Il 21 e il 22 ottobre il Presidente del Consiglio Matteo Renzi sarà a Bruxelles per il vertice del Consiglio Europeo, un incontro nel quale tenterà di promuovere la rimozione delle sanzioni alla Russia o, quantomeno, una loro attenuazione e messa in discussione. Si tratta di un obiettivo importante per il governo, la cui finestra di opportunità è ridotta però unicamente alle prossime settimane poiché Hillary Clinton, le cui posizioni di fermezza rispetto a Mosca non saranno certo scalfite dagli interessi italiani, sarà fuori dalla Casa Bianca (a meno di un improbabile ribaltone) soltanto fino a gennaio. La posizione italiana rispetto alla Russia è stata infatti caratterizzata da un delicato equilibrio tra la necessità politica di mantenere la coesione euro-atlantica e quella strategica di conservare i canali di comunicazione con il Cremlino. Non è un caso che Renzi abbia incontrato nel 2016 il Presidente Putin già in quattro diverse occasioni. Sebbene infatti la politica energetica sia stata riorientata verso il bacino Mediterraneo e africano, al tempo stesso un grande capitale diplomatico è stato speso per rivitalizzare la rotta meridionale del gas russo con un memorandum di intesa tra EDISON, Gazprom e la greca Depa nel febbraio 2016. A fine 2014 infatti, Putin ha cancellato il progetto South Stream e nel settembre successivo ha firmato per l’ampliamento di Nord Stream, decisioni che hanno determinato un riposizionamento della politica energetica italiana. Il timore di Roma di vedere danneggiata la propria competitività economico-industriale in favore di un monopolio tedesco sul transito di gas russo, ha segnato la necessità di una ricollocazione che ha guardato con più favore al bacino Mediterraneo e dell’Africa Subsahariana e un avvicinamento ai paesi dell’Europa centro-orientale, come la Polonia, poco favorevoli a una politica estera tedesca eccessivamente vicina a Mosca.

Tuttavia, in modo assai pragmatico, Roma non condivide appieno le paure russofobe del Baltico e accanto alla diversificazione delle fonti, che ha riguardato anche il rilancio della Trans Adriatic Pipeline (TAP) sul Caspio con il rafforzamento dei rapporti bilaterali in Azerbaijan e in Iran, ha spinto anche per mantenere saldi i rapporti con la Russia. Le sanzioni hanno infatti avuto un duro effetto sulle esportazioni italiane a cui però si deve aggiungere la spirale recessiva dell’economia russa che, soprattutto in campo agroalimentare, ha registrato paurosi segni negativi, oltre ad un crollo del valore del rublo. L’obiettivo principale del governo Renzi rimane quello di garantire la sicurezza energetica italiana e questo spiega, oltre alle politiche di diversificazione (tra cui l’inedito dinamismo delle relazioni con Pechino, tornata al centro degli interessi strategici italiani), anche un certo atteggiamento accondiscendente nei confronti della Turchia, paese essenziale per il completamento del Corridoio Sud e della Trans Anatolian Pipeline.

Le vie del gas russo in Europa, considerati i progetti ostacolati dalle politiche di diversificazione dell'UE

Le vie del gas russo in Europa, considerati i progetti ostacolati dalle politiche di diversificazione dell’UE

A tale esigenza si accompagna anche la consapevolezza che la Russia è un partner essenziale per la lotta al terrorismo internazionale, per l’attuazione dell’accordo sul nucleare iraniano (da cui dipende il rilancio dei rapporti bilaterali politico-economici con l’Iran) e per la gestione della crisi libica in sede onusiana. Inoltre creare un bilanciamento rispetto ai rapporti Berlino-Mosca, che abbia come forza centrifuga il ruolo dell’Italia, potrebbe essere in linea anche con gli interessi americani e stemperare le paure di un indebolimento dell’architettura di sicurezza europea, sacrificata per favorire la politica estera tedesca. Lo spiegamento recente di un battle group della NATO sul Baltico, con l’invio simbolico anche di 140 militari italiani, è infatti il risultato del sollevamento da parte di Estonia, Lettonia, Lituana e Polonia di una questione di principio di sussidiarietà della presenza atlantica. Riuscire dunque a convincere i partner europei ad allentare le sanzioni o a ricorrere a differenti strumenti di compellence per il controllo del rispetto degli Accordi di Minsk, è per Matteo Renzi un obiettivo importante ma che ha contro, come detto, il probabile insediamento di Hillary Clinton alla Casa Bianca e un certo clima di ostilità e marginalizzazione tra gli stessi paesi UE.

Connessa alla volontà di rivedere le sanzioni contro Mosca è ovviamente la crisi in Libia, l’emergenza migratoria e il terrorismo internazionale. In ognuno di questi teatri, il Presidente del Consiglio ha dovuto cercare il punto di equilibrio tra la cooperazione e gli interessi contrapposti di alleati che, tutt’al più, possono essere definiti competitori e non certo amici. Nel giro di due anni Renzi ha dovuto sostenere l’impegno di una difficile missione navale nelle acque del Mediterraneo per salvare i migranti e tentare di intaccare la rete e i mezzi degli scafisti lungo la rotta del Canale di Malta. Sebbene costi e mezzi siano stati più o meno ripartiti con altri partner europei, la direttrice politica per una soluzione condivisa del problema è stata lasciata cadere nel vuoto e questo ha provocato reazioni gelide di Palazzo Chigi. La crisi libica è infatti uno di quegli eventi su cui si consolidano le leadership o le si perdono, sebbene Roma abbia sempre tentato di tenere sotto tono la questione e l’opinione pubblica italiana sia scarsamente interessata alle problematiche di politica estera. Ma il fronte per il premier è quadruplo: c’è quello diplomatico tra Bruxelles, Washington e le Nazioni Unite, quello interno dell’opinione pubblica circa la possibilità di un intervento armato, quello militare e infine quello del rapporto con i partner europei, soprattutto Francia e Regno Unito. L’azione diplomatica del governo per ottenere il sostegno degli Stati Uniti si è scontrata con la richiesta dello Studio Ovale di iniziare a bombardare le postazioni dello Stato Islamico in Iraq e di aumentare le truppe lì presenti, soprattutto carabinieri. Roma ha preso tempo, concedendo l’uso della base di Sigonella per operazioni con i droni americani in Libia dove la strategia di Washington è quella di sostenere politicamente l’unità del governo al-Serraj e militarmente di attaccare l’ISIS decapitandone la struttura di comando con targeted killing. Allo stesso tempo, dopo gli attentati di Parigi del 15 novembre scorso, è stato varato dal Consiglio dei Ministri un decreto antiterrorismo che consente al Presidente del Consiglio, responsabile ultimo dell’azione dei servizi di sicurezza, di dispiegare dispositivi di Forze Speciali per operazioni sotto il cappello dell’intelligence; un bastone appuntito svincolato dalle lungaggini parlamentari (il cui controllo è garantito comunque dal COPASIR) e sufficientemente in ombra da non mettere l’Italia sotto la lente del terrorismo.

La guerra che sta combattendo Matteo Renzi è infatti un sottile gioco da funamboli tra teatri apparentemente sconnessi. In Iraq la presenza militare italiana ha raggiunto quasi le 1000 unità all’interno dell’Operazione Prima Parthica, dislocate tra Erbil, Baghdad, Mosul e il Kuwait, da cui partono i caccia Tornado in assetto da ricognizione e i droni con funzioni di spionaggio e individuazione bersagli. La presenza italiana è frutto di una specifica richiesta del governo di Baghdad e i nostri militari si stanno occupando dell’addestramento dell’esercito iracheno e delle milizie curde, oltre ad assolvere un impegno di prossimità alla zona di guerra con un dispositivo di 400 uomini per la difesa della diga di Mosul. La ristrutturazione di quest’ultima, affidata ad una società italiana con un contratto di 273 milioni di euro, è un obiettivo importantissimo poiché fonte idrica della regione di Baghdad, ed è per questo anche estremamente interessante agli occhi delle milizie del Califfato. Il coinvolgimento italiano, iniziato nel 2014 con l’invio di armi ai peshmerga curdi, si sta facendo quindi più consistente, anche con la presenza di distaccamenti di forze speciali e funzionari dell’AISE. Nonostante il grande dispiegamento di uomini e mezzi, Renzi ha più volte fatto capire di non essere intenzionato ad ordinare bombardamenti contro l’ISIS né ad essere coinvolto militarmente nel teatro siriano; una decisione da non interpretare unicamente come calcolo militare (cioè quali obiettivi bisognerebbe colpire e per quale scopo) ma soprattutto come scelta ponderata di non provocare reazioni del terrorismo come avvenuto in Francia. Si è preferito così puntare sulla carta diplomatica regionale, rafforzando i rapporti di amicizia con la Giordania di Re Hussein e mantenendo il ruolo italiano in Siria all’interno della cornice dei negoziati di Ginevra, con iniziative principalmente umanitarie, di tutela del patrimonio artistico e di attiva partecipazione nel processo di smantellamento dell’arsenale chimico di Assad. Non aver ceduto sull’Iraq significa aver dovuto dare qualcosa in cambio ed è assai probabile che si tratti del rinnovo della presenza italiana in Afghanistan oltre il 2016, con un contingente di 950 uomini e la responsabilità del settore occidentale. Il teatro euroasiatico è infatti per gli americani irrinunciabile al momento ma la strategia di Resolute Support, quella dell’afghanizzazione della contro-guerriglia e di un light-footprint americano, non può funzionare senza il supporto di altri partner come appunto Italia e Germania. Questo potrebbe spiegare il perché del perdurare della presenza italiana in un teatro operativo che il governo sta progressivamente abbandonando, in linea con la riflessione presentata all’ultimo Consiglio Supremo di Difesa di riorientare l’azione italiana al bacino euro-mediterraneo rispetto a quello euro-atlantico.
La diplomazia americana sulla Libia continua però ad avere il freno a mano tirato e non è disposta a sobbarcarsi la responsabilità di interventi più incisivi, fattore che se da un lato permette all’Italia di rafforzare la sua posizione e i suoi interessi, dall’altro la lascia priva di un sostegno concreto e quindi con la necessità di cercare nella partnership con la Russia la sponda di cui ha bisogno nel Consiglio di Sicurezza.

Nella regione nord-africana gli interlocutori più importanti, per via dei loro contatti diretti con il governo di Tobruk, sono ovviamente gli egiziani e, poco dopo l’arrivo a Palazzo Chigi, Renzi cominciò subito a coltivare un rapporto stretto con il generale al-Sissi, una mossa che avrebbe permesso di mettere a freno le ambizioni francesi in Cirenaica e il supporto parigino al generale Haftar. Marco Minniti, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio e autorità delegata per la sicurezza della Repubblica, secondo Marco Damilano uno degli uomini più importanti nel governo (su alcuni dossier anche più del Ministro degli Esteri e della Difesa), consegnò in prima persona una lettera personale di Matteo Renzi al Presidente al-Sissi. Il rapporto con il Cairo, anche in seguito alla scoperta del giacimento Zohr da parte dell’ENI, aveva assunto così una importanza fondamentale nella politica governativa per la soluzione della crisi libica. Purtroppo però anche i piani più assennati hanno le loro brusche frenate e in questo caso il raffreddamento dei rapporti tra l’Italia e l’Egitto si è avuto in seguito alla morte di Giulio Regeni, probabilmente perito nelle mani del brutale apparato di sicurezza egiziano. L’evento è stato troppo grave per poterlo seppellire sotto la logica della real politik e di questa breccia nei rapporti italo-egiziani ne ha approfittato la Francia che, se pubblicamente sostiene il governo di unità nazionale di al-Serraj, sotto banco negozia con al-Sissi e il generale Haftar per il controllo della Cirenaica e dei confini con Niger e Ciad. Se l’Italia aprisse infatti nuovamente all’Egitto questo significherebbe sostenere indirettamente le posizioni di Haftar e di Tobruk, cosa che renderebbe nullo il grande lavoro diplomatico fatto per riconoscere il governo di al-Serraj a Tripoli. A fronte poi del recente tentativo islamista di imporre con un colpo di mano il vecchio governo, una manovra simile potrebbe essere solo che nociva.

La crisi libica rimane quindi per il Presidente Renzi la questione più delicata, per certi versi più importante anche del contrasto all’ISIS, obiettivo invece che per americani, inglesi, francesi (e in parte anche tedeschi) è la priorità. In questo senso la Libia è stata relegata a problema regionale, in cui la presenza jihadista è frutto di infiltrazioni per emulazione della casa madre siro-irachena e che quindi richiede, al massimo, attacchi selettivi a leader emergenti per disarticolarne la forza aggregativa sul territorio. Questo scarso interesse euroamericano (solo superficiale per quanto riguarda Parigi e Londra) ha indotto l’Italia a farsi carico della responsabilità di una eventuale operazione militare, qualora richiesta dal governo libico e autorizzata dalle Nazioni Unite, sia per compiti addestrativi, di supporto, che eventualmente di sostegno logistico-operativo contro le milizie ribelli e jihadiste. Lo Stato Maggiore della Difesa avrebbe studiato diversi piani al riguardo i quali sarebbero stati sottoposti all’attenzione americana che, in osservanza a quanto appena detto, avrebbe risposto spallucce, essendo più interessati ad un uso congiunto di intelligence e droni. Francia e Regno Unito, al contrario, starebbero lavorando alacremente con la presenza delle loro unità di forze speciali sul territorio in assistenza delle truppe di Haftar, interessate ad assicurare il controllo dei terminali petroliferi che da Ras Lanuf guardano verso l’interno del paese. Se da un lato infatti i competitori sono Downing Street, l’Eliseo e Palazzo Chigi, dall’altro ci sono certamente British Petroleum, Total ed ENI. La crisi libica è resa inoltre assai gravosa dal rischio conclamato che corrono i nostri militari, gli agenti segreti, i funzionari della Farnesina in missione e i numerosi italiani all’estero, considerati nel mondo dei sequestratori una merce pregiata. Proprio in Libia sono stati recentemente rapiti altri due connazionali per cui sono stati chiesti 14 milioni di euro di riscatto, in caso contrario saranno ceduti a qualche cellula di al-Qa’eda o dei ribelli ex-gheddafiani, pronti per una decapitazione pubblica o una pallottola in testa. È questa, in definitiva, insieme all’emergenza del terremoto di Amatrice e dei suoi sfollati, la vera guerra che deve affrontare Matteo Renzi. E non saranno certamente il dissenso della minoranza del suo partito o gli emendamenti all’Italicum a tenere sveglio il Presidente del Consiglio durante la notte.