Il 12 luglio scorso la Corte permanente di arbitrato dell’Aja, in base alla convenzione Onu sul diritto del mare (Unclos) ha stabilito che la Cina non ha alcun diritto storico di sovranità sul mar Cinese meridionale. Nel 2013 l’ex presidente delle Filippine, Benigno Aquino III, presentò un ricorso sul diritto di sovranità di una parte dell’area, lo “Scarborough Shoal”, una formazione triangolare di atolli, a 250 km dalle coste filippine e 900 km da quelle cinesi. La Cina rivendica la sovranità della “linea a nove tratti” (linea blu della mappa) dalle isole Paracelso fino alle isole Spratly, che copre il 90% del mar Cinese meridionale a ridosso di pochi chilometri dalle coste filippine, malesi, e vietnamite. La Cina occupò militarmente le isole Paracelso nel 1974 appartenenti al Vietnam (anno in cui il Vietman era ancora in guerra con gli Stati Uniti), fino ad estendere il controllo sulla maggior parte delle isolette dell’intera area. Negli ultimi tre anni, Pechino ha ampliato l’area con sette isole artificiali, installando infrastruttue militari e piste di atterraggio. Le tre isole artificiali di maggiore dimensione sono la Fiery Cross, la Subi Reef, e la Mischief Reef, situate nell’arcipelago delle isole Spratly. Sono dotate ciascuna di un aeroporto con una pista da 3000 metri, almeno un porto in grado di ospitare navi di grande tonnellaggio, almeno 24 hangar fortificati destinati ad aerei da caccia, bombardieri, aerei cisterna e unità leggere da ricognizione. Inoltre sono dispiegati sistemi d’arma A2/AD (anti access / area denial): una combinazione di missili terra-aria HQ-9, missili da crociera antinave YJ-62 e cacciabombardieri J-II cui si aggiungono missili cruise CJ-10 e missili balistici DF-21C destinati a colpire obiettivi sulla terraferma.

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La ripartizione territoriale del Mar Cinese secondo le Convenzioni Marittime internazionali

Le isolette e gli atolli del Mar Cinese Meridionale sono praticamente disabitate, ma la contesa tra i paesi circostanti dell’area per la loro sovranità, è dovuta dalle riserve di risorse energetiche contenute nei suoi fondali. Nel febbraio 2016, al largo delle coste dell’isola cinese di Hainan, la China National Offshore Oil Corporation, scoprì un giacimento da cento miliardi di metri cubi di gas. Inoltre gli interessi sull’area riguardano anche il trasporto marittimo commerciale. Si calcola che ogni anno transitano cinquemila miliardi di dollari di merci. Nella sentenza della Corte dell’Aja si legge che “La Cina ha violato i diritti sovrani delle Filippine nella sua zona economica esclusiva (ZEE) interferendo con i loro diritti di pesca e di esplorazione petrolifera costruendo isole artificiali e senza impedire che i pescatori cinesi agissero nell’area”. La Zona Economica Esclusiva (ZEE) è un’area di 370 km di raggio intorno ad un’isola in cui uno Stato ha diritti sovrani per la gestione e lo sfruttamento di risorse naturali. Inoltre la Corte dell’Aja ha sancito che l’arcipelago di Spratly conteso tra Cina, Vietnam, Malesia, e Brunei, non possono essere considerati come una zona marittima unica, la cosidetta “linea a nove tratti” sostenuta da Pechino.

Il Governo di Pechino ha dichiarato il suo rifiuto alla sentenza del Tribunale Arbitrario dell’Aja, come privo di valore e senza effetti vincolanti, esprimendosi attraverso i mass media con toni fortemente nazionalisti, giudicando la sentenza come una cospirazione degli Stati Uniti contro l’ascesa economica cinese, e riportando l’imparzialità della Corte, per la presenza di un giudice giapponese. É ampiamente riconosciuta la rivalità storica tra la Cina e il Giappone. Nonostante le Filippine abbiano vinto la disputa con la Cina sul Mar Cinese Meridionale, il neo presidente Rodrigo Duterte ha deciso, per opportunismo, di sotterrare l’ascia di guerra sulla questione della secca di Scarborough per avviare una strategia geopolitica multipolare, e di relazioni economici e commerciali proficui con la Cina. Durante la visita a Pechino di due giorni fa, il presidente Duterte ha dichiarato la separazione geopolitica e militare di Manila dal dominio sessantacinquennale degli Stati Uniti D’America (ad Ottobre, Duterte espresse la volontà che le truppe americane andassero via dal paese), affermando che non è tempo di condurre guerre tra i popoli, e che l’unica speranza di sviluppo economico e infrastrutturale delle Filippine è la Cina, ricordando che un quarto della popolazione filippina è di discendenza cinese.

La scelta di perseguire il multipolarismo da parte del presidente filippino, porterà risultati positivi, anche attraverso l’ampliamento delle relazioni internazionali con la Federazione Russa. Ma la questione degli atolli rivendicata da Manila nel Mar Cinese Meridionale è semplicemente sospesa, e la sentenza del Tribunale dell’Aja potrebbe essere strumentalizzata in qualunque momento in base all’opportunismo geopolitico che i fatti storici e politici determineranno. Le Filippine hanno un bisogno estremo degli investimenti cinesi per la crescita economica, perché sono i cinesi che, nel contesto internazionale attuale, detengono il potere illimitato del denaro; il denaro come soft power di dominio ed egemonia, legittimato nel sistema del mercato globale, dalla proprietà privata e dagli investimenti per lo sviluppo. Un potere “dolce” senza sparare un colpo. L’impero americano del denaro e del business dei sogni, durato un secolo, è oramai in declino, e quando il potere del denaro si esaurisce, bisogna aggrapparsi a quello militare e alle guerre. La storia ci insegna che tutti gli imperi hanno dei cicli di ascesa, di declino, e di fine.

Rodrigo Duterte e Xi Jinping, simbolo del nuovo avvicinamento delle Filippine alla Cina

Rodrigo Duterte e Xi Jinping, simbolo del nuovo avvicinamento delle Filippine alla Cina

La Cina odierna, quella del denaro e degli investimenti, anticipa il futuro, quello della fase del declino, dell’esaurimento delle risorse finanziarie, incrementando la spesa militare, militarizzando gli atolli artificiali del Mar Cinese Meridionale, realizzando la prima base militare all’estero, in Djibouti, ed un altra in progetto, al largo della Namibia. Sarebbe pretenzioso credere che la teoria di Zhou Enlai (1898-1976) dei “Cinque principi della coesistenza pacifica”, inscritti nella Costituzione Cinese, in particolare, il principio del rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale egli altri paesi, sia valida. E la storia ci dimostra una realtà diversa: l’occupazione della Repubblica del Turkestan Orientale (Xinjiang) nel 1949, l’invasione del Tibet nel 1950, l’occupazione di due provincie del Kashmir nel 1962 rivendicate ancora oggi dall’India, la sottrazione delle isole Paracelso appartenenti al Vietnam nel 1974, approfittando della debolezza del Paese, in quel periodo storico, impegnato in una guerra quasi ventennale contro l’invasione americana, e la violazione del diritto di sovranità dei paesi asiatici confinanti sugli atolli del Mar Cinese Meridionale.

Molti accolgono la Cina come un modello economico e geopolitico, un modello di socialismo capace di realizzare uno sviluppo economico di mercato non capitalistico dove lo Stato non è subordinato dall’interesse di una classe, ma è guidato dal senso comunitario. Eppure potremmo interrogarci se il socialismo in Cina non sia morto dato che il nazionalismo sembrerebbe l’unico collante che tiene unito questo enorme Paese. Del resto se l’evoluzione marxista della storia preveda la transizione del socialismo nei paesi capitalisticamente avanzati, in Cina non è stato proprio un partito comunista, trionfante di una rivoluzione proletaria delle masse contadine povere, a realizzare la fase borghese-capitalista (dopo la morte di Mao), a consegnare il partito nelle mani della cosidetta “Triade” (associazioni patriottiche di controllo sociale, li definiva Den Xiaoping), il quale ha esteso il suo potere anche al di fuori dei confini?

Il Socialismo è una teoria politica che rispecchia il secolo trascorso. La Quarta Teoria Politica di Aleksandr Dugin è forse l’unico pensiero politico alternativo al mondo unipolarista, le cui parole chiavi sono l’eurasiatismo, la società costruita sul modello conservatore delle tradizioni culturali, la difesa del diritto di sovranità, l’anti-modernizzazione e l’opposizione al primato dello scientismo e del progresso tecnico fautori di una omologazione olistica dei pensieri e delle coscienze umane. Tutto questo non è presente nella Repubblica Popolare Cinese. Con le dispute territoriali nel Mar Cinese Meridionale, Pechino ha intrapreso il primo step nel percorso di potenza del mare per la sua espansione, quell’esistenza talassocratica perseguita dal Regno Unito nel XVIII sec, e trasmessa agli Stati Uniti D’America nel XX sec. E ciò provocherà un sempre più netto distacco dall’Eurasia.