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Nel Regno più disunito che mai riuscire a fare un governo è qualcosa di altamente complesso. Per anni ci è stato insegnato che il sistema britannico era quello migliore: granitico, democraticamente perfetto, frutto di secoli di cultura del parlamentarismo e di alternanza dei partiti. Eppure, nonostante tutto, sembra che gli alabardieri del parlamentarismo londinese debbano cambiare opinione, a meno che non vogliano rimanere ancorati a una storia romantica che non esiste più. Il cortocircuito democratico ha investito, inevitabilmente, anche il Regno. L’ha fatto sotto una triplice forma: referendum non accettato dalla minoranza elitaria; continua voglia di secessione di una parte dello Stato; impossibilità di ritornare al bipolarismo perfetto.

La democratica Gran Bretagna sta cedendo continuamente terreno a tutto quanto la democrazia porta con sé in questi tempi, cioè quel deficit di legittimità tipico di sistemi in crisi. Non c’è più un potere legittimato dal basso né dall’alto, non c’è più un senso di appartenenza vero nei confronti di un popolo, c’è un senso di ribellione più o meno generazionale, e c’è soprattutto il senso di frustrazione figlio di un Paese che forse, ancora oggi, deve comprendere di non essere più l’Impero, ma di essere stata per lungo tempo la stampella di Washington in Europa. La crisi della democrazia britannica è del tutto evidente, e si è manifestata anche agli occhi dei meno attenti con due elezioni: la prima, quella di Cameron; la seconda, quella di May. In entrambi i casi, gli scricchiolii che si erano cominciati a sentire sulla tenuta del sistema parlamentare inglese, si sono fatti parecchio forti ed hanno risvegliato le coscienze di tutti quelli che ritenevano Londra come la terra promessa della democrazia occidentale.

Il confronto tra i leader dei due partiti nella prima seduta del nuovo parlamento eletto lo scorso 8 giugno

Non è così. Neanche Londra è immune al virus della crisi democratica. E oggi, Theresa May, si trova a pagare lo scotto di una scelta tuttora ingiustificata di andare al voto con elezioni anticipate. Mai dare per contato il voto del popolo, soprattutto quando lo si personalizza per legittimarsi di fronte al mondo. Era una lezione che a Londra avrebbero dovuto imparare già a suo tempo con Cameron, che fece della Brexit il voto che avrebbe caratterizzato il suo mandato, un plebiscito sulla sua persona, e invece è naufragato sotto la scure del voto euroscettico. May è andata per la sua strada, nonostante la maggioranza l’avesse, e l’ha fatto sperando nella liturgia elettorale che l’avrebbe condotta all’apoteosi, all’essere paladina della Gran Bretagna di fronte all’Unione Europea. Bastava leggersi un po’ di letteratura greca per capire che quanto si stava facendo sarebbe stata la tipica mossa fallimentare che avrebbe fatto crollare ogni certezza. È quello che i greci, più saggi dei nostri politici, chiamavano ὕβϱις, la “tracotanza”, quel momento in cui l’uomo si vuole ergere a un livello eccessivamente alto, e puntualmente gli dei lo puniscono.

Ora, questa tracotanza, Theresa May la paga con un fardello molto pesante, e cioè quello di aver perso legittimità all’interno del partito, all’interno del Regno Unito e agli occhi dell’Europa. Sconfitta su tutta la linea, nonostante una vittoria relativa ottenuta in termini di voti. Perché in fondo ha vinto, quello è vero ma ha vinto perdendo seggi e riuscendo a far tornare in auge il laburismo. E non ha vinto, per davvero, se è costretta a dover prendere i voti e quindi i seggi del DUP, il partito unionista dell’Irlanda del Nord. Una scelta che ha delle conseguenze molto significative per tutta la questione irlandese, ma anche per la Brexit. DUP è il partito unionista nordirlandese che da sempre è stato favorevole all’hard Brexit, quasi a voler segnare ancora di più il distacco culturale e politico dalla Repubblica d’Irlanda. Ma soprattutto, è il partito che oggi mette a rischio gli Accordi del Venerdì Santo con cui l’Irlanda del Nord giunse, con molte difficoltà, alla tregua politica tra unionisti e nazionalisti.

Gli unionisti irlandesi vero e proprio ago della bilancia della nuova legislatura

Gli unionisti irlandesi vero e proprio ago della bilancia della nuova legislatura

L’accordo di sostengo al governo May da parte del Democratic Union Party ha subito messo in allarme non soltanto il Sinn Fein, il partito nazionalista e di ispirazione cattolica che aumenta nei consensi in tutta l’Irlanda del Nord, ma anche coloro che in Irlanda del Nord temono l’esplosione di uno scontro tra fazioni che si voleva e si credeva superato. La domanda che tutti si pongono a Belfast e dintorni è rappresentata da quali garanzie, in termini di repressione del sentimento nazionalista, possa aver avuto Arlene Foster del DUP per portare il proprio voto al governo di Theresa May. La stampa parla di finanziamenti di miliardi di sterline a tutta l’Irlanda del Nord da parte del governo centrale di Londra: ma sarà veramente così? Le parole di Gerry Adams, presidente del Sinn Fein e storico leader del fronte repubblicano nordirlandese, non lasciano molti dubbi sulle perplessità del pianeta nazionalista. Intervistato al Guardian, Adams ha ricordato che questo sostegno sarà un compromesso fra istanze unioniste e soldi pubblici, e darà man forte al DUP che da mesi nega ogni accordo sul governo nordirlandese. Perché il problema vero per Belfast è che, in tutto questo periodo elettorale, non c’è ancora un governo di condivisione per la regione. Il Sinn Fein è stato chiaro da subito: o Arlene Foster cede lo scettro, visto che è caduta perché sfiduciata dopo uno scandalo di malversazione di fondi pubblici, o non può esserci accordo. Altrettanto chiaro è stato il DUP nel confermare di andare avanti con Arlene Foster anche a costo di mettere a rischio gli Accordi del Venerdì Santo, che impongono un governo condiviso tra tutti i partiti politici con un numero di ministri proporzionati ai voti ottenuti.

Il confine tra Irlanda ed Irlanda del Nord, nuovo limite dell'UE

Il confine tra Irlanda ed Irlanda del Nord, nuovo limite dell’UE

È del tutto evidente, e non serve un genio della lampada per capirlo, che un governo conservatore appoggiato dagli unionisti nordirlandesi (e che unionisti!) non possa che essere un pericolo per tutta la politica nordirlandese. Oggi gli irlandesi del nord, in larga parte non vogliono uscire dal Regno né unirsi all’Irlanda. La via secessionista, intrapresa anni fa dalla Scozia, in Irlanda ha difficoltà oggettive a livello politico – bisogna sempre ricordare che non è un processo facilmente ottenibile, che occorrerebbe un voto favorevole referendario in tutta l’isola e che soprattutto Londra deve dare il consenso – oltre che rischi molto forti in termini di violenza. Il Sin Fein ha paventato la possibilità di indire questo referendum durante le elezioni per l’Irlanda del Nord, ma l’ha fatto soprattutto perché terrorizzato dal rischio che Brexit comporti un solco insuperabile fra Ulster ed Eire. L’asse tra Belfast e Londra può avere conseguenze molto rischiose in questo senso, perché rischia di esacerbare lo scontro e condurlo a livelli molto duri. Il pericolo è che l’Irlanda del Nord torni a essere terreno di scontro non soltanto fra nordirlandesi, ma anche un tema politico nazionale e internazionale. Tanto è vero che da Bruxelles sono arrivate parole di miele in caso di scelta secessionista dell’Irlanda del Nord, e da Dublino la richiesta di referendum non sarebbe vista con particolare preoccupazione. Un rischio calcolato per Theresa May? Vedendo i risultati delle elezioni, il rischio che stia di nuovo scegliendo la strada sbagliata non è così remoto.