Recentemente, chi scrive ha parlato, sulle colonne de L’Intellettuale Dissidente, dell’importanza che gioca la concezione di un posizionamento diverso della Francia nel mondo nell’economia della campagna di Jean-Luc Mélenchon, leader della coalizione La France Insoumise e fautore di un riposizionamento del Paese nell’ambito del sistema multipolare in continua evoluzione e in perenne mutamento. La presa di posizione di Mélenchon riflette una crescente insoddisfazione nel mondo politico e nell’elettorato francesi verso le strategie geopolitiche portate avanti dagli ultimi governi: tanto l’amministrazione di Nicolas Sarkozy (2007-2012) quanto quella, a dir poco fallimentare, del suo successore François Hollande sono state contraddistinte da mosse strategicamente controproducenti, se non addirittura controintuitive, che hanno portato il governo di Parigi a dilapidare il capitale geopolitico lungamente accumulato attraverso il mantenimento di una sostanziale indipendenza ed autonomia nel primo mezzo secolo della Quinta Repubblica, dai tempi del Generale De Gaulle sino alla presidenza di Jacques Chirac. Lo stesso Chirac, leader politico di statura assolutamente ordinaria e non dotato del carisma di De Gaulle o Mitterrand, spicca quasi da gigante di fronte ai suoi due successori: la grande lungimiranza dimostrata dall’allora Presidente nel 2003 col suo rifiuto di seguire lo scriteriato avventurismo di George W. Bush e Tony Blair in Iraq, frutto di una repentina e inaspettata evoluzione degli scenari politico-diplomatici internazionali dettagliatamente descritta in un commento di Kurt Volker pubblicato sul Financial Times, si contrappone nettamente al vorticoso interventismo senza caratterizzazione strategica perseguito da Sarkozy e Hollande dopo il rientro della Francia nel comando integrato della NATO, avvenuto nel 2009, dopo 43 anni di distacco. Dall’intervento contro la Libia di Gheddafi del 2011 alle più recenti missioni in Mali e in Burkina Faso, la Francia si è più volte risoluta ad agire sul terreno militare guidata da leader inconsapevoli del mutato peso geopolitico del Paese, che progressivamente ha perso capitale negoziale negli scenari più importanti per le sue strategie internazionali, dall’Africa Centrale al Mediterraneo, per non parlare del Medio Oriente e, ovviamente dell’Unione Europea, nella quale Parigi è stata progressivamente distanziata dalla Germania di Angela Merkel ai vertici del sistema di potere comunitario.

Lo screditamento dei partiti tradizionali, in Francia, è dunque in parte frutto della palese incapacità di gestione dei mutamenti del contesto internazionale e, soprattutto, di identificazione del reale posizionamento nel mondo di un Paese che vede come baluginii sempre più tenui i riflessi della sua passata grandeur. Mentre tanto il Parti Socialiste quanto Les Republicains arrancano nei sondaggi, incapaci di porsi nella posizione di reali forze di rottura e di proporre una concreta discontinuità con il passato, non è un caso che assieme a Mélenchon siano proprio i due outsider divenuti favoriti per la conquista dell’Eliseo, Marine Le Pen ed Emmanuel Macron, a porsi la questione del futuro ruolo geopolitico della Francia.

France's President Nicolas Sarkozy (R) and Libyan leader Muammar Gaddafi leave the room after the signature of 10 billion euros of trade contracts between the two countries at the Elysee Palace in Paris, December 10, 2007. Libya and France signed contracts for the purchase of 21 Airbus aircraft during the start of the five day visit of the Libyan leader. REUTERS/Patrick Hertzog/Pool (FRANCE) - RTX4M14

Incontro tra Nicolas Sarkozy e Muammar Gheddafi nel 2007. Quattro anni dopo, nel 2011, il Presidente francese fu il principale alfiere dell’intervento occidentale nella guerra civile libica che portò alla destituzione e all’uccisione del Colonnello e sprofondò il Paese in una crisi senza fine, di cui attualmente si stenta a individuare la via d’uscita.

Il programma di Marine Le Pen, condensato in un manifesto di 144 punti che surclassa notevolmente le superficiali e contradditorie istanze dei sedicenti antisistema à la Wilders, riserva uno spazio importante al ruolo che la potenza francese è destinata a giocare negli equilibri mondiali in caso di vittoria della candidata del Front National. La formazione sovranista, infatti, ritiene la riconquista dell’autonomia decisionale di Parigi sulla scena internazionale un presupposto indispensabile per poter poi propugnare le sue politiche in maniera efficace tanto all’interno quanto all’esterno dei confini del Paese. Indicativa, tra les engagements présidentiels, è la volontà espressa ed esplicitata senza possibilità di equivoco di ritirare nuovamente la Francia del comando integrato della NATO, ristabilendo lo status quo precedente l’ascesa al potere di Sarkozy. Dichiarazione chiara ed incondizionata, essa è persino più diretta dell’analoga presa di posizione riguardante l’uscita della Francia dall’Unione Europea, che rappresenta un logico presupposto affinché possano in seguito dispiegarsi buona parte dei programmi economici e sociali del manifesto di Marine Le Pen ma, al primissimo punto del programma, viene subordinata alla convocazione di un referendum analogo a quello sulla Brexit.

Gli engagements dal 118 al 121 chiariscono buona parte della visione strategica di Marine Le Pen: l’uscita dal comando integrato della NATO dovrà rappresentare la premessa per il rilancio di un’autonoma politica di difesa francese, da costruirsi attraverso un graduale aumento degli stanziamenti economici nel settore e da un ampliamento delle dimensioni delle forze armate. Marine Le Pen auspica infatti l’inserimento nella Costituzione francese di un vincolo di bilancio stabilente un budget per la Difesa obbligatoriamente superiore al 2% del PIL e il rilancio della force de frappe attraverso il varo di una seconda portaerei da affiancare alla Charles De Gaulle (che dovrebbe essere battezzata Richelieu), l’ammodernamento dell’armamento nucleare e un aumento degli effettivi di almeno 50.000 unità. Dichiarazioni precise che chiariscono come la piattaforma sovranista del Front National non sia, al tempo stesso, isolazionista: Marine Le Pen intende rilanciare la grandeur del Paese attraverso un’autonoma strategia che, come chiarito successivamente nel suo programma, passa attraverso l’esplicito riconoscimento di “un mondo multipolare fondato sull’uguaglianza dei diritti delle nazioni”, entro il quale la nicchia di influenza della Francia sarebbe rappresentata dai Paesi che ad essa sono accomunati dalla lingua, prime fra tutte le ex colonie dell’Africa. Significativa, infatti, è la presa di posizione di Marine Le Pen a favore di “una vera politica di collaborazione per lo sviluppo con i paesi dell’Africa”. In ogni caso, per quanto decisamente ambiziosa, la realizzabilità di un progetto analogo a quello della “Anglosfera” su cui Theresa May intende fondare le prospettive geopolitiche della Global Britain post-Brexit si scontra con i substrati del passato e con i contrastanti legami che il governo di Parigi ha mantenuto con le ex colonie, dimostratesi nel Novecento il principale ostacolo alla realizzazione di un Commonwealth francofono.

Mise en page 1

Il mondo francofono, ritenuto da Marine Le Pen la matrice ideale su cui fondare la futura sfera d’influenza geopolitica di Parigi.

 Outsider per modo di dire, Emmanuel Macron ha saputo abilmente approfittare del totale appiattimento dell’encefalogramma politico del Parti Socialiste per poter presentare la sua candidatura, che alla prova dei fatti è quella di un associato di Rothschild con ambigui legami con l’ineffabile Arabia Saudita, come una dirompente ventata di aria fresca nel panorama francese. “Macron l’enigma vivente”, come lo ha definito Benedetta Scotti in un’ampia analisi per L’Intellettuale Dissidente, è la carta su cui hanno scommesso importanti fette dell’apparato politico-economico e settori di vertice dell’amministrazione pubblica francese, il membro dell’establishment che punta a separare il suo destino da quello degli epigoni di Hollande e Sarkozy. Centrale nella sua visione internazionale è l’Unione Europea, per la quale Macron auspica il varo di una politica di difesa comune alternativa a quella della NATO da compiersi attraverso un aumento degli investimenti militari dei Paesi membri ai livelli indicati dall’Alleanza Atlantica. La retorica di Macron lascia passare il messaggio di una Francia destinata a tornare importante nell’ottica di un’Europa sovrana e decisa in campo internazionale, in nome della quale il candidato del movimento En Marche! pronuncia lunghi e fluenti discorsi in cui ogni riferimento, da Charles De Gaulle a François Mitterrand passando per Emile Zola e Charles Péguy, è buono per garantire quarti di nobiltà politica a un posizionamento ni droite ni gauche che molto spesso appare costruito solo per celare la vicinanza del candidato a un sistema di cui è membro a tutti gli effetti. Logicamente, è difficile auspicare che l’Europa di oggi possa essere indotta a cambiare passo, ad amalgamare una politica estera unitaria e razionale dopo anni di indecisioni, incertezze e, in certi casi, ignavia, solo per effetto dell’elezione di Macron all’Eliseo. Il pivot geopolitico di Macron, per quanto diverso rispetto da quello atlantico di Sarkozy e Hollande, è instabile per costituzione: anzi, l’aspettativa del candidato di En Marche! di fondare le sue aspirazioni su un’Unione Europea che non si è mai dimostrata una vera e propria entità geopolitica tout court dimostra la difficile realizzabilità di un progetto che appare come l’ennesimo accanimento terapeutico su un organismo in completo disfacimento, mai così poco “Unione” quanto al giorno d’oggi.