C’è tutta la storia dell’esaltazione e della rovina in questo golpe di metà luglio. C’è tutto un mondo di tradimenti, di atti di ribellione, di voglia di cambiare e di trattative, spari, marce e cancellerie bollenti. Ed è proprio qui, non tanto nelle calde strade e nelle piazze di Istanbul o Ankara, ma nelle fredde stanze di chi veramente controlla la situazione, probabilmente dall’altro capo del mondo, che si è giocata la partita più importante, e quel cambio di rotta che ha trasformato un colpo di Stato in un tentativo di rivolta.

Le reazioni degli Stati esteri sono forse state gli unici veri termometri della situazione, che possono farci comprendere come la situazione fosse realmente in bilico fino a dopo mezzanotte. Dai primi spari ad Ankara si è pensato a un ennesimo attacco terroristico. Poi i carri armati per le strade, il blocco degli aeroporti e l’occupazione della televisione pubblica, hanno fatto capire che c’era in ballo qualcosa di grosso. Ed ecco la reazione preoccupata ma composta che non ti aspetti, i “vediamo l’evolversi della situazione”, i “speriamo in una Turchia pacificata”, quel “desiderio di una Turchia democratica” che vogliono dire tutto o niente. Lì, in quei pochi attimi, si capisce che Europa, America, NATO e anche Russia non erano state colte alla sprovvista. Del resto, che nelle stanze del potere e tra i servizi dell’Occidente non si sapesse che la Turchia stesse per subire un colpo di Stato, è veramente difficile da credere. Erdogan stava diventando sempre più scomodo, l’ultimo avvicinamento a Putin dopo il vergognoso abbattimento del caccia russo e i tentativi di rimettere le cose a posto, sembravano negli ultimi giorni le ultime mosse di un uomo braccato, privo di quella forza che lo teneva saldo al potere fino a qualche mese fa.

Ma si sa, la Storia non è certamente una riga dritta. È uno zigzagare di eventi e di interessi che è difficile da decifrare. In quelle poche ore di carri armati nelle piazze e di interessi economici e politici che sfumavano per ogni minuto che passava, probabilmente qualcuno ha alzato la cornetta del telefono, e quello che a tutti sembrava l’ultimo giorno del sultano, rinchiuso in una stanza con il telefonino e poi in volo alla ricerca di un approdo sicuro, si è trasformato nella sera della resa dei conti. E riescono fuori i curdi, l’Isis, Assad, Putin, i sunniti, i petroldollari, i clandestini, i sei miliardi dell’Europa, i traffici con il golfo Persico… No. C’è troppo in ballo, il rischio è eccessivo.
E così, mentre già tutti speravano in una Turchia diversa, ripulita con il golpe dei militari, roccaforte laica e statalista del Paese, qualcosa cambia. Cambiano i toni. Cambiano le parole. Si ritorna a parlare di “rispetto della democrazia”, di “costituzione turca”, di “processo elettorale costituzionale”: il mondo ha cambiato idea. Gli “alleati” hanno cambiato idea. Ed Erdogan può tornare. I soldati dell’esercito turco non sono più paladini della laicità dello Stato, ma sovvertire di un ordine che non va cambiato. Ed Erdogan, da presidente poco gradito di uno Stato sulla via dell’islamizzazione, si trasforma di nuovo in un amico della NATO democraticamente eletto. E il colpo di Stato diventa un tentativo, si ritorna nelle piazze, e la polizia riprende il controllo arrestando i traditori, gli stessi che prima erano i liberatori.
È il destino di chi purtroppo non padrone del proprio destino non lo è. E tra gli spari isolati nell’alba di Ankara e tra le foto delle camionette della polizia che arrestano i soldati, si infrangono le speranze di un nuovo Mediterraneo. Ancora una volta, hanno vinto gli altri. Ancora una volta.