La situazione in Ucraina orientale sta rapidamente deragliando verso il punto di non ritorno. Parafrasando un celebre aforisma di Von Clausewitz si potrebbe dire, in questo caso, che la politica sia la prosecuzione della guerra con altri mezzi e la diplomazia serve a poco quando non rimane più nulla su cui mediare. La visita lampo di Hollande e Merkel a Mosca – l’ennesimo schiaffo in faccia all’inutile lady PESC Mogherini – è indice di come gli avvenimenti stiano prendendo una piega sempre più tragica e, come in una reazione a catena, una volta che i reagenti sono venuti a contatto è impossibile bloccarne la trasformazione.

Le ultime settimane hanno certificato quello che già si vedeva sul campo: l’esercito ucraino è allo sbando – militare, psicologico, logistico – e, al di là dei proclami retorici, a Kiev si rendono benissimo conto di come una decisa spallata dei separatisti in direzione di Mariupol troverebbe spalancata un’autostrada in direzione di Odessa. Poroschenko e il suo esecutivo dopo aver provato in tutti i modi – con i false flag dell’aereo della Malaysian Airlines e le ripetute denunce di invasione da parte dell’esercito russo che i passaporti, pateticamente sventolati durante la conferenza stampa dell’altro giorno, dovrebbero provare – a compattare l’opinione pubblica domestica e internazionale, si è trovato a dover bloccare i suoi cittadini dall’uscire dal Paese; tanto è forte l’avversione per questo conflitto e alto il numero di diserzioni, defezioni e renitenze alla leva. Gli stessi falchi di Washington devono essere rimasti sgomenti innanzi alla perdita dell’aeroporto di Donetsk, l’avanzata verso Artyomovsk e l’accerchiamento di Debaltseve. Per la prima volta, infatti, parlano apertamente di rifornire Kiev con armi pesanti – lo stesso motivo per il quale sono state imposte le sanzioni a Mosca – e questo è bastato per mettere in serio allarme le cancellerie europee.

Se la Casa Bianca rifornisse direttamente Kiev, Mosca la prenderebbe come una vera e propria dichiarazione di guerra per procura. Ricomincia quindi il valzer della diplomazia – con Germania e Francia ora in prima fila tra i meno ostili a Mosca -, ma anche con tutta la buona volontà del caso, è difficile trovare un accordo quando i due contendenti si ritrovano ormai con le spalle al muro e il terzo – gli USA – soffiano sul fuoco. Pare che al vertice si sia discusso sulla bozza di progetto che Putin stesso aveva mandato in segreto a Parigi a gennaio; sul tavolo ci sono sempre gli stessi nodi: status autonomo speciale per il Donbas, riconoscimento del referendum della Crimea, caschi blu d’interposizione e chiusura delle frontiere monitorate dall’OSCE. Tutti punti impossibili da realizzare finché il governo di Kiev – spalleggiato dalla “Lega del Nord” – rigetta in toto la forma federale e, soprattutto, porta avanti il mantra de “l’inviolabilità dei confini europei”; tra l’altro disattesa nell’ex-Jugoslavia e in occasione dell’indipendenza del Kosovo.

Si prosegue dunque con l’assoluta incomprensione tra Washington e Mosca su quali siano le “linee rosse” da non oltrepassare e su cosa si possa mediare senza che nessuno perda troppo la faccia. Nel frattempo la guerra prosegue serrata su tutti gli altri fronti: dal prezzo del petrolio volutamente basso al conflitto siriano, dal dossier sul nucleare iraniano allo scudo missilistico globale. Proprio quest’ultimo è il pericolo maggiore per la stabilità: se durante la Guerra Fredda lo stesso concetto di deterrenza derivava dalla razionale consapevolezza che uno strike atomico avrebbe provocato la reciproca distruzione, il dislocamento del nuovo sistema antimissile globale nell’est Europa e in Corea del sud desta non poche preoccupazioni nei russi e nei cinesi. Quest’arma tatticamente difensiva, scardinando completamente i rapporti di forza tra le potenze, assume a livello strategico una chiara funzione aggressiva. Una sorta di “impunità” – tutta ancora da verificare – che consentirebbe di tenere sotto scacco le due potenze atomiche.

Nel frattempo la Russia prosegue con la sua politica di accordi bilaterali – Putin ieri era al Cairo – per scardinare l’egemonia del dollaro e utilizzare le valute locali negli scambi tra i due Paesi. La Russia fornisce infatti il 40% del grano all’Egitto e importa la frutta e la verdura a sostituzione di quella bandita dell’Unione Europea. Con buona pace della Merkel e di Hollande, la strada della soluzione diplomatica non passa per Kiev né per Minsk, tantomeno per Parigi o Berlino; finché a Washington e nella “Lega del Nord” si ragiona per “o la va o la spacca”.