L’intricata situazione istituzionale della Libia ha in questi giorni subito un nuovo rivolgimento dopo che, il 31 marzo, il premier designato dalle Nazioni Unite per la guida di un governo di “unità nazionale”, Fayez al-Sarraj, è sbarcato vicino a Tripoli scortato da una flottiglia di unità navali battenti bandiera libica. Il primo ministro si è inizialmente insediato in una base navale, salvo poi fare il suo ingresso nella capitale dopo che il leader delle forze controllanti la parte occidentale del paese in contrapposizione con il Parlamento di Tobruk, Khalifa Gweil, ha reputato opportuno ritirarsi sino alla nativa città di Misurata, dato che per le strade di Tripoli iniziavano a accendersi focolai di scontri tra sostenitori dell’una o dell’altra parte. 56enne figlio di un ex ministro del regime monarchico che precedette l’ascesa di Gheddafi, al-Sarraj è una personalità poco nota nel panorama politico libico, e la sua nomina rischia di esacerbare piuttosto che di placare le numerose discordie che già rendono caotica la Libia, sconvolta negli ultimi cinque anni da guerre, rivoluzioni, insurrezioni e infiltrazioni di gruppi islamisti radicali. La nomina del nuovo esecutivo, calato dall’ONU in un contesto confusionario come se la mano calata dall’alto del Palazzo di Vetro possedesse la taumaturgica capacità di riportare un fiume esondato nel suo alveo, rischia soltanto di produrre un’ulteriore contrapposizione, specie se si considerano le modalità con cui al-Sarraj si sta insediando, le reazioni suscitate in Libia dal suo arrivo e le conseguenze delle sue prime azioni da leader del Consiglio Presidenziale.

In primo luogo, è necessario rilevare la sostanziale incoerenza tra la volontà dell’ONU di costituire un governo capace di garantirsi la piena legittimità istituzionale e le modalità con cui al-Sarraj cerca in queste ore di farsi strada: lungi dal concretizzare le speranze unificatrici di cui la sua persona era stata, forse improvvidamente, investita egli ha agito alla stessa maniera della serie di piccoli rais, capi di fazione e autoproclamati premier che in questi anni si sono battuti sul suolo libico per accaparrarsi una fetta anche minima di potere. Di conseguenza, pragmaticamente, al-Sarraj ha reputato indispensabile conquistarsi la fiducia di alcune milizie cittadine, il cui controllo rappresenta l’unica garanzia reale di potere in un paese ricacciato nel tunnel delle contrapposizioni tribali da quando il tessuto connettivo dello Stato libico si è sfaldato sotto i colpi dei missili e delle bombe NATO lanciati a profusione contro il Colonnello Gheddafi. La discesa in campo di al-Sarraj, dunque, ha di fatto aggiunto un ulteriore contendente alla leadership del paese, alle cui insegne stanno giurando fedeltà milizie importanti come quelle di Sabratha e Misurata, sebbene in totale l’autorità effettiva del Consiglio Presidenziale nominato dall’ONU è limitata per ora a dieci città costiere della Libia. Se da un lato il governo di Tripoli ha preferito recedere di fronte all’ingresso di al-Sarraj sul territorio nazionale, la contrapposizione del Parlamento di Tobruk, che governa la Cirenaica e ha rappresentato sinora l’unica camera legittimamente riconosciuta dall’ONU, appare più silente e prende la forma di un ostruzionismo neanche troppo velato. Per forzare la mano agli oppositori della soluzione della cosiddetta “unità nazionale”, l’Unione Europea ha nelle ultime ore messo a in campo le immancabili sanzioni destinate a colpire esponenti politici e militari libici ostili all’ascesa di al-Sarraj, congelando i beni posseduti in territorio europeo e limitando le libertà di viaggio all’interno dell’Unione ai leader dei due schieramenti contrappostisi sinora nella guerra civile: il presidente del governo di Tripoli Khalifa Gweil, il presidente del suo Parlamento Nouri Abu Sahmain e il presidente del Parlamento di Tobruk Aguila Saleh.

La celere implementazione di tali misure restrittive testimonia, se non fosse abbastanza chiaro, la dipendenza del nascituro governo dai suoi sostenitori internazionali. Organismo artefatto, guidato da un esponente poco noto nel suo stesso paese e avulso dalle sue dinamiche interne, il governo al-Sarraj è in ultima istanza il cavallo di Troia che l’Occidente sbarca sulle spiagge libiche per poter avere una legittimazione, per quanto labile, alla prosecuzione dei suoi interessi militari, politici e soprattutto economici. Non è un caso, infatti, che al-Sarraj si sia sin dall’inizio preoccupato di assicurarsi il controllo di quattro istituzioni chiave per l’economia libica: dopo aver messo uomini di sua fiducia alla guida della Bank of Lybia, i cui depositi da oltre 130 miliardi di dollari in valuta e oro hanno nel corso degli ultimi anni finanziato lo sviluppo delle varie milizie semi-indipendenti e arricchito non poco alcuni spregiudicati “signori della guerra”, egli ha infatti provveduto a garantire il controllo governativo sui fondi sovrani di investimento LAIAM e LIA nonché sull’azienda petrolifera statale NOC (National Oil Company). Le parole del rappresentante tedesco dell’ONU, Martin Kobler, non lasciano dubbi sulla natura delle successive azioni del governo: avendo il portavoce proclamato l’ineluttabilità dell’azione militare contro le roccaforti del sedicente Stato Islamico e di Ansar Al-Sharia, c’è da aspettarsi che nelle prossime settimane al-Sarraj procederà a inoltrare una formale richiesta di aiuto militare alla NATO e alla coalizione che, sotto la guida USA, affronta con alterne fortune e ondivago impegno gli uomini di Al Baghdadi in Siria e in Iraq. Così facendo, offrirà un paravento di legittimità a coloro che in campo occidentale non vedono l’ora di menare le mani con la filiale libica dell’autoproclamato Califfato, nonostante le delicate implicazioni geopolitiche che comporterebbe un intervento non concordato con gli altri attori politici dello scenario libico. In particolare, sussistono numerose incertezze riguardanti il comportamento che terrà l’uomo forte del governo della Cirenaica, Khalifa Haftar: questi si è da sempre dimostrato altalenante nei suoi rapporti con le potenze occidentali, preferendo coltivare l’amicizia col rais egiziano Al Sisi, ma sicuramente c’è da aspettarsi che l’idea di lasciare il campo a un governo calato dall’alto sul paese e di rinunciare all’ampia piattaforma di potere che si è sino ad oggi costruito non rientri tra le sue opzioni immediate.

La scelta delle Nazioni Unite di costituire un terzo polo governativo sul suolo libico appare dunque come un’opzione avventata e opinabile. Sebbene è realistico supporre che al-Sarraj possa riuscire nei prossimi giorni a sostituirsi perlomeno a Gweil e al sempre più traballante governo di Tripoli, non ha alcuna possibilità di vedere una spontanea accettazione della sua leadership da parte di tutte le eterogenee milizie, brigate e tribù costituenti la base di consenso all’esecutivo di Tobruk. Troppo palesi sono infatti la sua sottomissione ai poteri a cui deve la nomina, l’artificiosità del suo governo e l’incertezza sulle sue reali forze. Il timore, infatti, è che la decisione dell’ONU possa nel lungo termine non fare altro che assicurare un ulteriore scuotimento alla Libia e che l’esecutivo nato nelle intenzioni dei suoi patroni come una forza di unificazione nazionale finisca per ridursi alla causa di un inasprimento ancora maggiore della contrapposizione interna e della spirale di violenza e caos che da anni oramai avvolge la Libia.