La reale portata e la cruciale importanza del voto presidenziale argentino di domenica sono venute alla luce solo dopo la diffusione degli esiti del primo turno. Il sostanziale pareggio verificatosi tra Daniel Scioli, fautore della linea di continuità col progetto kirchnerista collaudato da dodici anni di governo, e Mauricio Macri, rappresentante di un’opposizione saldatasi fortemente dopo anni di tormentata frammentazione interna, ha dato baldanza a quest’ultimo, che ha fatto spiccare alla sua campagna elettorale un significativo balzo in avanti. Forte del 34% dei consensi acquisiti nel primo turno, infatti, Macri ha gettato la maschera e, da punto di riferimento di una variegata e multiforme compagine unita essenzialmente dalla diffidenza riguardo gli esiti ultimi del progetto kirchnerista, si è stretto in un sempre più fatale abbraccio con i veri referenti ultimi della sua linea politica: i vecchi “dinosauri”, come li ha eloquentemente definiti Fabio Marcelli, ovverosia i rappresentanti delle tradizionali oligarchie da sempre capaci di far pesare tutta la loro influenza sulla vita pubblica argentina, esautorate dal potere dopo i tragici giorni di fine 2001, quando l’Argentina sprofondò nell’abisso del default dovuto alle sciagurate “ricette” neoliberiste impostele dal Fondo Monetario Internazionale.

Una vittoria di Macri su Scioli riporterebbe indietro le lancette della Storia su molti punti di vista, e negli ultimi tempi appare sempre più lampante come parte dell’esito del ballottaggio dipenderà dalla visione che il popolo argentino avrà negli anni costruito di una figura estranea alla competizione del 22 novembre ma che tuttora domina il dibattito pubblico nazionale: quella della presidentessa uscente Cristina Fernandez de Kirchner. Infatti, il ballottaggio di domenica rappresenterà in ultima istanza un vero e proprio referendum su dodici anni intensi di riforme compiute dai coniugi (Cristina ha governato per due mandati succedendo al marito scomparso nel 2007), qua e la minate dall’opposizione più o meno silenziosa che le facevano le vecchie oligarchie e segnate anche da comprensibili incidenti di percorso, ma che sicuramente hanno avuto portata epocale, cambiando radicalmente le vite di milioni di argentini. Ancora di più, rappresenterà un test importante per tutto il continente latinoamericano: in un anno denso di appuntamenti elettorali, l’America Latina ha sinora premiato la via della continuità con i governi instauratisi prima e durante la “decade dorata” di progresso e sviluppo diffusi; tuttavia, constatando anche gli innegabili affanni del gigante brasiliano, l’appuntamento di domenica sarà il più serio dei banchi di prova per il proseguimento dell’opera generale di progresso e di apertura all’autonomia a cui si sono dedicati in questi ultimi anni i governi della maggior parte delle nazioni della regione, capaci di lavorare con comprensione e sintonia.

In tal senso, Scioli rappresenterebbe una garanzia di continuità col percorso avviato dalla coppia presidenziale; tutt’altro che mero passacarte, tuttavia, egli ha da sempre dimostrato acume e scaltrezza politica ed è stato un attivo contribuente alle politiche apportate dal Frente para la Victoria negli anni di governo, soprattutto per quanto concerne le politiche economiche. L’attuale Governatore di Buenos Aires ha visto nel primo turno parte del consenso eroso dal più duro e puro Sergio Massa, che è stato capace di catalizzare intorno a sé il 21% dei consensi attraverso il richiamo al peronismo tradizionale. L’elettorato di Massa è rappresentato per la maggior parte dai “figli primigeni” del kirchnerismo, ovverosia i membri di quella nuova classe media venutasi a costituire con il progresso economico e sociale dell’ultimo decennio. Come in Brasile, proprio gli appartenenti alla nuova classe media si sono rivelati i più severi critici dell’operato del governo, in primo luogo evidenziando le difficoltà riscontrate in tematiche quali la lotta alla corruzione, argomenti che stanno molto a cuore a coloro che desiderano un progressivo stabilizzarsi della realtà economica e politica per cominciare a godere dei vantaggi legati alla nuova posizione acquisita. Questi 5 milioni di elettori che al primo turno hanno puntato su Massa saranno un fattore decisivo per quanto riguarda l’esito del ballottaggio. E Scioli sicuramente, per quanto forte potesse essere la retorica anti kirchnerista di Massa, rappresenterebbe una maggiore garanzia di soddisfazione delle loro richieste rispetto a Macrì.

Proprio in quanto continuatore del sentiero già tracciato, infatti, Scioli possiede i mezzi necessari per correggere eventuali sviamenti dal cammino; e il programma di Macrì per come è venuto a configurarsi dopo il positivo risultato delle opposizioni al primo turno non rappresenta affatto la garanzia di stabilità desiderata dagli appartenenti alla classe media, ma porterebbe al ritorno del paese a un passato che ai giorni nostri sembra oltremodo remoto. Il rischio del ritorno dei vecchi “dinosauri”, nel caso dovesse spuntarla Macrì, è più che notevole. Anzi, dalle sue dichiarazioni l’ex presidente del Boca Juniors pare esplicitamente deciso a conquistare la Casa Rosada sorreggendosi sulle loro spalle; il programma economico dell’avversario di Scioli è configurato infatti come una mera riproposizione delle “ricette” che tanto sono risultate amare all’Argentina ai tempi della presidenza Menem, e contiene prevedibili misure come svalutazione del peso, privatizzazioni, compressione dei consumi e dei diritti popolari, taglio della spesa pubblica e sostegno esclusivo alle esportazioni. Questo renderebbe inoltre difficile il progetto di integrazione continentale portato avanti in via autonoma dai governi sudamericani, che sono riusciti finora a bloccare l’estensione dell’area di libero commercio connessa agli USA attraverso l’ostruzionismo all’entrata in vigore dell’ALCA (Area di Libero Commercio delle Americhe), favorendo congregazioni locali fondate su presupposti totalmente differenti.

Macrì promette anche passi indietro dal disegno dei Kirchner per quanto riguarda i diritti civili e l’introspezione storica sui crimini della dittatura militare degli anni ’70-’80, e nel suo entourage circola da settimane la proposta di proporre in caso di vittoria una generale amnistia per gli ex carnefici e torturatori di Galtieri, Viola e Videla. Domenica, dunque, l’Argentina vivrà una giornata di fuoco. Alle urne si sfideranno due opposte concezioni del potere, della Nazione e del suo sviluppo. Il potere tradizionale all’assalto del nuovo potere progressista. A fungere da ago della bilancia, la figura della presidentessa uscente e, soprattutto, l’orientamento che sceglierà l’ampia pletora di indecisi. Loro, i maggiori beneficiari degli aspetti positivi del governo uscente, hanno in mano un potere incommensurabile, ovverosia quello di decidere se sposare la linea della continuazione del progetto sociale in atto e della correzione interna delle sue sbavature oppure se optare per un ritorno al passato che, ora come ora, sarebbe quanto mai aleatorio per l’Argentina Nel paese il fermento è palpabile, trattandosi del primo ballottaggio presidenziale della storia argentina, e viene alimentato dal carattere ideale che ricoprirà questo voto. Come in ogni occasione in cui la Storia è allo specchio, non potrebbe essere altrimenti. Dalle urne argentine usciranno indicazioni importantissime per capire l’evoluzione del Sudamerica.