La fragilità  del governo del rais egiziano Abd Fatah Al Sisi si sta manifestando in questi giorni in maniera sempre più sensibile, mano a mano che viene rivelato apertamente il fitto intrico di trame, menzogne, abusi e incoerenze che caratterizzano il governo del generale-presidente salito al potere dopo il colpo di Stato del 3 luglio 2013 che depose Mohamed Morsi e confermato con un voto bulgaro alle farsesche elezioni del maggio 2014. La sconcertante condotta delle autorità egiziane per quanto riguarda la gestione dell’oscura vicende della morte di Giulio Regeni ha rappresentato in tal senso un capitolo importante nel discredito del regime agli occhi dell’opinione pubblica, che dopo aver languito per anni a causa dell’intimidazione permanente da parte delle autorità militari sta in questi mesi alzando la voce per denunciare la mole di malversazioni messe in atto da un regime dimostratosi inflessibile e spietato nei confronti dei suoi oppositori. La tragedia di Regeni ha in tal senso rivelato un ulteriore, inquietante lato del potere in Egitto: l’onnipotenza degli elementi più radicali dei servizi segreti, che troppo spesso regolano i conti con chi reputano “scomodo” tenendo una condotta affine a quella delle bande di delinquenti o dei gruppi terroristici. Alberto Negri ha già da diverse settimane evidenziato tale situazione decisamente pericolosa in un puntuale articolo apparso su “Il Sole 24 Ore”, e recentemente sulla medesima testata ha pubblicato un nuovo pezzo riguardante l’Egitto, avente il titolo eloquente di “L’autunno di Al Sisi”. “Il generale-presidente” scrive Negri “conosce soltanto copioni usurati estratti dai manuali dei rais che lo hanno preceduto e sono stati sbalzati dal potere”. In ciò Negri coglie perfettamente il punto. La grande debolezza del regime di Al Sisi è la sua sostanziale continuità col passato, che continua a mantenere l’Egitto nella palude nella quale esso è immerso oramai da lunghi anni, durante i quali ha vissuto un progressivo declino che lo ha portato a essere sempre più ridimensionato nell’irrequieto contesto regionale del Medio Oriente e del Nord Africa, dove per decenni aveva ricoperto una posizione preminente.

La lunga notte egiziana è iniziata col crepuscolo del governo di Hosni Mubarak, che aveva dimostrato al mondo la reale portata delle Primavere Arabe, e si è infittita dopo che dalla presidenza di Mohamed Morsi il paese è passato al regime golpista ed autocratico dell’attuale rais. Mentre l’Egitto veniva manipolato dall’esterno e periodicamente risucchiato in fasi di grave instabilità, caratterizzate da proteste, guerriglia urbana, repressione, sangue sulle strade e condanne a morte erogate a ritmo industriale, poco o nulla veniva fatto per riportare in linea di galleggiamento un paese che si ritrova ora prossimo a colare a picco. L’instabilità interna del paese ha già funto da disincentivo massiccio al turismo nei siti archeologici nelle località un tempo frequentatissime di Sharm el Sheikh, Marsa Allam e Marsa Matruh, e la recente vicenda del volo Metrojet 9628, esploso in volo a causa della deflagrazione di un ordigno posizionato al suo interno da ignoti terroristi, ha portato a un drastico crollo dell’afflusso di viaggiatori provenienti dalla Russia, che negli ultimi anni avevano contribuito a tamponare l’emorragia dei turisti occidentali. La drammatica flessione a un settore tanto vitale per l’economia egiziana (della quale rappresentava, nel 2014, il 13% del PIL) sta acuendo sempre di più la dipendenza del governo del Cairo dagli aiuti e dal sostegno dell’Arabia Saudita. La relazione sbilanciata tra le due nazioni vede l’Egitto ridotto al rango di un protettorato di Riad, come dimostrato da avvenimenti recentissimi e altamente significativi. Il regno di Salaman, infatti, ha compiuto una visita cruciale in Egitto dal 7 al 12 aprile, durante la quale ha discusso con Al Sisi di tutta una serie di progetti economici da sviluppare in Egitto col patrocinio e i finanziamenti della casa di Saud; il protocollo siglato tra i due capi di Stato prevede nei prossimi anni investimenti progressivamente incrementali che nel complesso raggiungeranno l’ammontare di 22 miliardi di dollari. Tra le opere annunciate, fa scalpore il progetto fortemente voluto da Salaman di un ponte sovrastante il Mar Rosso, capace di unire strettamente le due nazioni. Questa proposta stuzzica i desideri da pseudo-faraone di Al Sisi, che in passato aveva già accarezzato l’idea di costruire ex novo una metropoli a fianco del Cairo in modo tale da trasferirvi gli organi amministrativi, ma la sua fattibilità è ben lungi dall’essere compiutamente dimostrata. Inoltre, la contropartita richiesta dai sauditi per un interventismo economico tanto generoso, che alimenterà le riserve di ossigeno del regime per i prossimi mesi, è stata individuata nella cessione di Tiran e Sanafir, due isole situate all’imbocco del Mare Rosso, negli stretti di Tiran, e dovrebbero essere usate, secondo quanto riferito dal quotidiano saudita Al Riyhad, per ospitare infrastrutture di supporto vitali per la realizzazione del tanto agognato ponte.

Gli organi di informazione, i blogger più rinomati e vasti strati dell’opinione pubblica hanno manifestato tutto il loro sdegno per la svendita del territorio nazionale operata da Al Sisi al mero fine di intascare i petrodollari sauditi e allargare i suoi risicati margini di manovra. Il rais è stato accusato di “gestire ogni cosa con un’ignoranza distruttiva” dall’editorialista Ema el Sayed del Daily News Egypt. La concomitanza tra questo criticatissimo accordo e la tensione legata al caso Regeni rischia di compromettere definitivamente la credibilità della politica estera di Al Sisi, già violentemente scossa dall’inconcludente e ondivaga condotta tenuta nel caotico teatro bellico libico, nel quale l’Egitto sostiene a parole prima ancora che coi fatti il governo di Tobruk e il suo uomo forte Khalifa Haftar. Le opposizioni hanno annunciato la costituzione di un fronte comune per protestare contro il declino inarrestabile del paese e indetto una manifestazione che si terrà a Piazza Tahrir, che tornerà dunque a riempirsi, facendo venire alla mente i giorni di tensione che portarono alla caduta del regime di Mubarak. Il richiamo alle giornate della Primavera Araba da parte dei contestatori del regime non è casuale: Al Sisi, infatti, si pone in diretta continuità con il predecessore, che detenne il potere dalla morte di Sadat nel 1981 sino al 2011, essendo stati il suo golpe e l’instaurazione del regime la contromossa operata dalle forze militari per abbattere il nuovo ordine politico venutosi a creare tra il 2011 e il 2013. Il fatto stesso che Al Sisi abbia ordinato di mettere sotto processo il presidente destituito, leader del Partito Libertà e Giustizia affiliato alla Fratellanza Musulmana, Mohamed Morsi dà un’ulteriore controprova della sostanziale continuità con il precedente regime. Giorno dopo giorno, la pressione congiunta di più fattori mette nell’angolo il generale, che dalla sua ha oramai soltanto il monopolio della repressione e i petrodollari sauditi per cercare di prolungare l’esistenza del suo regime. Mentre ai piani alti si ragiona di progetti sontuosi e megalomani, il paese è in continua ebollizione. L’incapacità di trarre le dovute lezioni dalla Storia recente dell’Egitto potrebbe costare caro ad Al Sisi; se continuerà ad ignorare le istanze primarie dei cittadini, a ridicolizzare il paese e a screditarlo di fronte a un consesso internazionale del quale esso è stato per anni membro integrante e attivo, c’è da aspettarsi nel futuro prossimo l’ebollizione del rovente calderone egiziano.