Si parla molto di ‘fitna’ negli ultimi giorni, si allude spesso a questo termine che richiama allo scontro interno all’islam tra sciiti e sunniti, tra le due grande interpretazioni quindi del Corano che da secoli si fronteggiano in un misto di scontri puramente ideologici o a volte invece marcatamente economici e politici. Del resto, l’attacco netto e deciso sferrato dal regime wahabita saudita al movimento sciita interno, sembra segnare la strada del confronto duro non solo tra sunniti e sciiti, ma in generale tra le nazioni dell’una e dell’altro credo, con in ballo i fragili equilibri mediorientali. Ma la fitna non è un obiettivo ‘coltivato’ e messo in atto soltanto negli ultimi mesi, alla luce delle difficoltà saudite tanto interne quanto esterne; non è un mistero che l’Arabia Saudita si sta sfaldando: retta da un reticolato fitto di welfare ed assistenza ad una popolazione ‘viziata’ con i proventi del petrolio, la monarchia dei Saud con il crollo dei prezzi dell’oro nero, con i primi gravi buchi di bilancio e con un Iran in ascesa, senza dimenticare il mantenimento in vita degli stati della Siria e dell’Iraq nonostante i lauti aiuti dati alle organizzazione terroristiche (ISIS in primis), adesso lo stato saudita rischia seriamente l’implosione e la guerra nello Yemen inoltre, con gli Houti che controllano alcune basi militari ed alcune colline interne al territorio di Riyadh, amplifica la sensazione di disfatta latente dell’Arabia Saudita praticamente su tutti i fronti in cui fino a pochi anni fa costituivano i propri punti di forza.

Ben si può iscrivere quindi l’esecuzione di Al Nimr e di altri leader sciiti in questo quadro di panico e nervosismo tra i vertici sauditi; un segno di forza, quello che Riyadh vorrebbe lanciare, che in realtà si tramuta in un gesto di clamorosa debolezza. Ma c’è dell’altro; la fitna non è soltanto prodotto dell’isteria collettiva che vi è al momento all’interno dei lussuosi palazzi reali dei Saud, non è quindi estremo tentativo disperato di poter salvare il salvabile a livello interno e estero. La fitna piuttosto appare come un progetto di lungo termine e di lunga data, attuato per applicare nel mondo arabo ed islamico l’antico principio del ‘Dividi et Impera’; i popoli che appartengono alla cultura musulmana da secoli stazionano su territori ricchi di risorse preziose per alimentare il sempre affamato sistema del mercato occidentale, mentre da un punto di vista ideologico la resistenza di valori comuni (la religione in primis) all’interno delle società arabe ed islamiche in genere viene vista altrove come ostacolo al processo di secolarizzazione globalizzata imposto dalla liquida modernità. Per un motivo o per un altro quindi, la fitna è utile per provare a spezzare dall’interno la rigida e fiera resistenza del mondo arabo; con l’armamento e l’organizzazione dei mujaheddin negli anni 80 in Afghanistan in funziona anti sovietica, ha avuto inizio il processo di accentuazione del sempre latente confronto/contrasto tra sciiti e sunniti. Con l’avanzare dell’ideologia fondamentalista di stampo sunnita, il clima di sospetto tra le due grandi ‘comunità’ islamiche è via via aumentato; in sordina, dall’astio si è passato all’odio e dall’odio poi alle violenze settarie.

Quello che si sta verificando oggi tra Arabia Saudita ed Iran, altro non è che il culmine di una fitna che ha origini molto antiche e che è stata spinta e coltivata da soggetti esterni al mondo arabo ed islamico, in primo luogo dalle potenze occidentali. Riyadh rappresenta un regime che si basa su un’estremistica interpretazione del Corano, Teheran dal canto suo è retta da una teocrazia curata dagli Ayatollah ed è quindi cuore del credo sciita; il confronto Arabia Saudita – Iran è quindi apice di un piano di profonda divisione e di confronto duro (anche se al momento non militare) tutto interno all’islam. Una fitna per l’appunto, un progetto che nelle forti tensioni di queste ore rischia di vedere la sua più concreta e brutale realizzazione; l’Arabia Saudita sta imprimendo una forte accelerazione agli eventi: dopo aver provocato l’Iran e la reazione degli iraniani, adesso cerca di attirare attorno a sé una coalizione di paesi sunniti in un momento in cui invece occorrerebbe impiegare tutte le energie possibili nella lotta all’ISIS. Con il pretesto dell’assalto alle proprie sedi diplomatiche, Riyadh cerca di recitare la parte della vittima in questa situazione, chiedendo a tutte le cancellerie dei paesi sunniti di unirsi a lei in nome del contrasto all’Iran ed alla minaccia per la stabilità del mondo arabo che secondo la propaganda dei Saud è costituita da Teheran.

Anche questo disperato tentativo non sta andando affatto a buon fine per l’Arabia, visto che al momento solo il Bahrein ed il Sudan hanno fatto rientrare i propri ambasciatori dall’Iran e visto che da Il Cairo il generale Al Sisi fa sapere di non avere intenzione di agganciarsi al malandato carro saudita. Difficile capire adesso quale direzione prenderà questa grave situazione di conflitto latente tra le due anime del mondo islamico e tra le due potenze che le rappresentano (o quasi); gli occhi di molti si stanno spostando in queste ore in Iraq, lì dove la fitna ha già messo piede nel paese negli anni successivi all’occupazione americana e lì dove le condizioni storiche e culturali del paese hanno fatto sì che nascesse un sanguinoso conflitto. Nella guerra civile irachena successiva alla caduta di Saddam Hussein, si sono attuate delle ‘prove generali’ di confronto diretto ed armato tra sciiti e sunniti, di fitna quindi per l’appunto; e lì le conseguenze sono state devastanti: nascita dell’ISIS, espansione del califfato, migliaia di morti, centinaia di attentati ed un paese devastato da lotte tribali ed intestine. Solo adesso Baghdad sta iniziando a riprendere in mano il proprio futuro, ma guardare a quanto accaduto tra il Tigri e l’Eufrate negli anni 2000 rende idea di quanto devastanti potrebbero essere le conseguenze se il piano per realizzare la fitna verrebbe definitivamente posto in essere a livello non solo iracheno, ma anche regionale mediorientale, e se tra Arabia Saudita ed Iran non riesce a calare quella tensione così sapientemente innescata dall’uccisione dello sceicco Al Nimr.