Sviluppare la ripresa economica lottando contro la disoccupazione e ravvivando la domanda interna compensando una moderata spending review con un’adeguata estensione della no-tax area ai cittadini meno abbienti più fiaccati dalla crisi, la lotta alla crisi e l’abbassamento delle aliquote fiscali generali. Seppur da prendere con le pinze, questo è un programma elettorale decisamente più progressisti di quelli presentati o applicati dalle varie componenti “de sinistra” della politica europea, dal nostrano Partito Democratico al Partito Socialista francese. Si stupiranno i più scoprendo che questo in realtà era il manifesto elettorale dei Conservatori inglesi che sono ieri usciti vincitori dalla contesa elettorale. Come da copione il motto che più si addiceva alle elezioni generali britanniche era uno solo: it’s economy, stupid! Cameron conquista la maggioranza assoluta ai Comuni e asfalta il Labour Party di Miliband, e con lui la scuola di pensiero che chiedeva “più Europa” per l’economia Regno Unito: la sinistra sui generis che ricalcava il manifesto programmatico del SPD tedesco, una delle colonne dell’europeismo, per le elezioni 2013 è uscita scornata. Con Miliband, vengono severamente puniti anche i “LibDem” di Nick Clegg, che si manterranno all’interno della compagine di governo ma con un peso quasi irrilevante, avendo perso ben 45 seggi dal 2010.

Le ragioni del successo di Cameron vanno ricercate in primo luogo nella capacità che il premier ha saputo dimostrare nel bilanciarsi attraverso le varie anime dello sfaccettato panorama politico britannico: non va dimenticato che con questa indiscutibile affermazione procederà spedita la strada che porta al 2017, quando col referendum su un’eventuale Brexit il popolo britannico potrebbe mettere la pietra tombale sull’Unione Europea. Sono messi a tacere anche i critici che prevedevano un’italianizzazione dello scacchiere politico inglese. Sebbene si collochi in opposizione a Cameron e abbia vinto solo in due circoscrizioni, penalizzato dal sistema elettorale, l’UKIP di Farage giunto al 13% dei voti su scala nazionale testimonia quanto la disaffezione dei britannici dal consesso continentale sia attiva e consistente. Il grande scornato, si è detto, è Miliband: egli è riuscito addirittura a fare peggio del 2010, quando Mike Brown fu subissato di critiche per un risultato elettorale inaspettato e ferocemente punitivo che costò all’ex primo ministro il proseguimento del cursus honorum. Sul Labour Party si staglia ancora inquietante l’ombra lunga del decennio di presidenza Blair: dopo l’uscita di scena del discusso leader, per dieci anni premier, il partito ha come perso la sua anima, arrivando ad assestarsi nell’area più fortemente europeista dello schieramento politico inglese. Da qua l’incapacità di proporre risposte all’altezza dei risultati conseguiti dal governo Cameron e di formulare motivazioni adeguate alla “sete di Europa” dei laburisti.

Il dato maggiormente rilevante per quanto concerne la tornata elettorale riguarda tuttavia la Scozia: a pochi mesi di distanza dal referendum che aveva proposto per ottenere l’indipendenza e che era stato bocciato dalla maggioranza dei cittadini, lo Scottish National Party si è preso un’adeguata rivincita: ha infatti trionfato in 56 delle 59 circoscrizioni scozzesi, passando dal 20 al 50% dei voti assoluti e aumentando di ben 48 eletti il proprio nucleo a Westmeinster! Uno degli eletti è proprio quell’Alex Salmond che ha saputo constatare che era ora di lasciare alla nuova guardia e ha ceduto il posto di primo ministro scozzese alla dinamica Nicola Sturgeon. La “lady rossa” ha traghettato lo SNP verso posizioni più progressiste e ha saputo veicolare in maniera efficace le istanze della sua terra, tanto che il Telegraph, da sempre giornale palesemente critico verso le istanze scozzesi, le ha riconosciuto un’innata “capacità di ispirare le persone”, prontamente premiata dagli elettori. Per il governo di Londra si ripresenta in maniera massiccia la questione scozzese, che ora richiederà maggiore attenzione e apertura: sull’onda del successo, la Sturgeon potrebbe essere sul lungo tempo il volto giusto per portare a compimento il progetto secessionista inaugurato dal suo predecessore. Tirando le somme, si può senz’altro dire che le elezioni generali britanniche hanno consegnato al paese una situazione di “continuità discontinua”: se Cameron deciderà di tenere aperte le porte a Clegg e di accogliere la sua piccola truppa nella squadra di governo a supporto di un Partito Conservatore che già dispone da sé della narrow majority, vi saranno al governo le stesse forze uscite dalle elezioni del 2010; tuttavia, i mutati rapporti di forza nella coalizione, l’indebolimento dei laburisti e l’ascesa di nuove forze politiche, sia l’UKIP maggiormente extraparlamentare che lo SNP fortemente rappresentato, renderanno necessari più fronti di dialogo. Sicuramente, ora che gli elettori gli hanno dato fiducia, Cameron potrà giocare a carte scoperte su vari temi in cui non ha ancora presentato un giudizio inequivocabile: passata la parte più grave della tempesta economica, ora la partita potrebbe spostarsi sull’Europa. E chissà che non vengano proprio da lì le prime, grandi, sorprese, del Cameron rinvigorito…