Nel complesso tourbillon politico che anima la Francia in vista del voto presidenziale del prossimo 23 aprile, la candidatura di Jean-Luc Mélenchon merita un’analisi approfondita: numerose caratteristiche rendono infatti rilevante il posizionamento politico e la persona dell’ex Ministro dell’Educazione Nazionale nel governo di Lionel Jospin (2000-2002) ed ex membro del Parti Socialiste, oggi candidato per la coalizione La France insoumise (FI), comprendente il Parti de Gauche formato da Mélenchon stesso nel 2009 e un esteso panorama di formazioni dell’area della Sinistra radicale, dell’ecologismo e della società civile. Jean-Luc Mélenchon, a partire dall’annuncio della nascita della coalizione, avvenuto il 10 febbraio 2016, e dal primo raduno pubblico tenutosi a Piazza Stalingrado a Parigi il 5 giugno scorso, è riuscito a costituire un movimento politico di spessore a partire da una costellazione eterogenea di soggetti, propugnando nel corso dei mesi una serie di istanze che si pongono in diretta concorrenza con l’ideologia socio-politica ed economica dominante in Francia, perfettamente incarnata dalla sedicente “Sinistra” socialista di governo, e strutturando una forza “antisistema” di matrice diversa rispetto al ben più noto Front National di Marine Le Pen.

La visione politica di Mélenchon e il programma elettorale presentato in vista del voto di aprile rappresentano l’aggiornamento dell’agenda con cui questi si presentò all’ultima tornata presidenziale da leader del Front de Gauche, conquistando a sorpresa l’11,1% dei suffragi, e sono stati recentemente ampiamente descritti in un volume intitolato L’Avenir en commun, presto divenuto un best-seller. Centrale nella visione di Mélenchon è il presupposto della progressiva deriva della Sinistra francese, allontanatasi inesorabilmente dall’istanza principale storicamente messa al centro dei suoi programmi politici, ovverosia il lavoro, e appiattitasi a una visione del mondo ristretta, ispirata a un atlantismo di maniera e a un europeismo stantio che a detta del leader di FI non hanno contribuito in alcun modo a tutelare gli interessi della Francia. I punti chiave del programma di Mélenchon, di conseguenza, sono la rivalutazione del cittadino attraverso l’estensione delle tutele, economiche ma non solo, al lavoro, considerato il principe dei diritti civili, il caposaldo fondamentale perché possano esser garantiti tutti gli altri, la redistribuzione della ricchezza da operarsi attraverso il passaggio dal free trade al fair trade, il rilancio dell’occupazione e la transizione energetica verso le fonti rinnovabili, ritenuta necessaria per una crescita sostenibile.

5 febbraio 2017: Jean-Luc Mélenchon sfrutta la tecnologia per duplicare il suo comizio di Lione ed apparire contemporaneamente, in ologramma, a una manifestazione in suo sostegno ad Aubervilliers, nella banlieue parigina.

5 febbraio 2017: Jean-Luc Mélenchon sfrutta la tecnologia per duplicare il suo comizio di Lione ed apparire contemporaneamente, in ologramma, a una manifestazione in suo sostegno ad Aubervilliers, nella banlieue parigina.

Tre importanti proposte in materia di lavoro sono rappresentative di una radicale rottura con le posizioni dei socialisti: Mélenchon è infatti favorevole al rilancio della settimana lavorativa da 35 ore, all’innalzamento del salario minimo a 1.300 euro al mese e all’abbassamento dell’età pensionabile a 60 anni. Niente di più lontano dalla Loi Travail targata Hollande e Valls, proposte nettamente differenziate da quelle del Parti Socialiste che, nonostante la vittoria del rappresentante della “sinistra” interna Benoit Hamon alle primarie presidenziali, dopo aver sperato per un breve periodo in un possibile endorsement di Mélenchon al suo candidato è stato gelato dalle dichiarazioni inequivocabili del leader di FI.

“Nessuna alleanza possibile, i socialisti paghino il prezzo politico di ciò che hanno fatto in 5 anni di governo”

Ha detto Mélenchon in un’intervista a Repubblica dello scorso 23 gennaio, rincarando in seguito la dose:

“La socialdemocrazia ha cercato di sostituire la rivoluzione con le riforme, puntando tutto sulla crescita economia e dimenticando la redistribuzione della ricchezza. È un movimento cominciato con Bill Clinton negli anni Novanta, proseguito in Europa con Tony Blair, Gerhard Schroeder e altri, e che ora si sta fracassando ovunque, dall’Italia, alla Grecia, alla Spagna”

Alla Sinistra francese passata armi e bagagli all’accettazione del neoliberismo e dei suoi corollari politici, Mélenchon risponde con una riscoperta dell’ideologia, più che mai comprensibile analizzando le sue prese di posizione in materia di politica internazionale.

Jean-Luc Mélenchon e Hugo Chavez. Il capostipite del socialismo bolivariano è considerato un punto di riferimento per il leader di FI, che ha più volte criticato l’oltraggiosa presa di posizione da parte dei media internazionali e dell’Europarlamento, di cui è membro dal 2009, nei confronti del Venezuela.

Jean-Luc Mélenchon e Hugo Chavez. Il capostipite del socialismo bolivariano è considerato un punto di riferimento per il leader di FI, che ha più volte criticato l’oltraggiosa presa di posizione da parte dei media internazionali e dell’Europarlamento, di cui è membro dal 2009, nei confronti del Venezuela.

La critica dell’Europa di Mélenchon è più sostanziale che formale: ad essere messi sul banco degli imputati sono, in primo luogo, i dogmi del liberoscambismo esasperato che hanno ispirato il TTIP e il CETA, l’austerità a lungo sottoscritta in maniera acritica dal Presidente François Hollande e una politica estera comunitaria ritenuta eccessivamente ondivaga e inefficace. La concezione geopolitica di Mélenchon, invece, è favorevole al mondo multipolare: nel corso degli ultimi anni, il 65enne leader di FI ha avuto modo di esprimere in maniera incondizionata questo suo pensiero intervenendo in maniera critica verso le politiche occidentali nei confronti della Siria e della Russia. Già nel 2013, infatti, quando i principali organi d’informazione francesi, unitamente a numerosi esponenti governativi, esprimevano i loro inviti a frapper la Syrie (“colpire la Siria”, di Assad ovviamente) Mélenchon definì l’ipotesi di una guerra aperta condotta contro il legittimo governo di Damasco come un “errore totale”; più recentemente, egli ha coraggiosamente sostenuto l’intervento russo contro lo Stato Islamico, considerato più efficace degli infruttuosi attacchi occidentali in Siria e Iraq ma ritenuto in ogni caso una soluzione non ottimale alle problematiche del Medio Oriente, che a suo parere richiederebbero un’incisiva azione da parte dell’ONU. L’appello di Mélenchon a moderare le posizioni russofobe del governo francese si sono fatte sentire, in particolar modo, nel corso della fase conclusiva della battaglia di Aleppo, durante la quale ha più volte contestato l’epiteto di “ribelli moderati” assegnato a gruppi ambiguamente vicini a formazioni jihadiste come Al Nusra.

La visione multipolare di Mélenchon è una diretta conseguenza della sua matrice politico-culturale: egli si può definire come il politico francese ed europeo più vicino alle istanze propugnate dall’ideologia del “socialismo del XXI secolo” latinoamericano, con i cui rappresentanti è più volte entrato in contatto, mantenendo un dialogo costante. Bolivariano sul suolo di Francia, Mélenchon ha compreso la comunanza di numerose problematiche tra la Francia odierna e i Paesi oggetto della nascita dei governi del “socialismo del XXI secolo” a cavallo di millennio: sebbene con intensità diverse, infatti, i temi della redistribuzione della ricchezza, della tutela del lavoro e dell’equità della crescita, rimangono istanze di interesse generale. In un’intervista a France Inter del 28 agosto 2009 Mélenchon, allora da poco transfuga del Parti Socialiste, aveva citato esplicitamente Hugo Chavez ed Evo Morales come suoi modelli politici o, meglio, come ispirazioni per un nuovo corso della sua azione. Sia il defunto Chavez, nato nel 1954, che Morales, classe 1959, sono infatti nati dopo Mélenchon stesso, del quale, al di là del supporto che si può o meno avere per le sue posizioni politiche, è sicuramente ammirabile l’onestà intellettuale, la volontà di ricercare nuovi riferimenti dopo il declino della Sinistra da lui imputato, nell’intervista a Repubblica, alle eccessive concessioni alle istanze neoliberiste. Il messaggio pubblicato su Twitter da Mélenchon in occasione della morte di Fidel Castro vale come esempio dell’adesione del leader di FI a un’ideologia che, in una fase di crisi nei suoi Paesi di origine, trova oggi nuova linfa sul suolo europeo:

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Il posizionamento antisistema di Jean-Luc Mélenchon, come visto, ha una radice politica, storica e culturale nettamente distinta da quella da cui ha tratto origine il Front National di Marine Le Pen, ma al tempo stesso tra il movimento La France insoumise e il partito della Le Pen non mancano certamente determinati punti di contatto: in primo luogo, seppure con prerogative e priorità differenti, entrambi sono in tutto e per tutto formazioni sovraniste. Il sovranismo di Mélenchon è basato sulla riaffermazione di prerogative economiche e sociali ai cittadini squassati da anni di crisi ed incertezza: con toni ed affermazioni differenti, del resto, anche il Front National incorpora tali istanze, frutto principalmente dell’operato di Florian Philippot, che hanno portato Abel Mestre, giornalista di Le Monde, a scrivere in un articolo pubblicato in occasione delle elezioni greche di gennaio 2015, le quali vedevano Marine Le Pen appoggiare dichiaratamente l’allora sedicente forza antisistema di Syriza, della concreta possibilità di definire il Front National una formazione con spiccate caratteristiche di sinistra. Conclusioni forse un po’ semplicistiche, che non tengono conto del sostanziale posizionamento postideologico del partito di Marine Le Pen, decisamente diverso dalla calorosa passione ideologica con cui Mélenchon punta a fare breccia nel tradizionale bacino d’utenza della Gauche transalpina, ma non solo. Bisogna infatti ricordare che, come dichiarato da Alain De Benoist in un’intervista a Sebastiano Caputo pubblicata su La Verità del 4 dicembre 2016, Mélenchon e il suo movimento, alla stregua dei lepenisti, traggono forti consensi dalla “ribellioni delle classi medie” colpite in maniera devastante dalla recessione economica, dall’insicurezza, dal completo svuotamento del ruolo del lavoro nella costruzione delle identità personali e sociali. La matrice della lotta politica antisistema e il suo indirizzo di fondo possono differire notevolmente, ma indubbiamente tanto Mélenchon quanto Marine Le Pen hanno chiaramente ben presente questo importante dato, conoscendo nel dettaglio la fonte delle loro fortune elettorali.