Rimandato e ritardato da quando nel 2003 fu invaso l’Iraq, il processo Chilcot – che prende il nome dal suo promulgatore Sir John Chilcot – ha finalmente concluso il suo ciclo legislativo, sottolineando nel verdetto finale tutte le colpe e gli scempi del governo Blair nel trattare la questione irachena e, quindi, di Saddam Hussein. Tra i documenti presentati molte righe sono dedicate alla campagna criminale dell’ex primo ministro inglese, che ha deviato l’opinione pubblica facendo credere che il regime di Saddam fosse in possesso di armi di distruzione di massa, cosa che era assolutamente falsa. Critica lineare e complementare a questa è quella mossa al gruppo di intelligence MI6, che, come si trova scritto, non solo ha fornito informazioni che si sono rivelate ingannevoli e travianti, ma che soprattutto non ha cercato di contrastare la folle politica di Blair.

In poche parole i servizi segreti dovevano sapere che l’invasione dell’Iraq avrebbe comportato conseguenze disastrose, senza contare che le motivazioni presentate a favore di questo atto – rivelatosi nefasto per il destino del Medio Oriente – erano totalmente inconsistenti. “Al pubblico venne presentato come certo che l’Iraq possedesse armi di distruzione di massa, cosa che in alcun modo era stata provata”, recitano le parole delle carte del processo. Nei documenti si continua dicendo che le conseguenze dell’invasione dell’Iraq sono state fortemente sottovalutate dal governo inglese, e che a provocare danni maggiori è stata la mancanza di capacità degli inglesi a preparare un’alternativa dopo Saddam Hussein. Invece è stata spodestata una figura che, per quanto diabolica ed esecrabile, manteneva la stabilità nella zona. Una volta deciso di sbarazzarsene, il governo inglese non si è preoccupato di pensare ad una soluzione ed ha lasciato un vuoto di potere che ha gettato il paese nel caos e ha reso il terreno fertile per l’estremismo islamico di cui tutto il mondo è, oggi, inerme testimone. La stessa cosa è accaduta in Libia, quando ai piani alti in Occidente hanno deciso che il regime di Gheddafi non fosse più tollerabile. Oggi la Libia è un paese distrutto che giace nel caos più totale, con decine e decine di tribù rivali che spargono sangue in tutto il paese.

Eppure, il 17 marzo del 2003, il Gabinetto approvò l’ultimatum lanciato dal governo Blair a Saddam, che dava a quest’ultimo 48 ore di tempo per abbandonare il suo paese, allo scadere delle quali l’Iraq sarebbe stato invaso. Kate Hudson, una delle organizzatrici della protesta fuori da Westminster per chiedere giustizia nonché segretario generale del Gruppo per il Disarmamento Atomico Globale, ha arringato ai microfoni dicendo che “la guerra in Iraq è stata un vero disastro; vergognosa perché macchiata dalla menzogna. Se Tony Blair e gli altri politici coinvolti fossero stati onesti fin da subito con i propri cittadini tutto questo non sarebbe mai successo. E’ stato distrutto un paese, milioni di cittadini iracheni innocenti sono stati uccisi, molti soldati britannici sono morti e il terrorismo si è sviluppato e rinforzato in tutto il Medio Oriente. I responsabili devono affrontare la giustizia.” Già, cosa che purtroppo non accadrà mai. Il leader del partito laburista Jeremy Corbyn ha detto che il suo partito comincerà una campagna per chiedere scusa dell’accaduto. Come se la distruzione di un paese e milioni di morti potessero essere dimenticate con un’iprocrita campaign di inaccettabili scuse. Ma ha anche sottolineato che le leggi internazionali non sono né chiare né forti abbastanza per avere validità. Il processo Chilcot, che doveva durare due anni e che invece si è protratto per sette, è concluso con un verdetto scritto in 12 volumi da 2.6 milioni di parole. Un fiume di parole che non basterà mai a perdonare il fiume di sangue che si è visto scorrere in Iraq.