Il Transatlantico sbanda, le barre del timone sono inceppate; colpito improvvisamente ai fianchi, ondeggia pericolosamente e imbarca inesorabilmente acqua. Il suo indeciso capitano, giunto oramai al termine della propria carriera, si guarda intorno e vede che anche i suoi uomini più fedeli, presi improvvisamente dal panico, non risentono più della sua influenza. Potrebbe sembrare l’incipit di un racconto incentrato sul naufragio di un Titanic o di un Andrea Doria, ma in realtà è una metafora dell’attuale condizione in cui si ritrova la Transatlantic Trade and Investments Partnership, ovverosia il famigerato TTIP, l’accordo commerciale di libero scambio negoziato da anni dagli Stati Uniti e dalla Commissione Europea che ora rischia di aver ricevuto un colpo fatale dall’esito del referendum britannico sull’uscita dall’Unione Europea. La vittoria del Leave ha scatenato infatti il più grande sconforto tra i fautori della conclusione di un trattato dai risvolti ancora oscuri, aspramente vituperato da numerose associazioni di cittadini e formazioni politiche in tutta Europa unitesi nella denuncia delle conseguenze inique l’abolizione delle barriere doganali tra le due sponde dell’Atlantico potrebbe provocare per la salute, la sicurezza economica e il benessere di milioni di persone. La rottura tra Londra e Bruxelles ha infatti comportato una spaccatura nel fronte negoziale comunitario favorevole all’introduzione del TTIP, decisamente caldeggiato dal governo britannico negli ultimi anni, e soprattutto ha rimesso in discussione l’ideologia unica del mercantilismo neoliberista, i cui alfieri si erano tanto convinti della sua inattaccabilità e della sua invincibilità da ritrovarsi totalmente increduli, spiazzati e pieni di rancore a seguito della dura sconfitta inflittale dal sussulto d’orgoglio della working class britannica.

Il Leave ha rappresentato in tal senso un punto di svolta auspicato dal fronte degli oppositori al TTIP, in quanto l’esito del referendum britannico del 23 giugno ha consentito l’apertura di un dibattito effettivo sui reali esiti a cui rischiano di tendere la globalizzazione e la progressiva liberalizzazione dei mercati finanziari di cui il TTIP rappresenterebbe l’apoteosi assieme alla sua controparte pacifica, il TPP (Trans Pacific Partnership) firmato nello scorso mese di ottobre. Dal Regno Unito, patria del moderno capitalismo, giunge quindi un grido d’allarme circa gli esiti nefasti a cui corre incontro un sistema oramai sfuggito di mano agli stessi “globalizzatori” denunciati, nei primi anni del Millennio, dai pionieristici servizi di Paolo Barnard, tutt’oggi tra i più aspri critici del mondialismo economico e dello stesso TTIP (da lui paragonato a una vera e propria “bomba di Hiroshima” per le piccole-medie imprese italiane). La vittoria del Leave riscatta l’indifferenza con cui i media mainstream e il mondo politico hanno accolto per anni le posizioni di Barnard e diversi altri studiosi, analisti ed esperti di geopolitica ed economia internazionale che si erano dichiarati scettici, perplessi o addirittura indignati per gli sviluppi distropici assunti da quella che era stata propugnata come l’ideologia politico-economica che avrebbe “posto fine alla Storia”.

Tra questi, è da segnalare la denuncia di Alain De Benoist, autore di uno dei principali saggi sul TTIP, pubblicato nel 2015, nel quale all’insorgere della globalizzazione è associato il parallelo sviluppo della pervasiva “ideologia del Medesimo”, ritenuta dal padre della scuola filosofica della Nouvelle Droite come il veicolo socioculturale del progetto neoliberale, il cui diffondersi porta con sé il livellamento delle coscienze, dei pensieri e degli stili di vita dei cittadini del mondo, appiattiti su un conformismo dilagante e essenzialmente autoreferenziale. Il TTIP, dunque, è letto da De Benoist al tempo stesso come un frutto e un seme del diffondersi dell’ideologia del Medesimo, che ora si ritrova messa in scacco dal voto britannico. Il Leave ha permesso dunque di constatare che il principale argomento portato a favore dell’espansione del processo mondialista dai suoi fautori, ovverosia l’inevitabilità del procedere della globalizzazione, non rappresenta un assioma ma è altresì un teorema che manca di basi concrete per la sua dimostrazione. Il solco sempre maggiore che le élite del continente europeo hanno scavato nei confronti della stragrande maggioranza della popolazione, da cui vivono isolate, arroccate in un castello di privilegi e superbia, ha chiaramente impedito ai tecnocrati dell’Unione e ai governanti maggiormente filoeuropeisti di rendersi veramente conto del disagio montante a causa delle disuguaglianze economiche crescenti causate dall’espansionismo sfrenato del progetto da loro propugnato.

La globalizzazione, il mondialismo e gli accordi ad essi finalizzati come il TTIP sono stati sempre supportati dai governi nazionali e dalle istituzioni continentali senza che al tempo stesso i cittadini ricevessero un adeguato flusso di informazioni e venissero dotati della necessaria consapevolezza per comprendere i processi in atto. In un becero esercizio di darwinismo sociale, le contraddizioni interne create nel sistema politico-economico occidentale hanno costruito col passare del tempo una società a più velocità, destinata nel corso degli anni a diventare quasi castale se un cambiamento interno non porterà a un necessario riequilibrio. Portate per la prima volta in cabina elettorale assieme all’Unione Europea che veniva giudicata dal popolo britannico, le istanze del neoliberismo più sfrenato sono state sconfitte senza possibilità di appello proprio dal sussulto di coloro che per colpa loro hanno sofferto maggiormente, pagando un durissimo prezzo in prima persona. Michel Onfray ha recentemente dichiarato: “il liberalismo si trova paradossalmente imposto in modo autoritario da questa macchina che ha dalla sua parte le élite politiche, mediatiche, industriali, finanziarie, bancarie, mercantili, ma non il popolo che fa le spese di questa dittatura liberale”; in un contesto del genere, l’attestazione da parte dei “globalizzatori” del fatto che a ogni testa, e non ad ogni sterlina sul conto corrente, corrispondesse un voto nel referendum sulla Brexit ha rappresentato una doccia gelata sulle loro ambizioni.

Le ripercussioni della vittoria del Leave si sono fatte sentire ben oltre i confini del continente europeo, dato che l’affossamento del TTIP potrebbe rappresentare il sigillo definitivo sulla negativa gestione della politica estera e degli scenari geopolitici messa in atto in questi ultimi otto anni dall’amministrazione del presidente USA Barack Obama. Questi ha viste frustrate le sue ambizioni circa la rapida conclusione e protocollazione del TTIP, che potrebbe ricevere il colpo di grazia dopo le elezioni di novembre a causa della riluttanza circa la sua conclusione mostrata da entrambi i candidati alla successione del senatore dell’Illinois, Donald Trump e Hillary Clinton. Troppo preoccupato a cercare di ritagliarsi il proprio angolo nei libri di storia per potersi meritare effettivamente una menzione onorevole, Obama ha puntato sul rafforzamento degli accordi di libero scambio negli stessi anni in cui il progetto unipolare statunitense entrava in parabola discendente al fine di controbattere alla crescente influenza geopolitica, commerciale e strategica di potenze come Cina e Russia. Il perdurante vassallaggio del Vecchio Continente nei confronti di Washington dal punto di vista diplomatico e militare rischierebbe di conoscere il proprio apogeo in caso di entrata in vigore del TTIP, che al tempo stesso impedirebbe di costruire alcun dialogo proficuo con gli altri attori della dialettica multipolare, contro cui l’Europa sarebbe giocoforza spinta in una relazione di controproducente conflittualità sulla scia delle decisioni statunitensi. Nel caso il TTIP naufragasse definitivamente, il modello multipolare de facto già esistente otterrebbe un indiretto ma significativo segno di riconoscimento, poiché la negazione della sua esistenza è una dei cavalli di battaglia dell’ideologia del Medesimo, del conformismo globale sognato dai neoliberisti più esasperati.

Decretando il sì alla Brexit, le urne britanniche hanno lanciato un messaggio chiaro; la voce della democrazia, resa ancora più tonante dall’elevata affluenza alle urne, ha espresso il suo diniego a una visione del mondo improntata su un mondialismo senza capo né coda che sta demolendo secoli di cultura e conquiste in campo politico, economico e sociale ottenute nell’area occidentale. L’incapacità dimostrata dai decisori politici europei ed americani negli ultimi due decenni in campo economico circa la possibilità di operare una razionale regolamentazione dei mercati di merci e capitali si è ripercossa pesantemente sui cittadini di entrambe le sponde dell’Atlantico. Il sistema democratico britannico ha inflitto un colpo durissimo a una delle organizzazioni maggiormente colpevole di queste problematiche attuali e gravissime, e il rigurgito classista dei portavoce dell’establishment e dei loro menestrelli sparsi in tutti i mezzi d’informazione occidentali che ha accompagnato i commenti al referendum sulla Brexit testimonia la loro incapacità di fare i conti con la realtà delle cose. Il 23 giugno, come detto già in precedenti articoli su “L’Intellettuale Dissidente, gli sconfitti del sistema globalizzato hanno conosciuto la loro grande rivincita. La capitalizzazione degli esiti di questo successo, frutto di tenacia e spirito critico, non può non passare attraverso l’affossamento del TTIP, in modo tale che un’ulteriore, decisiva débâcle faccia definitivamente segnare il passo ai “globalizzatori” e funga da presupposto per una reale, necessaria evoluzione del sistema economico occidentale in chiave più egualitaria e razionale.