Domenica 23 ottobre sarà probabilmente ricordata dai supporters della candidata democratica Hillary Clinton come una giornata da dimenticare, il momento in cui i loro incubi peggiori si sono materializzati come in un romanzo gotico dell’Ottocento: Trump sarebbe in (leggero) vantaggio nei confronti della propria avversaria per la presidenza americana. A riportare la notizia è stato il LA Times, il quale domenica 23 ottobre ha stimato il livello di consenso nei confronti dei due candidati in 44,4 punti percentuale per Donald Trump e 44,1 per Hillary Clinton, in base a dati estrapolati da un campione di 3028 iscritti alle liste di voto. Il risultato del sondaggio risulta particolarmente interessante, soprattutto perché attualmente solo il 37,5% degli elettori ritiene possibile la vittoria dell’imprenditore, mentre le aspettative nei confronti di Clinton vedono il 56,8% degli intervistati convinti che sarà proprio lei ad aggiudicarsi la presidenza. Apparentemente siamo di fronte ad una clamorosa asimmetria fra la percezione dell’elettorato e ciò che effettivamente essi esprimono in termini di intenzioni di voto. Quanto di vero, però, è presente in questa notizia? Andiamo con ordine. Il risultato del sondaggio è stato riportato da Breitbart, sito internet di opinione politica ed informazione fondato nel 2007, caratterizzato da un orientamento conservatore. Martedì 25 ottobre il LA Times ha confermato il vantaggio di Clinton con 45 punti percentuale, contro Trump al 44,1%. Un dato decisamente particolare, considerando che nello stesso giorno Real Clear Politics riporta Hillary Clinton al 48,3% come media nazionale e Trump al 43,2%. Il quadro è sostanzialmente confermato dai pools riportati dal NYT, che vede Clinton a 46,4% e Trump al 40,6%. Dunque, a giudicare dai dati citati, sembra difficile poter dar credito alle stime del LA Times, considerando anche l’orientamento politico generale dello Stato in cui il giornale ha sede: la California. Storicamente di tendenze democratiche, la California è ritenuta un bacino di voti fondamentale per Hillary Clinton, data vincente al 99% dal sito FiveThirtyEight – annoverato fra le migliori fonti di informazioni riguardo le elezioni statunitensi –. Risulta quindi difficile credere che i pools di domenica possano essere considerati rappresentativi delle intenzioni di voto della California o, ancor più improbabile, della nazione nel suo complesso.

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“Per chi voteresti?” – Risultati del sondaggio pubblicato dal LA TIMES

Ad arricchire la ricostruzione del volto politico della California si sommano i dati raccolti da Crowdpac, riportati sempre da FiveThirtyEight e relativi alle donazioni compiute dai grandi nomi della Silicon Valley: i dati parlano del 99% delle donazioni a beneficio di Clinton e solo l’1% a favore di Trump, andando a confermare il saldo legame fra l’élite imprenditoriale di nuova generazione e la candidata democratica. Il danno per il candidato repubblicano risulta aggravato dal fatto che, assieme a Florida e Texas, la California è ritenuto uno dei tre stati chiave per la vittoria della corsa alla Casa Bianca, a causa dell’elevato numero di grandi elettori che ne rappresentano la vastissima popolazione. Non potendo contare sullo Stato della costa occidentale, i repubblicani potrebbero giocarsi il tutto per tutto in Florida – dove le speranze di vittoria per Trump sono date al 27,5% – e in Texas, dove invece Trump è dato vincente all’82,3% (dati di FiveThirtyEight). Nulla però fa presagire uno stravolgimento delle previsioni elettorali più consolidate, le quali danno Clinton vincente sul proprio avversario senza alcuna possibilità di equivoci.

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“Quanti elettori, rispetto allo stato di provenienza, si sono fatti un’idea di chi votare?” – sondaggio riportato su Five Thirty Eight

Tuttavia, possiamo concludere riportando un fenomeno elettorale decisamente curioso: negli Stati Uniti, in forme differenti per ogni Stato federato, esiste la possibilità di votare anticipatamente rispetto alla data fissata dall’autorità locale per le elezioni. Il “voto anticipato”, concesso di fatto ovunque negli USA, è solo in 20 casi vincolato ad una ragione specifica e dichiarata, quale ad esempio motivi di salute o reali impedimenti per l’esercizio del voto – partecipazione ad un programma di studio all’estero, al servizio militare e così via –. Esiste però anche la possibilità di votare anticipatamente senza una motivazione specifica, attuato tramite voto per posta o in persona: nel primo caso, l’elettore riceve una scheda elettorale via posta, da compilare e rispedire prima o durante l’Election Day; nel secondo caso, invece, gli elettori si recano presso l’ufficio elettorale durante giorni specifici e registrano il proprio voto prima del giorno regolare. La caratteristica principale di questa peculiarità statunitense è la sua diffusione: secondo il Census Bureau data, quasi un terzo degli elettori ha usufruito di questa procedura nelle elezioni del 2012.

Oltre a quegli elettori che contano di non poter esercitare il proprio diritto nei tempi stabiliti dall’autorità locale – e che, di conseguenza, devono anticipare il voto – vi sono anche elettori convinti della propria scelta a tal punto che preferiscono esprimersi prima della regolare conclusione delle votazioni. Si tratterebbe, secondo gli studiosi, di una percentuale che si sarebbe comunque recata alle elezioni e che avrebbe probabilmente espresso le stesse scelte elettorali, per cui ai fini della statistica si tende a considerarli poco influenti. Questa procedura ha però l’effetto di privilegiare le campagne elettorali più efficaci, organizzate e capillari, in quanto risultano capaci di conquistare il breve tempo la fiducia dell’elettore che, persuaso dalla macchina organizzativa di partito, risulterà meno incline a riconsiderare il proprio voto e sarà più portato ad avvalersi dello strumento del voto anticipato. Fra i due candidati, attualmente è proprio Hillary Clinton che può vantare il titolo di campagna elettorale più strutturata, per cui appare logico supporre che sarà proprio lei a ricavare maggiori guadagni da questa pratica in costante aumento fra la popolazione statunitense.