Nell’occhio del ciclone che sta investendo il Medio Oriente, sferzato dai venti distruttivi del fanatismo, dell’imperialismo e del caos, il fiero popolo del Rojava sta vivendo in questi mesi la sua personale epopea. La nazione autonoma de facto dei curdi siriani è riuscita a costituirsi tra mille peripezie come un’entità statale organizzata in maniera unica al mondo, nella quale i principi quasi utopistici dell’ideologia ispiratrice sono stati declinati secondo il contesto attuale e applicati nella maniera più fedele possibile nella realtà concreta. Salito alla ribalta della cronaca per l’assidua lotta condotta dai suo combattenti contro i tagliagole dello Stato Islamico, il Rojava non si esaurisce col coraggio leonino dimostrato dalle sue forze armate ma attraverso l’analisi di queste si può capire molto riguardo questa terra e l’ideologia che ispira i suoi governanti: il “confederalismo democratico” teorizzato da Abdullah Ocalan, fondatore del Partito Curdo dei Lavoratori (PKK) e storico avversario del rivale numero uno del popolo curdo, il governo di Ankara, col quale ha combattuto un’aspra lotta senza quartiere per oltre vent’anni, prima di essere arrestato in Kenya e ricevere una condanna all’ergastolo che Ocalan sta scontando dal 2002. Il Rojava ha adottato la propria costituzione il 9 gennaio 2014. Trae fondamento dalla “Dichiarazione del confederalismo democratico in Kurdistan”, ispirata da testi chiave nella produzione saggistica di Ocalan come “L’ecologia della Libertà” e “Urbanizzazione senza città” e che prevede l’istituzione di una grande confederazione del popolo curdo, un’entità sovrannazionale che riunisca tutti i membri dell’etnia sparsi tra Siria, Turchia, Iraq e Iran e sia saldata da pochi ma imprescindibili valori basilari come la difesa dell’ambiente, il rispetto del pluralismo religioso, l’eguaglianza di diritti tra tutti i componenti della società, l’istruzione universale.

La stessa divisione dell’esercito curdo tra YPG (Unità di protezione popolare) e YPJ (Unità di protezione delle donne) testimonia l’importanza capitale data alla ricerca dell’assoluta eguaglianza nella società e nelle sua gestione tra uomini e donne, ai quali sono indiscutibilmente assegnati diritti e responsabilità in misura eguale e bilanciata. L’applicazione diretta delle teorie di Ocalan ha portato a costituire una realtà che tenta di coniugare una democrazia diretta il meno possibile filtrata e una distribuzione del potere amministrativo principalmente derogata alle assemblee municipali locali, nelle quali questo principio trova ulteriore linfa vitale: ogni ruolo istituzionale nel Rojava viene infatti affidato contemporaneamente ad un uomo e a una donna aventi pari poteri e influenza; dalla capitale del Rojava, Qamishli, la coalizione di sei partiti che governa il paese, denominata “Movimento per una società democratica” (Tev-Dem) e nella quale il leader è il Partito Yekita Democrat (PYD), vigila sull’applicazione dei principi costituzionali e in questi mesi sta ha introdotto anche una forma di vigilanza interna al sistema: dato che i curdi costituiscono la maggioranza ma non esauriscono la totalità dei 4,6 milioni di abitanti del Rojava, è necessario evitare che ci si ritrovi con dei casi di appartenenti a etnie minoritarie emarginate o escluse dal discorso politico-amministrativo. Se si guarda al contesto della regione, scossa dall’intolleranza e dal fanatismo, il più grande risultato raggiunto all’interno del Rojava è sicuramente l’istituzione di una “zona franca” dal punto di vista culturale e religioso. Sebbene la maggior parte della popolazione curda si professi di fede musulmana sunnita, infatti, nelle piazze come nelle scuole vige il massimo rispetto di tutte le confessioni, dal cristianesimo allo yazidismo, cui aderiscono componenti di minoranza della popolazione; e avendo poi i curdi siriani impugnato le armi nella loro strenua lotta contro l’ISIS, il Rojava ha dovuto pagare a caro prezzo questa scelta di tolleranza e civiltà, lamentando nei due anni successivi alla sua effettiva costituzione oltre 1000 militari caduti sul campo e un numero imprecisato ma quantificabile in diverse centinaia di civili uccisi durante aspre battaglie quale quella per Kobane.

L’apparato statale ed ideologico del Rojava appare romantico, sembra quasi fuori dal tempo, ma forse proprio questa è la sua forza: nei tempi duri del Terrore, della morte delle ideologie, della caduta degli ideali e del riduzionismo generalizzato, dopo un secolo in cui teorie politiche e sociali hanno fatto da substrato a politiche abiette ed omicide, vedere una nazione che con comunione di scopo al suo interno cerca di costituirsi come il più simile possibile ad un’utopia è qualcosa di raro. Proprio restando volontariamente fuori dal nostro tempo il popolo curdo siriano si preserva dalle sue influenze. Tuttavia, diverse difficoltà mettono a repentaglio l’esistenza di questo esperimento socio-politico unico nel suo genere. In primo luogo, il Rojava manca completamente di riconoscimenti a livello internazionale. Nonostante le cascate di lodi espresse nei confronti della strenua resistenza di YPG e YPJ contro l’ISIS, il supporto materiale fornito da coloro che lottano per estirpare il sedicente califfato e addirittura una certa distensione dei rapporti con il governo di Assad, tutti gli interlocutori in campo non riconoscono nel Rojava status superiore rispetto a quello di semplice regione costituente la Siria. E’ riuscito a ottenere la propria larga fetta di autonomia soprattutto per il progressivo isolamento da Damasco e per la decisione di scendere attivamente in campo. Il Rojava paga un tributo di sangue per un destino aleatorio: c’è incertezza di cosa ne sarà effettivamente una volta conclusasi la turbolenta vicenda siriana. Inoltre, la coalizione di governo deve affrontare una fronda interna non molto consistente dal punto di vista numerico ma capace di una forte influenza: da un lato i radicali, i nostalgici del PKK delle origini, si lamentano per la mediazione dei vertici del Rojava e pretendono l’applicazione integrale degli istituti previsti da Ocalan nei suoi testi; dall’altro lato della barricata, coalizioni più pragmatiche lamentano il rischio di fallimento dell’esperimento in atto.

Infine, non bisogna scordare il fatto che il Rojava sia nato in un mondo in guerra, e sia stato l’unico rappresentante del popolo curdo a costituirsi a un livello di completezza significativo: i curdi turchi non se la passano bene, di questi tempi, vessati come sono dal delirio imperiale di Erdogan, e i governanti della rappresentanza irachena del popolo non hanno oggigiorno molte intenzioni di sviluppare le proprie istituzioni nella direzione proposta dal confederalismo democratico. Stretto tra la forza delle idee e la difficoltà della loro applicazione nel concreto, il Rojava sta rispondendo bene alle sfide che le pone la sua situazione presente. Oasi di civiltà nel deserto, è una nazione che si potrebbe definire con un aggettivo tanto semplice quanto carico di significati: umana. Il Rojava è restato umano mentre attorno a sé tutto precipita nel caos e nella barbarie. E solo per questa conquista merita di veder proseguire la sua avventura, che giorno dopo giorno attira sempre nuove simpatie e acquisisce sempre più i caratteri dell’epopea.