Che il vero nemico per il Pentagono e il suo Ordine Mondiale non sia né l’Isis né tanto meno al Qaeda, ormai inizia ad apparire chiaro anche agli occhi più ingenui. Certo i terroristi (o presunti tali, come molti di quelli che hanno agito a Parigi o a Nizza) che seminano terrore in Occidente, trucidando innocenti, sono condannati senza appello e sono spunto per accorati discorsi e funerali solenni; eppure, al di là delle frasi di circostanza, non preoccupano affatto i leader occidentali. Diverso sarebbe se gli obiettivi fossero, come negli anni Settanta, esponenti della politica, banchieri o installazioni militari. D’altronde loro non prendono la metropolitana all’ora di punta, voli di linea o frequentano normali locali notturni; anzi, questi attacchi fanno passare in secondo piano la loro macelleria sociale, i loro fallimenti politici dando un senso apparente alla restrizione delle libertà civili, allo spionaggio dei cittadini e al riarmo obbligato dalla Nato. Il nemico per Washington è sempre lo stesso: la Russia che si ostina a non capitolare nonostante le sanzioni, l’attacco finanziario e il crollo del prezzo del petrolio e, subito dietro, la Repubblica Popolare Cinese che persegue l’egemonia in Asia e non accenna a indietreggiare nonostante l’attacco alla Borsa di Shangai e nemmeno di fronte alle proteste dello scorso anno a Hong Kong.

Il progetto di un mondo multipolare che non s’ha da fare. Così si serrano le fila degli alleati, obbligandoli a sottoscrivere “patti d’acciaio” militari – come quello di Varsavia – ed economici da approvare rapidamente e senza l’intralcio dei Parlamenti nazionali. La strategia ormai è rodata e funzionale al progetto: accerchiarli sfruttando la paura che scaturisce dall’appiccicarli l’etichetta di anti-democratici e farli passare come Stati aggressori e irrispettosi dei rapporti internazionali. Così se la trappola ucraina è servita allo scopo di isolare la Russia, ora il collegio arbitrale internazionale sulle rivendicazioni territoriali di Pechino nel Mar Cinese svolge la medesima funzione. Utilizzare le Filippine – il più antico baluardo statunitense nel quadrante asiatico – come pedina per colpire la Cina e il fatto che nel team legale di Manila non vi sia neppure un avvocato filippino poco importa; lo scopo è arrivare a una condanna e fare in modo che, quando Pechino rifiuterà la giurisdizione, apparirà agli occhi del mondo intero come un pericoloso aggressore. Allo stesso tempo nel Donbass s’intensificano le manovre dell’esercito di Kiev, che è già penetrato all’interno della zona cuscinetto di Debaltsevo con armi e mezzi pesanti, violando gli accordi di Minsk.

Gli stessi osservatori dell’Ocse non hanno potuto fare a meno di denunciare queste manovre illegali, ma la colpa deve ricadere sempre e solo su Putin; che non rientra neppure tra gli attori degli accordi stipulati nella capitale bielorussa. Agli oligarchi insediati con il golpe a Kiev viene concessa carta bianca nel bombardare e terrorizzare i propri (ex) cittadini, mentre i dittatori stanno a Damasco o a Teheran anche se eletti dal popolo. “Rispettiamo il governo democraticamente eletto” hanno prontamente comunicato le cancellerie europee dopo il fallito colpo di stato turco, peccato che questo valga solo quando si tratta di Paesi pedina della Nato; perché la doppiezza è ancora l’arma preferita dall’Occidente.