occidentali vedono con preoccupazione la presa di posizione anti-occidentale che si configura in queste aree, temendo che l’influenza di Mosca possa prendere il sopravvento, avvicinando la minaccia al cortile di casa. La realtà dei fatti è una mancanza di legittimità istituzionale: la volontà del popolo non coincide con le aspirazioni popolari. La democraticità degli atti compiuti in questi territori non proviene dal popolo sovrano. La prevaricazione istituzionale e l’imposizione di un modello poco funzionale alle necessità di alcuni luoghi non fanno che incrementare il malcontento popolare, già di per sé accresciuto rispetto al peggioramento delle proprie condizioni economiche e sociali successive alla caduta del socialismo. Non si vive di solo soft power, e le relazioni internazionali lo dimostrano.