È bene ricordare che chi rinunciò alla propria moneta per adottare l’euro, ha accettato consapevolmente di cedere la propria sovranità per poter avere moneta. Non solo sovranità monetaria ma anche politica: per poter ottenere moneta devi emettere titoli di stato da vendere sul mercato, e per questo devi renderti appetibile. Ricordate Berlusconi nel 2011? Non era più appetibile perché si rifiutò di seguire i diktat imposti dalla BCE con la lettera del 4 Agosto. Cosa accadde? I “mercati”, speculatori finanziari privati, smisero di comprare i titoli Italiani. Lo spread, che indica quanto uno stato rischia di fallire, arrivò a quota 575, ossia gli interessi sui titoli di stato Italiani erano circa del 7,75% (un’infinità). Berlusconi si dimise e Giorgio Napolitano nominò un governo tecnico capeggiato dal bilderbergiano Mario Monti. A lui seguirono poi Enrico Letta e Matteo Renzi, che si finsero più politici di Monti, più umani, più compaesani. Da Monti in poi si sono sempre seguite ubbidientemente le regole e le riforme imposte dalla troika, e lo spread è costantemente diminuito perché i mercati si fidano di più dell’Italia. Ciò rappresenta al meglio come funziona quest’unione monetaria: lo spread funge da cappio al collo. Fai quello che vogliamo noi? Ti facciamo respirare. Vuoi fare quello che vuoi? Smettiamo di comprarti i titoli e il nodo si stringe. A prova di quanto ciò sia criminale e dannoso basti pensare che uno stato che si rifornisce sui mercati privati vende titoli che ovviamente hanno un interesse (altrimenti nessuno li comprerebbe). Quando i titoli scadono gli interessi vanno pagati: ma quegli interessi non esistono, nel senso che io Stato dove prendo 102 se voi, speculatori privati, cinque anni fa mi avete dato 100? Ed ecco che quindi si emettono altri titoli per ripagare gli interessi. Quando questi scadranno ecco che puntualmente verranno emessi altri titoli, e così via fino a ché non si uscirà dalla gabbia del debito.

Che c’entra la Grecia in tutto questo? Il programma del neo presidente Alexis Tsipras si è basato, e si basa, su due punti fondamentali: audit del debito pubblico, rinegoziazione degli interessi e sospensione dei pagamenti da un lato, e finanziamento diretto dello stato da parte della BCE senza passare per ulteriori intermediari bancari dall’altro. Punti che hanno fatto illuminare gli occhi al popolo greco, che ha visto in Syriza una possibilità di cambiamento radicale ma non estremo. Il fatto però è molto semplice: per attuare queste riforme serve l’accondiscendenza della troika. E se questa si rifiuta? C’è la necessità di un Piano B, o meglio di un Piano D: default.

Il 12 Maggio la Grecia dovrà restituire 765 milioni di euro ai propri creditori, una cifra non indifferente superiore ai 450 milioni che restituì quasi un mese fa, con non pochi problemi. I dialoghi tra Varoufakis e il FMI avanzano molto lentamente verso il raggiungimento di un compromesso tra le riforme che vuole il governo e quelle che vogliono gli organismi sovranazionali. Compromesso che se non sarà raggiunto sarà seguito dal default e dal ritorno alla dracma (e comunque questo scenario presentatoci apocalittico non è sicuramente per il 12 Maggio). Il fatto è un altro: Varoufakis chiese l’aiuto dell’economista Warren Mosler, teorizzatore della Modern Monetary Theory, ma poi si affidò a Jamie Galbraith, un keynesiano, un riformista. Il governo si è appoggiato all’istituto finanziario Lazard, residente a New York che vanta collaborazioni con altri avvoltoi come JP Morgan. C’è la vera volontà di salvare la Grecia? Perché per salvarla c’è la necessità di farla uscire dalla gabbia del debito, altrimenti sarà il popolo a pagarne le conseguenze e il paese continuerà a vivere col cappio al collo. Tsipras e Varoufakis devono scegliere, e se non sarà per il 12 Maggio sarà per Giugno, quando dovranno onorare altri debiti. È bene che si decidano sul da farsi, perché o la Grecia si libera dal debito pubblico ripudiandolo unilateralmente e tornando a stampare la propria moneta, oppure continuerà ad essere schiava di un sistema monetario che non lascia margini di riforma.