Se si vuole provare a vincere è necessario cambiare pelle, indossare una maschera per dimostrare all’elettore che è avvenuto un cambiamento radicale. Non è importante se è avvenuto realmente, ciò che conta è ciò che appare: Hilary Clinton, ormai da settimane immersa in campagna elettorale, questo concetto lo ha carpito perfettamente. Secondo gli osservatori di politica interna americana, il solo grande ostacolo di Hilary per la corsa alla Casa Bianca è la sua impopolarità presso larga parte del popolo americano, perciò l’incremento della propria reputazione è divenuta una improvvisa esigenza. Così tanto improvvisa che Hilary non ha voluto attendere oltre e ha già dato inizio a questo processo di trasformazione. Quale migliore occasione, per iniziare a mettersi sotto una luce diversa, dell’audizione, presieduta da una speciale commissione del Parlamento, a cui la Clinton è stata chiamata a presentarsi per rispondere dei fatti avvenuti a Bengasi nel 2012? In quanto ex Segretario di Stato, la Clinton è stata chiamata a deporre riguardo ai fatti di quel 11 settembre 2012, quando quattro funzionari americani furono uccisi in un attacco al consolato Usa.

Ma, all’interno dell’aula di Capital City dove si è consumata l’audizione, a nessuno interessava fare chiarezza sulla morte dei quattro funzionari e identificare quali fossero le reali responsabilità della Clinton. E’ andata invece in scena una patetica zuffa da clima elettorale: la parte repubblicana della commissione ha cercato costantemente di screditarla con modalità assai confuse, mentre la parte democratica tentava di giustificarla e faziosamente proteggerla. E Hilary? Come si è posta davanti all’infinito “interrogatorio” repubblicano, durato addirittura 11 ore? Ha fatto quello che era obbligata a fare, si è comportata da vero politico che aspira alla massima carica politica americana. Ha indossato una maschera. Una maschera caratterizzata da fermezza e compostezza, qualità che notoriamente non le appartengono. Molteplici sono state le provocazioni mosse dai membri repubblicani durante l’audizione, ma davanti a nessuna di queste ha ceduto. Perfino il marito Bill vedendola all’opera avrebbe esclamato:” Cosa ti è successo Hilary?”. E’ la domanda che tutti noi ci siamo posti davanti all’immensa calma mostrata. Che fine ha fatto la nevrotica e ed autorevole Hilary che tutti conosciamo? La campagna elettorale fa miracoli. Eppure nessuno può e deve dimenticare l’ultima volta in cui venne interrogata sui fatti di Bengasi quasi due anni fa quando, pressata dalle domande sempre più incalzanti, sbottò dicendo:”A questo punto che differenza fa!”.

Un’uscita davvero infelice, un insulto alla memoria dei quattro uomini barbaramente uccisi, l’occasione in cui la vera natura della Clinton uscì in tutta la sua bieca arroganza. Ma il passato è passato e per chi ha la memoria davvero corta, come l’hanno molti americani, ciò non conta più nulla. Ciò che conta è che Hilary è cambiata, è una persona nuova. Almeno finché la maschera, il personaggio creato “ad hoc” per la fase elettorale, non si sarà consumata da sé, fatto che presto o tardi accadrà con una puntualità quasi fisiologica. L’audizione di 11 ore e’ servita ai democratici per fare un ottimo spot elettorale, ai repubblicani per iniziare ad “affilare le armi” in vista dello scontro finale. E’ servita a tutto e a tutti, meno che per lo scopo per la quale era stata composta, ossia determinare gli eventi e le responsabilità intorno a quel tragico giorno. Vecchio vizio della politica americana è mettere da parte il senso di giustizia e il sentimento morale, assieme al rispetto per i deceduti e i loro famigliari, per far posto al più becero scontro politico. Si dice che il lupo perda il pelo ma non il vizio. E questo vizio la politica americana non vuole proprio perderlo.