Dopo aver negato il visto d’ingresso a un deputato tedesco e ad altri tre colleghi olandesi, l’Europa “scopre” che anche il Cremlino ha stilato una propria lista nera di politici e militari indesiderati. La prima reazione naturalmente è stata d’indignazione per un elenco che è “totalmente arbitrario e ingiustificato”, secondo le parole del portavoce dell’Alto rappresentante per la politica estera della UE. La lista russa è subito stata tacciata di essere “segreta” e di non avere fornito alcuna informazione sulla base legale, sui criteri e sul processo decisionale. Pura retorica dal momento che l’elenco è stato consegnato direttamente alle ambasciate dei Paesi interessati e che i nomi finora trapelati dall’emittente finlandese Yle sono tutti di personalità ostinatamente anti-russe e particolarmente attive nella crisi ucraina.

La modalità con cui la diplomazia russa si è mossa per negare l’ingresso nel Paese a 89 personalità politiche europee però marca subito una netta differenza rispetto alla controparte europea. L’elenco non è “segreto” – come subito riportato dai media europei – ma semplicemente “privato”; la misura straordinaria è infatti stata presa con ponderazione e diretta esclusivamente contro gli interessati. Si è cercato di evitare l’effetto mediatico e propagandistico, a differenza di quanto fatto da Bruxelles all’indomani del referendum popolare in Crimea; inoltre parlare di arbitrarietà nella scelta delle personalità alle quali hanno deciso di negare il visto è semplicemente ridicolo: l’atto stesso di stilare una black list è per sua stessa natura un atto arbitrario che segue logiche politiche. Il viceministro russo Alexiei Meshkov ha tuttavia osservato che la Russia potrebbe ora riflettere sulla possibilità di pubblicare l’elenco delle persone non gradite in seguito alla “soffiata”, giusto per evitare fastidiose indiscrezioni, anche se nessun regolamento internazionale imponga di renderla pubblica.

Secondo il presidente del Parlamento Europeo Martin Schulz questa lista è addirittura “inaccettabile” perché include numerosi europarlamentari, gli stessi che pochi mesi fa hanno votato la risoluzione 2014/2219 che apre la strada a un’ulteriore espansione verso est dell’Unione. Insomma la solita retorica secondo cui tutto ciò che l’Occidente decide e stabilisce sia giusto, motivato e indiscutibile, mentre tutti gli altri non possano permettersi di utilizzare gli stessi metodi. Analizzando poi i nomi pubblicati non c’è molto da stupirsi se le autorità russe abbiano preso questa decisione. Troviamo Karl Georg Wellmann, presidente del Gruppo Tedesco-Ucraino, attento osservatore elettorale OSCE durante le elezioni ucraine che non ha trovato nulla da ridire sull’esclusione del principale partito d’opposizione e sulla bassa affluenza, ma anzi ha salutato con tripudio l’avvento della “democrazia” a Kiev; Bernd Posselt della CSU, nel Consiglio ISHR e attivo nel sostenere i diritti umani specialmente nei confronti della Timoshenko quand’era detenuta in prigione; Nick Glegg, ex vice premier inglese, fautore dell’incremento di truppe e mezzi NATO nei Paesi dell’est; la verde Rebecca Harms, strenua oppositrice di Putin, in prima linea contro il South Stream e critica nei confronti di Alexis Tzipras che ha “osato” incontrare il presidente russo; il belga Guy Verhofstadt subito accorso a piazza Maidan ad arringare la folla; il ceco Karel Schwarzenberg che affermò che il destino stesso dell’Europa si decida in Ucraina; l’ideologo delle “guerre umanitarie” Bernard-Henri Levy; Elmar Brok, presidente della Commissione Affari Esteri, famoso per aver riso in faccia al ministro Levrov durante la Conferenza di Monaco; Jaromir Stetina delegato alle Commissioni di cooperazione parlamentare UE-Armenia, UE-Azerbaijan e UE-Georgia; l’italiana Anna Maria Corazza Bild, europarlamentare membro della Commissione per i diritti della donna, della parità di genere e determinata a inasprire le sanzioni contro la Russia; ma la parte del leone la fanno i ben 17 politici polacchi, notoriamente poco inclini al dialogo con il vicino orientale. Insomma una serie di personalità così nettamente ostili a Mosca da chiedersi cosa mai abbiano da perdere nel non poter più entrare nel Paese che tanto li ossessiona.