Tra tutti i temi affrontati da Roberta Pinotti nel corso di un’intervista nella redazione delCorriere della Sera e pubblicata nell’edizione cartacea di oggi – dall’emergenza migranti alla minaccia del terrorismo internazionale, dall’aereo russo caduto nel Sinai al proseguimento della missione in Afghanistan – stona la logica illogica del ministro della Difesa del governo Renzi quando si è parlato della guerra in Irak contro lo Stato Islamico. “I bombardamenti non devono essere un tabù. L’Italia ha già effettuato raid aerei in passato. Lo ha fatto nei Balcani, lo ha fatto in Libia” ha affermato, e fin qui ci siamo. Il nostro Paese non farà gli strike, e fa sapere ai lettori che si limiterà all’addestramento del personale militare, come già fatto ad Erbil, e nell’analisi dei flussi finanziari. A compiere i bombardamenti sarà la Coalizione Internazionale formata da più Paesi occidentali. Proprio ieri infatti il quotidiano Le Figaro ha riportato la notizia per cui la Francia – attiva dal settembre 2014 con sei caccia Mirage di base in Giordania e altri sei caccia Rafale che fanno base negli Emirati Arabi – ha deciso di impiegare la portaerei Charles De Gaulle, già utilizzata da febbraio ad aprile come base nelle acque del Golfo Persico per i raid aerei, per le operazioni militari congiunte contro lo Stato Islamico in Iraq e Siria.

Alla domanda sull’evolversi del conflitto sul terreno, Roberta Pinotti risponde così: “Non sottovaluto le dimensioni di questa sfida. Ho chiesto per questa ragione che il nostro fosse un contingente significativo. E capisco le paure della gente. Ma non credo che stiamo perdendo. Mentre prima abbiamo assistito ad una cavalcata dell’Isis, ora la sua presenza è circoscritta in aree specifiche”. Insomma, i miliziani del Califfato starebbero arretrando in Iraq laddove, guarda caso, combatte la Coalizione Internazionale guidata dal Pentagono. Queste dichiarazioni arrivano allo stesso tempo dei comunicati delle agenzie di stampa occidentali, secondo le quali nel Paese limitrofo, la Siria, gli oltre 1.600 raid russi effettuati in un mese non avrebbero fatto altro che spianare la strada all’avanzata dell’Isis, produrre nuovi rifugiati e uccidere civili. Ma si sa che in guerra la prima a morire è sempre la verità.

Se è vero che l’Isis sta arretrando in Iraq, bisogna ammettere che questo avviene grazie alle operazioni effettuate in gran parte dall’esercito iracheno sostenuto anche dai miliziani sciiti di Mobilitazione Popolare legate ad Hezbollah (il premier Al Abdadi ha detto più volte di non volere l’appoggio di truppe americane) il quale ha lanciato l’offensiva da circa un mese in diverse aree, in particolare nella zona nord di Ramadi, nella provincia occidentale di al Anbar a circa 100 chilometri da Baghdad. Ma soprattutto è doveroso precisare che in Iraq non c’è solo la Coalizione Internazionale a svolgere le operazioni ma anche il Centro di comando dell’intelligence formato da Iran, Russia e Siria e approvato dal governo iracheno, che coordina indipendentemente le offensive militari. La logica del ministro della Difesa non regge. Sono sempre di più gli analisti ad ammettere che ha fatto di più Mosca sul piano militare e diplomatico in un mese che l’Occidente in quattro anni. La Russia è tornata sulla scena internazionale sfruttando il vuoto prodotto dall’ideologia del caos che gli Stati Uniti e i loro alleati hanno generato in Vicino e Medio Oriente. Nessun mea culpa sulle disastrose campagne della Farnesina, più che un’intervista quella di Roberta Pinotti sembra un comunicato stampa del Pentagono.

Articolo pubblicato in esclusiva su Il Giornale