L’impresa più ardua è senz’ombra di dubbio addentrarsi nel raffinato ed intricato gergo diplomatico, provando ad interpretare le parole – ambigue e talvolta lapalissiane – dei plenipotenziari impegnati nei negoziati. Le uniche certezze che fuoriescono dai palazzi viennesi, dove in questi giorni i “5+1” discutono del nucleare iraniano, sono che “le parti lavorano ininterrottamente per un accordo che potrebbe essere raggiunto” e che “convergono sull’importanza di giungere ad un accordo risolutivo”. Grazie tante, verrebbe spontaneo dire. Eppure queste dichiarazioni, insieme al continuo slittamento della data definitiva per siglare il documento che il mondo intero attende con trepidazione, lasciano intendere come manchi sì, poco; ma come quel “poco”, rappresenti qualcosa di fondamentale per portare a compimento gli sforzi, incessanti, degli ultimi mesi. Quale sia il nocciolo della questione, il sassolino che blocca l’ingranaggio che potrebbe portare alla firma, non è emerso. Bisognerebbe allora scavare nei precedenti “round” di consultazioni, quando tutti si dichiararono vincitori e nessuno vinse; men che meno Teheran. Che pur tra i festeggiamenti per aver iniziato a scorgere la luce in fondo al tunnel, continua a pagare lo scotto delle durissime sanzioni che hanno piegato la sua economia (e contestualmente aumentato a dismisura la rabbia ed il numero di centrifughe atte allo sviluppo di energia nucleare).

L’estremo riserbo sulle trattative non permette quindi di capire dove le parti, riprendendo le parole del segretario di Stato Kerry, <<non siano dove dovrebbero essere>>. Forse sull’obbligo dell’Iran a ridurre le sue capacità di arricchimento dell’uranio di due terzi, garantendo l’impossibilità di arrivare a dotarsi della bomba atomica? O l’impegno di non costruire ulteriori strutture di arricchimento dell’uranio (oltre a quello ad acqua pesante, già esistente, di Natanz) ed il passaggio dalle attuali diciannovemila centrifughe a seimila? O ancora, l’eliminazione dalla centrale sotterranea di Fordow del materiale fissile ivi presente? Al momento, l’Iran non ha certo interesse a dotarsi della bomba atomica. Anche perché, del resto, nessuno al mondo ha intenzione di usarla; e come ben si vede, le guerre si combattono in ogni caso anche con armi convenzionali. Tuttavia, come potenza regionale, non può neanche garantire al mondo intero che mai lo farà, firmando di proprio pugno la sua futura inferiorità militare. In quanto, si ricordi, Israele ne è provvista e l’Arabia potrebbe averla quasi con uno schioccar di dita tramite il Pakistan – suo fedele alleato che negli anni ha beneficiato di munifici finanziamenti anche, specificatamente, per lo sviluppo della bomba. L’Iran è forse il figlio della serva, rispetto ai suoi nemici con cui è continuamente in guerra, seppur non direttamente? Su quale base logica, loro sì e l’Iran no? Ma proprio per contentare Gerusalemme e Riyadh, talvolta scomodi ma pur sempre alleati, gli Stati Uniti affrontano i negoziati con i piedi di piombo. Per Obama risolvere la questione del nucleare iraniano potrebbe rappresentare la svolta di due mandati che, gettando lo sguardo all’indietro, appaiono sempre più scialbi e incoerenti con quel Nobel per la Pace assegnatogli, sulla fiducia, appena eletto. La Russia, l’altro gran direttore d’orchestra della trattativa, spinge per un accordo intercedendo con favore nei confronti di quello che si è rivelato essere (solo) negli ultimi anni un inaspettato alleato in molti scenari. Ma che rimane, comunque, un vicino ingombrante e da monitorare con costanza ed attenzione.

Le pressioni che i “falchi” di ogni dove esercitano sui negoziati, sono l’ostacolo più grande al raggiungimento dell’accordo. I conservatori a Teheran, i repubblicani a Washington, Netanyahu in Israele e il nuovo re saudita Salman, si giocano la faccia e non intendono cedere di un millimetro, aizzando spesso e volentieri – specialmente nello stato ebraico – paure e fobie di olocausti nucleari qualora non si riuscisse ad essere abbastanza coercitivi con Rouhani. In mezzo, a farne le spese, come sempre, il popolo iraniano. Stanco, frustrato ed arrabbiato per quanto ha dovuto subire in questi anni. Il ministro degli Esteri iraniano, Zarif, a margine dei colloqui ha detto, non a caso, che <<c’è una crescente consapevolezza che provare a reprimere e sottomettere una civiltà orgogliosa, conduce solo ad ulteriori risentimento, conflitto ed ostilità>>. Un modo per avvertire il mondo che l’Iran è stanco di subire e che mira al raggiungimento di un accordo che non leda il suo status di potenza regionale, al pari dei contendenti diretti. Ma anche un grido al mondo da parte dei moderati iraniani, al fine di vincere la loro personale battaglia per emancipare e normalizzare il loro grande e glorioso Paese. Su questo, non si possono oggettiva mente biasimare le loro aspirazioni. E concedere qualcosa agli agli ayatollah, dopo decenni di repressione e demonizzazione, sarebbe la più grande vittoria dei moderati ora al potere e il modo principe di allontanare lo spettro della rabbia covata dai più oltranzisti sostenitori della teocrazia fondata da Khomeini. Se Obama avrà l’accortezza di capirlo, forse potrà farsi ricordare per qualcosa di veramente buono. Ed importante.