Mentre in Europa si commemorano le vittime dei sporadici attentati, in Nigeria il massacro continua imperterrito. Sono le cifre stesse a dirlo: in sei anni di terrorismo sono oltre 17mila le vittime e più di 2 milioni e 500mila le persone costrette ad abbandonare le loro case per sfuggire alla mattanza islamista. Il Boko Haram – ovvero Jama’atu Ahlis Sunna Lidda’awati wal-Jihad, letteralmente “persone impegnate per la propagazione degli insegnamenti del profeta e per il jihad” – si conferma essere il gruppo terroristico più sanguinoso al mondo affiliato all’Isis. Le loro azioni, dirette contro l’Occidente, la comunità cristiana e tutti i mussulmani che “osano” avvicinarsi a qualsiasi concetto laico (come andare a votare) non danno tregua e lo Stato nigeriano sembra sempre più impotente nel contrastarlo.

La settimana scorsa i miliziani hanno attaccato il villaggio di Kuda nel nordest del Paese uccidendo almeno 18 donne e incendiando le case. Il loro brutale modus operandi contempla il radere al suolo i villaggi, le autobombe, attacchi kamikaze, rapimenti e stupri collettivi, oltre che a vere e proprie operazioni dirette contro le forze governative. Se fino al 2011 il gruppo agì prevalentemente nell’ombra, l’elezione del primo presidente cristiano Jonathan Goodluck fece scattare una furiosa ondata di attacchi: in 48 ore furono date alle fiamme 764 chiese, uccise 204 persone e bruciate oltre 3.400 case. In breve il Boko Haram conquistò gran parte degli Stati federali del nordovest – a maggioranza mussulmana – imponendo la loro radicale versione dalla sharia. La dura reazione dell’esercito volta a riconquistare i municipi perduti, portò a una recrudescenza degli attentati e a far sconfinare il gruppo nel vicino Ciad, Niger e Camerun. Il governo di Abuja ha reagito inviando le forze speciali per reprimere l’insurrezione, innescando un’escalation di violenza che sembra facilitare il proselitismo degli jihadisti. L’indispensabile aiuto dell’esercito del Ciad nelle operazioni anti terroristiche, non ha fatto altro che esacerbare ancor più il conflitto.

Dai quattro Stati – Borno,Yobe, Niger e Plateau – che sono l’entroterra originario del movimento terroristico, il Boko Haram ha progressivamente esteso la sua zona di operazioni, andando a colpire perfino nei sobborghi della capitale. L’elezione del nuovo presidente Buhari – ex militare – aveva fatto sperare in un’azione più incisiva nei confronti degli jihadisti; eppure, nonostante abbia fatto spostare il quartier generale proprio a Maiduguri, le azioni del gruppo non hanno minimamente risentito. Il calo del prezzo del petrolio – che copre per il 75% le entrate statali – ha inoltre diminuito le possibilità di migliorare l’esercito nigeriano, minandone l’operatività. Svanita l’emotività generata dal rapimento delle 300 studentesse e dal tam-tam mediatico dell’hashtag #BringBackOurGirls, l’Occidente si è dimenticato delle continue stragi che avvengono in Nigeria. Le migliaia di civili trucidati e dei villaggi rasi al suolo non fanno più notizia; d’altronde il governo centrale non ha mai dimostrato la volontà di agire concretamente nel nordest del Paese, cercando di migliorare le miserrime condizioni di vita dei propri cittadini, né di cercare un dialogo con le elite settentrionali. Impegnato nel fare lucrosi affari con le multinazionali, ha abbandonato quegli abitanti al loro destino di violenza e proselitismo; tanto chi vuole sopravvivere, non ha altro modo che abbandonare il Paese e cercare di approdare in Europa. Un problema in meno per loro.