L’Iraq è diventato negli ultimi anni il laboratorio per sperimentare un nuovo tipo di guerra, che sfrutta la superiorità tecnologica, informativa e logistica degli eserciti occidentali ma combatte per mezzo di unità e personale locale. Personale addestrato nelle retrovie e supportato da operazioni di forze speciali e targeted killing. Questa guerra è figlia della non disponibilità delle opinioni pubbliche occidentali a sopportare vittime tra i propri soldati e a sostenere una guerra convenzionale, anche in termini giuridicamente formali. Sebbene questa phoney war del XXI secolo abbia impiegato diverso tempo per essere rodata, attualmente sul fronte iracheno ha raggiunto una sua proporzionale funzionalità. Secondo la CNN, dichiarazioni del Comando Congiunto Interalleato e del governo di Baghdad, a marzo 2016 sarebbero stati lanciati più 11.000 attacchi aero-navali su 22.000 obiettivi che comprendono depositi di armi e munizioni, centri di comando, depositi e centri di estrazione petrolifera, carrarmati, unità mobili di fanteria e artiglieria. La sinergia tra le offensive di terra irachene e quelle aeree della Coalizione è migliorata con il completamento delle fasi addestrative di 6 Brigate, chiamate “Mosul counterattack Brigades”, che hanno fornito il contributo più importante nella conquista di Ramadi. Numerose unità sono poi state spostate verso nord e amalgamate con reparti di SOF angloamericani che stanno avanzando verso la valle dell’Eufrate. Il dominio aereo garantito dalla Coalizione ha permesso di colpire lo Stato Islamico più duramente di quanto fatto in passato non per supplementi di truppe e mezzi, ma per aver convinto le forze di terra di Baghdad e i comandanti di compagnia e plotone iracheni a richiedere supporto aereo ravvicinato prima delle offensive. Con uomini sul terreno che illuminano gli obiettivi di prossimità, le forze aeree alleate sono state in grado di colpire con precisione depositi di petrolio, armi e munizionamenti, banche, impianti per la costruzione di bombe, trasporti e leader locali. La campagna aerea, rifornita di obiettivi illuminati da forze sul terreno e quindi con bersagli a valore immediato e non più palazzi vuoti o ponti in disuso, ha garantito negli ultimi mesi una corposa emorragia di risorse disponibili per lo Stato Islamico.

L’organizzazione di al-Baghdadi, infatti, non ha più lanciato campagne militari da maggio 2015 quando aveva conquistato Palmira e Ramadi. Da allora l’ISIS è stato costretto ad una estenuante e difficile opera di consolidamento dei propri porosi artificiali confini e a respingere l’avanzata delle truppe lealiste siriane e di quelle irachene. Gli attacchi ai pozzi petroliferi, alle vie di comunicazione e ai depositi di denaro hanno inoltre costretto i miliziani ad alzare le tasse sulla popolazione e ridurre gli stipendi ai combattenti. Unito all’incremento di perdite tra le proprie fila, tutto ciò sta abbattendo il morale dei miliziani e riducendo il numero di arruolamenti mentre è in costante crescita quello di diserzioni. Inoltre bisogna ricordare come il baricentro degli interessi dell’ISIS stia virando verso il Califfato libico di Derna con lo spostamento di risorse, asset e uomini. La dichiarazione di Baghdad secondo cui la riconquista di Mosul è iniziata sembra comunque eccessivamente prematura, sebbene le forze alleate potrebbero essere in grado di prendere a breve l’aeroporto di Qayyarah a ovest del fiume Tigri che rappresenterebbe un punto logistico avanzato da cui lanciare una vasta offensiva nella valle dei due fiumi. Nonostante la guerra contro l’ISIS abbia registrato quindi notevoli progressi, sono numerose le criticità che rischiano di far ottenere a Baghdad una vittoria di Pirro. Numerosi disertori dello Stato Islamico stanno infatti confluendo all’interno delle Brigate sunnite Hashd ash-Shaabi e il primo ministro al-Abadi sta lottando aspramente per impedire una “libanizzazione”, in buona parte già avvenuta, dell’Iraq ad opera delle milizie sciite di Moqtada al-Sadr. Esattamente come durante l’invasione del 2003 o i bombardamenti sulla Libia del 2011, né il Comando Interalleato né il governo di Baghdad hanno preparato una Fase IV successiva alla sconfitta dello Stato Islamico. Decapitata l’Idra è assai probabile che possano spuntare altre teste e la definitiva vittoria irachena si avrà solamente nel momento in cui tutto il territorio del paese sarà tornato sotto il controllo del governo; tutto ciò non può aver luogo senza passare per un processo di ricostruzione economico-sociale, lotta alla disoccupazione, alla corruzione e alla formazione durevole di un compiuto processo di state-building.

Numerosi studiosi e analisti, come Kenneth Pollack, hanno evidenziato che la debolezza strutturale dell’ISIS potrebbe portare ad una sua implosione anche prima della conquista di Mosul. In questo caso le conseguenze, in assenza di una progettata Fase IV, potrebbero essere assai catastrofiche generando un effetto di ebollizione della polveriera etnica e delle richieste curde. Gli aspetti puramente tattici della campagna militare sembrano finalmente aver raggiunto una loro maturità tale da garantire una buona funzionalità sul campo di battaglia. L’integrazione tra Combined Joint Task Force “Inherent Resolve” e Comandi Alleati ha permesso di sfruttare al meglio l’impatto del potere aeronavale occidentale, delle Forze Speciali e delle azioni dirette sul terreno con il parzialmente ricostruito Esercito dell’Iraq, addestrato e armato con standard migliori dei precedenti. Ma l’assenza di un chiaro quadro politico-strategico, come detto, rischia di influire negativamente sugli sforzi del popolo iracheno spingendo il governo nell’isolamento e sancendo il definitivo smembramento del paese. La forza degli interessi iraniani e del clero sciita nel sud potrebbero spingere Teheran a rafforzare le milizie di Moqtada al-Sadr per creare un Hezbollah iracheno che riequilibri la forza che acquisirebbero nel nord i gruppi sunniti dopo la sconfitta dell’ISIS. Gli sforzi di al-Abadi verrebbero vanificati fino a costringerlo probabilmente alle dimissioni e la stabilità verrebbe ricercata in un delicato e pericoloso limbo politico-istituzionale che permetterebbe all’Iran di assicurarsi il controllo petrolifero del meridione mentre i suoi emissari a Baghdad tenterebbero di porre un freno alle ambizioni sunnite e degli ex Ba’ath che non si sono mai rassegnati alla perdita del potere dopo l’invasione del 2003. Una disperata soluzione, avanzata da consiglieri militari e da parte dell’entourage del primo ministro al-Abadi, sarebbe quella di reintrodurre la coscrizione militare obbligatoria per strappare larghe fasce giovanili alla disoccupazione e alla vertigine della radicalizzazione, restituire un posto ad ex ufficiali arrabbiati e scongiurare per quanto possibile la creazione di un Hezbollah iracheno cooptandone gli uomini nei ranghi delle forze armate. Ma anche questa opzione rappresenta più incognite che certezze alla luce dell’assenza di strategie di lungo periodo oltre la distruzione dello Stato Islamico la quale, alla fine, potrebbe essere nient’altro che una vittoria di Pirro.