La strada su cui la Turchia si è incamminata negli ultimi mesi sotto la guida del presidente-Sultano Recep Tayyip Erdogan è un cammino costellato di arbitri, desolanti violazioni dei diritti umani, repressioni e sangue, molto sangue. L’attentato che ha colpito una fermata del bus nella centralissima Piazza Beyazit di Istanbul è stato solo l’ultimo di una lunga serie di cataclismatiche violenze che a partire dal luglio scorso hanno seminato il caos nel paese, precipitato nel suo “anno di piombo” dopo la deriva neo-ottomana della politica estera del suo leader, su cui grava la responsabilità di aver portato la Turchia in tre differenti fronti di guerra, come recentemente rilevato dal giornalista de “Il Sole 24 Ore” Alberto Negri, che ha sottolineato un’ulteriore, inquietante risvolto della Turchia contemporanea: “Ogni attentato a Istanbul e in Turchia, quando mancano le rivendicazioni e anche quando ci sono, diventa un mistero, un’inestricabile rebus: anche degli attentati dei mesi scorsi di sicuro ci sono soltanto i tragici bilanci delle vittime ma è assai incerto capire chi sono gli autori e i veri mandanti. La dietrologia è all’ordine del giorno”. In questo clima di continui sospetti e di reiterate fughe di notizie incontrollate, Erdogan è padrone assoluto della dietrologia citata da Negri, della quale non esita a fare uso indiscriminatamente e spudoratamente per tracciare il solco della sua personale politica e incunearsi nella zona grigia dell’informazione per distorcerla a proprio piacimento.

Nell’ultima, recente occasione Erdogan è tornato nuovamente a puntare il dito contro i curdi, le vittime più vulnerabili e i nemici designati della nuova strategia della tensione elaborata a partire dallo scorso luglio da Erdogan, che ha rinfocolato la conflittualità da tempo latente contro il PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan) fondato da Abdullah Ocalan, con il quale era riuscito addirittura a giungere a compromessi in un passato non troppo remoto, e ordinato negli ultimi mesi al suo esercito di bombardare indiscriminatamente le città curde nel sud-est del paese, molto vicine al Rojava siriano e al Kurdistan iracheno che godono di condizioni di autonomia de facto e a loro volta vedono le loro aree di confine frequentemente inclusi nel raggio d’azione operativo delle forze armate di Ankara. Nell’ottica del progetto neo-ottomano di Erdogan, i curdi rappresentano un ostacolo ben più rilevante di quanto farebbe pensare la semplice analisi della dimensione della loro popolazione, delle risorse e delle forze che sono in grado di dispiegare sul terreno i variegati gruppi militari facenti riferimento alla loro etnia: disseminata tra Turchia, Iran, Iraq e Siria, la più grande nazione senza stato del pianeta (25 milioni di persone) è infatti depositaria di una cultura di lotta politica, ambizione all’indipendenza e, in generale, di un attivo dinamismo che stride con le velleità del Sultano di Ankara di centralizzare e compattare le componenti del suo dominio per realizzare un progetto a cui è molto più funzionale lo sfruttamento delle tradizionali frizioni etniche, tribali e sociali che animano il Medio Oriente. Erdogan sembra dunque aver sviluppato di conseguenza un certo grado di insofferenza e timore verso i curdi, divenuti bersaglio di primo piano. Nella sporca guerra dell’esercito turco contro i curdi residenti all’interno e all’esterno dei confini statali si palesano al massimo livello il doppiogiochismo e la spregiudicatezza propri della personalità del Sultano, che su questo terreno riesce a superare addirittura il cinismo che dimostra nel suo approccio alla questione siriana, nella quale risulta nello stesso tempo in guerra contro il sedicente Califfato e contrapposto ferocemente ai lealisti del regime di Assad. Le violenze indiscriminate cui sono sottoposte la popolazione curda avvengono infatti in un contesto di indifferenza pressoché totale, di fronte alla cinica freddezza di una comunità internazionale che sa benissimo quanto stia accadendo a Diyarbakir e nelle altre città del Kurdistan ma tace, essendo oramai stato messo in scacco da un Erdogan che nonostante ripetute tensioni e continue conflittualità ha buttato nelle sue trattative diplomatiche con i partner europei e gli alleati della NATO tutto il peso della rilevanza geopolitica della Turchia, vero e proprio decisore e portavoce delle strategie dell’Alleanza Atlantica in Medio Oriente.

Il rinnovato attivismo del PKK ha mese dopo mese incrementato l’impiego delle forze turche nella regione, ora attivamente supportati dagli F-16 e F-4 Terminator dell’aviazione che nelle ultime settimane hanno aumentato le missioni di bombardamento e attacco al suolo nel confine tra Siria, Turchia e Iraq. La tattica di logoramento messa in atto dal PKK, che prosegue a colpire ripetutamente le guarnigioni militari e le forze di sicurezza dispiegate da Ankara con imboscate, attacchi asimmetrici e attentati dinamitardi, ha sinora riscosso successi solo marginali e di certo non aggiungono alcunché di profittevole al raggiungimento della causa autonomista curda. A maggior ragione, questo discorso vale per le rivendicazioni e i sospetti riguardanti i diversi attentati che hanno sconvolto le principali città turche, dato che proprio gli attacchi dinamitardi sono stati più volte presi a pretesto dal governo per imporre un nuovo giro di vite alla strategia interventista in territorio curdo. Singolare è anche la divisione del fronte militare curdo, tripartitosi nei diversi scenari di Turchia, Siria e Iraq in formazioni che, nonostante si dichiarino formalmente in lotta per cause simili, perseguono sul campo obiettivi differenti con mezzi antitetici tra loro. Dal punto di vista pratico, le differenze tra il PKK e le formazioni ben più organizzate dei Peshmerga curdo-iracheni sono notevoli, così come la direzione principale degli sforzi, che nel caso di questi ultimi si sono sempre rivolte verso il contrasto delle formazioni miliziane islamiste e dell’ISIS nel centro dell’Iraq. Esse sono ancor più vistose di quelle che separano la formazione fondata da Abdullah Ocalan dalle YPG (“Unità di Protezione Popolare”) del Rojava, il Kurdistan siriano che pure è riuscito a mettere in piedi un’entità parastatale funzionante ispiratasi ai principi del confederalismo democratico enunciati da Ocalan nell’occhio del ciclone della tempesta mediorientale. Nel quadro generale, le contrapposizioni politiche tra i curdi del Rojava e i curdo-iracheni sono state indirettamente sfruttate da Erdogan che ha così mano libera per concentrarsi sul contenimento delle aspirazioni del PKK e sulla repressione dell’autonomismo curdo all’interno dei confini turchi senza per questo incorrere nel rischio di ritrovarsi costretto a fronteggiare una coalizione curda unitaria.

 La dimensione di vera e propria guerra civile che sta assumendo il conflitto asimmetrico tra l’esercito turco e i gruppi insurrezionali curdi è dimostrata dal continuo coinvolgimento della popolazione civile nelle violenze incrociate che da quasi un anno martoriano le città del Kurdistan turco; il 3 giugno sul sito del “Corriere della Sera” sono stati pubblicati alcuni filmati registrati dal deputato Faysal Sariydiz, esponente del Partito Democratico del Popolo (HDP), principale formazione politica filo-curda rappresentata al Parlamento di Ankara, nei quali sono riportate le violente operazioni condotte nel marzo scorso dall’esercito turco al fine di stanare le forze del PKK dall’area circostante la città di Cizre, che in quelle ore viveva le fasi culminanti di un vero e proprio assedio durato 79 giorni. La morte di oltre 250 civili nel corso della battaglia combattutasi in città e nei suoi dintorni rappresenta un’atrocità commessa arbitrariamente dall’esercito turco, passata tuttavia sotto traccia per mesi nelle agende delle cancellerie internazionali, sempre repentine a chiudere gli occhi e a negare a più riprese la realtà di una guerra che ha molti tratti in comune con le incursioni offensive compiute negli ultimi anni dallo Tsahal, l’esercito israeliano, nella Striscia di Gaza. Cizre, Diyarbakir e le altre città curde sono state colpite due volte in maniera veemente, e dopo aver udito il rombo dei cacciabombardieri, il boato degli obici d’artiglieria e il crepitio delle mitragliatrici hanno visto nuove ferite inferte da un silenzio generale rivelatosi assordante. I morti di un conflitto partito come guerra a bassa intensità e pian piano accresciutosi con un processo di autoalimentazione superano, a quasi un anno dallo scoppio, superano sicuramente le 6000 unità tra soldati turchi, miliziani curdi e civili uccisi; il velo di segretezza e il manto di omertà con cui Erdogan è riuscito a occultare la questione rendono difficili analisi complete sulla reale situazione delle forze in campo, che tuttavia in questi mesi sembra essere improntata a un sostanziale scacco reciproco tra esercito turco e miliziani curdi: il primo continua a mantenere una forza offensiva significativa, di certo non molto scalfita dalle perdite notevoli che il PKK gli ha imposto con le sue azioni asimmetriche e i secondi più volte sono stati messi in difficoltà e stanati dalle loro roccaforti dagli attacchi dei turchi, che tuttavia non hanno ancora conquistato una vittoria definitiva. Nel complesso, tutto ciò si riflette in oneri ancora maggiori per la popolazione civile, destinata a subire ulteriori salassi di vite umane e a patire nuove insopportabili sofferenze nel corso delle prossime settimane.

Nell’approccio alla questione curda si possono rilevare tutte le caratteristiche principali che contraddistinguono la progressiva deriva autoritaria di Recep Erdogan e la svolta imposta da questi alle politiche del governo turco; proprio perché il vero volto di un regime sempre più autocratico si sta mostrando apertamente tra le macerie delle città curde a Erdogan preme molto di mantenere la cappa di segretezza che grava sulla sua sporca guerra. La decisione recente di privare dell’immunità parlamentare i deputati turchi rientra nella logica di egemonia totale perseguita dal presidente, che con questa mossa punta a mettere completamente a tacere la voce di dissenso rappresentata dall’HDP e dalle forze politiche che si raccolgono attorno ad esso. Continuando ad alimentare focolai di tensione e ad appiccare veri e propri incendi come quello che sta consumando il Kurdistan turco, il piromane Erdogan spera di poter forgiare al termine delle sue guerre private contro i nemici esterni e gli oppositori interni una versione rinnovata dell’Impero Ottomano, capace di garantirsi la supremazia sulla regione Medio Orientale. I fatti raccontano una realtà molto differente: quella di uno scacchiere completamente sconvolto, dove conflitti intestini e conflitti sovrannazionali si fondono in un groviglio di trame, violenze e ambiguità che sta pregiudicando ogni possibilità di ripresa per un Medio Oriente oggetto di troppe strategie contrapposte, nonché impedendo di trovare una soluzione definitiva alle problematiche della nazione curda, popolo senza Stato la cui componente turca paga dazio, più che per la presenza del PKK, per il suo ruolo simbolico di baluardo alle velleità neo-ottomane del presidente turco.