La Compagnia I del 2 ° battaglione di fanteria delle forze armate di Albania si sta addestrando in quanto parte della nuova Very High Readiness Joint Task Force della Nato, composta da 5000 uomini e pronta a fronteggiare un’eventuale aggressione russa, “imminente” secondo quanto sarebbe stato dichiarato da un ex alto generale britannico, come riportato dal quotidiano albanese Lajm. 1 Insomma, la Nato si prepara a fronteggiare il terribile rischio russo, ma pare non rendersi conto di un pericolo molto più serio e interno alla propria area di influenza, Il Kosovo, che sta infatti diventando una vera e propria base dell’Isis in Europa, ma come spesso accade quando si tratta di Balcani, ci si accorge sempre troppo tardi dei rischi correlati a situazioni di per sé prevedibili. Fu così con la penetrazione dell’Islam radicale in Bosnia a partire da metà anni ’90 e una situazione analoga si ripete oggi nel vicino Kosovo. I due contesti hanno entrambi un interessante comun denominatore, l’infiltrazione finanziaria e ideologica dell’Arabia Saudita che punta a sostituire l’Islam tradizionale autoctono di forte influenza sufi, con l’ideologia salafita/wahhabita che curiosamente è la medesima che troviamo nell’Isis.

Probabilmente non è un caso che proprio il Kosovo ha il numero più alto di jihadisti partiti per la Siria, con una stima che è intorno ai 320-350 volontari; una cifra non da poco per un paese di circa 1.830.000 abitanti. Dal 2014 ad oggi sono stati arrestati una quindicina di imam con l’accusa di terrorismo, tra cui Zakarija Qazimi, condannato la scorsa settimana a 10 anni di reclusione. Ci sono poi altri nomi noti come Shefqet Krasinqi, Mazllam Mazllami e Idris Bilibani, tutti e tre un tempo ospitati in centri islamici in territorio italiano, giusto per ricordarlo a chi sostiene che “i jihadisti non vanno nelle moschee”. Un altro aspetto inquietante è quello legato ai campi di addestramento come quello esposto da Gazetainfopress lo scorso 8 maggio 2 e quello segnalato sui monti vicino Rastelica nel 2013, al quale avevano partecipato anche alcuni islamisti kosovari residenti nel senese. In entrambi i casi però le autorità kosovare avevano parlato di “campeggio islamico” dove si era discusso di ideologia e non di “campo di addestramento”. Secondo fonti locali, non erano state trovate armi. Emergono intanto alcuni particolari interessanti su alcuni “volti noti” kosovari legati all’Isis: Shukri Aliu, padre del radicalismo kosovaro, con forte influenza in Macedonia, ha studiato all’Università Islamica di Medina, in Arabia Saudita, assieme a Genci Balla, leader di una cellula jihadista albanese e condannato la scorsa settimana a 17 anni di carcere per propaganda e reclutamento. Aliu è anche stato un comandante dell’UCK durante il conflitto contro i serbi, nel quale la Nato si schiero con gli albanesi.

C’è poi il caso di Lavdrim Muhaxheri, il “macellaio” a capo dell’unità balcanica dell’Isis, più volte ripreso mentre taglia la gola ai prigionieri. Muhaxheri in precedenza ha lavorato come dipendente presso la base americana della Kfor di Bondsteel, in Kosovo, e per la NATO in Afghanistan. Nel periodo di Ramadam nel 2013, è stato anche parte delle attività della BIK (Comunità Islamica del Kosovo) a Kaçanik. Insomma, è lecito ponderare bene su quali sono i reali pericoli per l’Europa.