Articolo originariamente apparso su Il Giornale

Sergei Lavrov, ministro degli Affari Esteri russo, è atterrato da poco a Roma per sciogliere i nodi dell’area mediterranea e dei conflitti mediorientali. Domenica 13 novembre dovrebbe partecipare alla conferenza sulla Libia organizzato dalla Farnesina che mira a convalidare il piano delle Nazioni Unite e che prevede di scavalcare i parlamenti di Tobruk e Tripoli per trovare una soluzione politica stabile e condivisa dalla maggior dei Paesi del mondo. Prima di questa tappa però il capo della diplomazia di Moscaha fatto tappa alla prima edizione del forum “Una nuova agenda per il Mediterraneo” organizzato dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione dall’Istituto per gli studi di politica (ISPI) per dialogare sui temi centrali di questa riunione: oltre alla questione libica c’è anche quella siriana e la lotta contro Daesh. L’incontro di tre giorni – costato circa 500mila euro – si sta svolgendo al Gran Hotel Parco dei Principi della capitale, e si snoda lungo quattro percorsi – prosperità condivisa, sicurezza, migrazioni e, infine, media, cultura e società – articolati in 23 sessioni e 4 dialoghi speciali, tra questi quello con Lavrov.

Nominato da Vladimir Putin nel 2004, con il passare degli anni è diventato insieme al ministro della Difesa Sergej Shojgu, l’asso nella manica del Cremlino. Nato negli anni Cinquanta e cresciuto nei ranghi della diplomazia al tempo di Breznev, Sergei Lavrov si è comportato in questo decennio con estremo realismo tutelando sempre gli interessi nazionali della Federazione. Arrivato in sala a Roma tra gli applausi, ha parlato per circa un’ora davanti ad una platea di 400 persone circa. Oltre a giornalisti ed esponenti dei maggiori think tank mondiali, nel pubblico c’erano anche Giorgio Napolitano, presidente onorario dell’ISPI, Emma Bonino, i ministri del Governo Renzi, Roberta Pinotti, Paolo Gentiloni e Federica Guidi.

Lavrov si è smarcato subito con la sua chiarezza espositiva e il suo pragmatismo. Il capo della diplomazia russa è andato dritto al punto: “Il caos mediorientale serve prevalentemente a controllare meglio i Paesi da fuori”, ha detto. Poi si è addentrato nell’area mediorientale: “L’instabilità ha permesso in Iraq e Siria l’espansione di gruppi terroristici i quali vengono strumentalizzati per destabilizzare governi legittimi”. Lavrov ha avvertito i suoi interlocutori alludendo chiaramente alla creazione e allo sfruttamento di Daesh: “I terroristi non posso essere usati perché spesso si ribellano da un giorno all’altro contro i propri sponsor”. Soffermandosi sul futuro della Siria, il capo della diplomazia di Mosca ha ribadito la sua posizione: “Dire che Assad deve andarsene è irresponsabile. Rimaniamo convinti che indebolire sia i terroristi che il governo siriano sia un decisione dubbia. L’esercito siriano va incluso nella battaglia contro il Califfato”. E per quanto concerne le operazioni belliche contro l’autoproclamato Stato Islamico, Sergei Lavrov ha ricordato come la Russia agisca “legalmente con il consenso del governo di Damasco, spiegando come “l’azione militare deve andare di pari passo con l’azione diplomatica”, così come fa il Cremlino patrocinando “gli accordi di Vienna”.

Sul futuro di Assad non si è pronunciato veramente preferendo la posizione chiara quanto legittima “il presidente della Siria lo devono decidere i siriani”, eppure Lavrov non sembra avere dubbi: “Il destino di un uomo è diventata un ossessione per l’Occidente, vedi con Muammar Gheddafi e con Saddam Hussein, dicevano che erano dei dittatori e andavano cacciati, ora vediamo cosa sono diventati quei Paesi dove si è intervenuti militarmente. Noi abbiamo imparato da questo errori e non vogliamo farli”. Uno schiaffo alla nostra politica estera allineata ad interessi stranieri, una lezione di diplomazia alla Farnesina.