E’ iniziato tutto nel luglio 2012. In quelle settimane, era uso dire nelle cancellerie europee che il governo di Assad aveva le ore contate, l’allora segretario di Stato Hillary Clinton esultava per l’imminente ‘liberazione’ da un “regime” ritenuto dittatoriale e sanguinario: la guerra in Siria da protesta di piazza iniziata 12 mesi prima, si era trasformata in un vero e proprio conflitto con in campo fuggitivi dell’esercito regolare e soprattutto una galassia di sigle islamiste variegate e con al loro interno diversi foreign fighters. L’Europa, non quella della cancellerie stavolta ma quella dei bar e delle bacheche social, ancora non parlava di ISIS, ancora era ignara dei cambiamenti che anche questo conflitto avrebbe apportato negli anni successivi in termini di sicurezza.

E’ in questo contesto che maturano i primi giorni della battaglia di Aleppo: l’offensiva sulla capitale economica siriana, si scatena quando anche la capitale Damasco è sotto assedio; il governo non riesce a fronteggiare entrambe le minacce, nel luglio 2012 l’avanzata della cosiddetta Freedom Syrian Army appare minacciosa e punta dritto al palazzo presidenziale, mentre Homs cede il passo e diventa “capitale della rivolta”. Ad Aleppo quindi, si fa quel che si può; la situazione dopo quella drammatica estate, è quella che si può vedere nella foto in basso:

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In rosso le zone governative, in verde quelle controllare dai ribelli

Il rosso che indica le zone presidiate dall’esercito siriano è raro, quasi non si vede immerso nel verde che indica invece l’FSA il quale però, pochi mesi dopo, sparisce dalla circolazione lasciando spazio ai fondamentalisti di Al Nusra. A nord di Aleppo, resiste solo l’ospedale Al Kindi: centro d’eccellenza nella cura dei tumori e punto di rifermento per gran parte del Medio Oriente dal punto di vista sanitario, gli uomini dell’esercito resistono per diverse settimane prima che un commando di terroristi ceceni fa saltare in aria la struttura, uccidendo in seguito i soldati rimasti dentro la struttura medica. Sembra tutto perso, ma è da lì che comincia la lunga rincorsa di Aleppo: mentre Homs viene lentamente riconquistata e a Damasco la guerra rimane solo nella periferia, nella seconda città siriana inizia una lunga ma costante avanzata.

Lo sapevano già quattro anno fa i comandi siriani: per riprendere Aleppo servono pazienza, sacrifici e tanti anni. Si decide inizialmente per un ponte aereo che da Damasco porta viveri e munizioni presso i quartieri governativi assediati, grazie a questa strategie né gli aleppini e né i lealisti rimasti in città soffrono fame e carenza di munizioni. L’esercito stringe i denti e l’aviazione inizia a bombardare le zone più critiche: si inizia ad avanzare a sud, il primo importante successo si ha sul finire del 2013 quando i quartieri a sud ovest di Aleppo vengono collegati con l’aeroporto ed i sobborghi ad est del centro, i governativi iniziano ad avere una certa continuità territoriale ed il ponte aereo riesce a portare benefici anche nelle zone ovest. Sempre nel 2014, quando fa la sua comparsa sulla scena mediatica l’ISIS e quando il presidente Usa e premio nobel della Pace, Barack Obama, minaccia di bombardare la Siria per via del presunto utilizzo di armi chimiche nel distretto di Jobar, a Damasco, da parte del governo di Assad, l’esercito riesce ad ottenere importanti successi anche nelle campagne fuori Aleppo: in particolare, viene conquistata Al Safira ed in tal modo si crea un collegamento tra la città ed il lago Jaboul, con le forze regolari che riescono ad estendere il proprio controllo anche più a Sud, aprendo una via di collegamento con il resto dei territori controllati dal governo. Da questo momento in poi, i rifornimenti riescono ad arrivare anche via terra, i costosi e pericolosi ponti aerei non sono più l’unico mezzo per mantenere in vita Aleppo; nel febbraio del 2014, ecco come si presenta la situazione:

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Resistenza e contro-offensiva delle truppe governative

Il rosso adesso è più marcato, l’esercito prende possesso di gran parte delle riserve idriche cittadine, gli abitanti delle zone governative vivono subendo meno la pressione dei terroristi che pressano da est; nei mesi successivi, il governo estende il suo controllo all’intera area industriale di Sheikh Najjar, cuore economico di Aleppo prima della guerra e depredata e saccheggiata nell’estate del 2012, con molte apparecchiature e molti mezzi portati via con grosse gru e grossi camion al di là del confine turco. Per diversi mesi il conflitto ad Aleppo vive fasi di stallo, senza alcun grande cambiamento né dall’una e né dall’altra parte; nel settembre 2015, inizia l’intervento russo su richiesta del governo di Damasco ed i primi cambiamenti si fanno avvertire proprio nella seconda città siriana: nell’ottobre 2015 viene tolto l’assedio presso la base militare di Kiweires, ad est del centro, grazie a questo successo si riprende anche la centrale elettrica (rivelatasi poi vero e proprio lager dell’ISIS), mentre a sud di Aleppo l’esercito leva molti territori ad Al Nusra e altre sigle. La svolta avviene comunque nel 2016 e l’avanzata viene da nord: tolto l’assedio alle ‘enclavi sciite’ di Nubl e Zahara, si ha una lenta progressione verso la ‘Castello Road’, ossia la tangenziale che corre a nord del centro storico aleppino, fino a quando ad agosto viene per la prima volta imposto l’assedio ai quartieri occupati dagli islamisti. E’ l’inizio della fine della battaglia.

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La situazione fino a 5 giorni fa

E’ questa la situazione sul finire dell’estate 2016, esattamente 4 anni dopo l’inizio dell’offensiva anti governativa; il contesto è diametralmente ribaltato: il rosso ha ripreso quasi tutto il centro abitato, il verde è adesso in minoranza, mentre ad ovest del centro i ribelli non riescono a premere contro la città. Il passo verso le evoluzioni dei giorni nostri è quindi breve: l’esercito riprende la zona dell’ospedale Al Kindi, avanza da Owaja, poi dopo una tregua di una settimana nello scorso mese riprende le ostilità fino al crollo dei terroristi nella zona nord della sacca assediata.

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La situazione oggi dopo la grande offensiva di questi giorni

Oramai la situazione è questa: i ribelli sono allo sbando, l’esercito siriano si appresta a concludere questa lunga rincorsa durata quattro anni. Sembra quasi superfluo affermare che prendendo Aleppo, di fatto, si prende quasi interamente la Siria: infatti, si entra in possesso della capitale economica, si ha un peso maggiore nelle trattative politiche, è possibile inoltre liberare una quantità enorme di uomini e mezzi da destinare sugli altri fronti. Si è ad una svolta e con le imminenti importanti novità nel contesto internazionale, non solo Aleppo ma l’intera Siria potrebbero avere quegli sviluppi tanto attesi da ben quattro anni: la rincorsa è stata lunga, sarà ancora lunga, ma il traguardo di un Paese riappacificato non appare più così lontano.