L’omicidio del Presidente Sadat doveva essere, nella mente dell’Organizzazione della Jihad Islamica, il punto di svolta per la società egiziana, il momento in cui le masse avrebbero potuto spingere per l’instaurazione di uno Stato puramente islamico. Nessuna delle premesse si avverò e nel 1982, nelle prigioni cairote di Bab al-Khalq, Muhammad ‘Abd al-Salam Faraj, il leader del gruppo, insieme al sottotenente Khalid al-Islambuli ed altri complici, venne giustiziato. Gli arresti e la morte dei principali protagonisti della jihad egiziana tuttavia non poterono eliminare la forza del pensiero di Faraj il cui scritto, il già citato Imperativo occultato, divenne il pamphlet politico per eccellenza del radicalismo islamico. Insieme alle opere di Sayyid Qutb, e alle predicazioni dello shayk Kushk e di Shukri Mustafa, la jihad egiziana aveva sufficiente appeal ed esperienza nell’opposizione governativa per diventare faro di emulazione del vasto panorama dell’islamismo mediorientale.

Sebbene infatti il jihad contro il “nemico interno” avesse fallito nella sua applicazione pratica, le basi del pensiero restavano intatte e attraenti. La dicotomia a cui era stata ridotta la visione del mondo, con da un lato le società islamiche moderne perse nella jahiliyya (stato di ignoranza o di minorità rispetto al messaggio del Profeta, tipico della penisola arabica pre-islamica) e quindi condannate alla barbarie, e dall’altro l’instaurazione di uno Stato Islamico per mezzo del jihad, erano sentite come attuali all’interno dell’islamismo. L’Egitto, per oltre un ventennio laboratorio e campo pratica di questa dicotomia, poco dopo l’uccisione di Sadat inizio così ad esportare in Medio Oriente tanto il pensiero radicale quanto gli uomini volenterosi di diffonderlo e applicarlo.

Durante gli anni del jihad contro l’Armata Rossa in Afghanistan, centinaia di egiziani si unirono alle truppe mujahidin, e almeno 526 di essi (ovvero quasi un quinto dei combattenti “arabi”) morirono sulle montagne intorno a Kabul. Inoltre, all’inizio degli anni ’90, buona parte della radicalità egiziana si diffuse per osmosi in Algeria e incontrò con favore la costituzione del GIA, il Gruppo Islamico Armato coinvolto nella guerra civile. La diffusione del pensiero radicale egiziano verso il Maghreb e le aspre montagne dell’Afghanstan seguì però anche la via dell’Europa e arrivò fino alle periferie delle maggiori metropoli del Vecchio Continente come Parigi, Amburgo, Londra, Milano e Madrid. Proprio a Londra si rifugiarono due importanti cairoti per portare avanti la loro predicazione nella moschea di Finsbury Park. Il primo è Mustafa Kamel, meglio noto come Abu Hamza al-Masri, ingegnere naturalizzato britannico, mutilato di un occhio e delle mani dopo aver aperto un pacco bomba in Afghanistan durante la gioventù. Editore di al-Ansar, il settimanale del GIA algerino, padre di un giovane jihadista detenuto in Yemen per aver sequestrato dei turisti, è stato arrestato nel 2004 con undici imputazioni per terrorismo e condannato all’ergastolo nel gennaio 2015 senza possibilità di appello. Il secondo, Yasser al-Sirri, direttore dell’Islamic Media Observatory, è stato sospettato con la sua agenzia di aver fornito le lettere di accredito ai due falsi giornalisti che uccisero il comandante Mas’ud in Afghanistan tre giorni prima dell’11 settembre.

Gli estremisti islamici egiziani si sparsero dunque in buona parte del mondo dopo la morte di Sadat, ed ebbero un ruolo centrale nella proliferazione del jihad. Questa notevole presenza all’estero inizia nel 1984, quando buona parte dei condannati per l’omicidio di Sadat vennero scagionati e mandati a fare pellegrinaggio alla Mecca, da dove poi si erano imbarcati per raggiungere Peshawar in Pakistan, il centro avanzato da cui partivano i volontari arabi per combattere nelle brigate islamiche contro l’Armata Rossa. A quei tempi sia Washington che Riyad ritenevano i mujahidin “combattenti per la libertà” e dunque finanziati dai petrodollari sauditi e addestrati dalla CIA in funzione antisovietica. L’Egitto ovviamente fu ben lieto di scarcerare e mandare all’estero i suoi attivisti potendo in questo modo spedirli fuori dal paese, donarli agli americani contro i russi e sperare che non ritrovassero mai la strada di casa.

Ben poco di quanto sperato dal Cairo si realizzò; buona parte di questi giovani sopravvissero alla guerra e anzi tornarono con un bagaglio ed una esperienza militare senza precedenti che, unita all’indottrinamento salafita wahabbita, venne utilizzata durante gli anni Novanta sia contro i regimi mediorientali che contro l’Occidente. Dal 1992 al 1997, anno del massacro di Luxor, l’Egitto venne sconvolto da una guerra civile imposta a suon di attentati terroristici e che costò all’incirca un migliaio di vite umane e un poderoso tracollo economico. Soltanto lo shock e l’indignazione per i fatti di Luxor segnarono la fine del jihad nella Valle del Nilo.

Nello stesso periodo, verso la seconda metà degli anni Novanta, mentre Algeria, Egitto, Afghanistan erano lacerati dagli scontri civili, parte del fondamentalismo islamico egiziano operò un salto dottrinale ribaltando il pensiero di Faraj e di Qutb e rimettendo in primo piano il jihad contro il “nemico esterno”. E’ così che si giunge alla firma dello Statuto del Fronte Islamico Internazionale contro ebrei e crociati nel 1998, ed è così che i reduci dell’Afghanistan, i militanti egiziani e i combattenti algerini entrarono in contatto tra di loro tramite un imprenditore saudita di nome Osama bin Laden, fondatore nel 1988-89 di una organizzazione paramilitare sunnita di ispirazione wahabbita dal nome al-Qa’eda. In arabo “La base”, il nome venne scelto quasi per caso, poiché era il modo con cui al-Banshiri, egiziano, tra i fondatori storici del gruppo, chiamava i campi di addestramento in Afghanistan dove si erano conosciuti la maggior parte dei combattenti. Dopo la morte di al-Banshiri, nel 1996, il posto di numero due venne preso dal medico egiziano Ayman al-Zawahiri, erede di una famiglia di noti medici, giurisperiti dell’Università di al-Azhar e poeti, che per molto tempo fu la guida “ideologica” di al-Qa’eda. Al-Zawahiri, come ricordato nel precedente articolo, era già un volto noto alle cronache durante il processo per l’omicidio di Sadat e divenne leader di un’ala scissionistica della Jihad Islamica Egiziana dopo il 1984. Nel 2011, in seguito alla morte di bin Laden, è divenuto il nuovo capo indiscusso di al-Qa’eda.

Si arriva così al salto evolutivo, generazionale del jihad fino alla sua internazionalizzazione degli anni 2000. Gli attivisti di ieri sono divenuti i leader di oggi e il jihad, riflesso di una intima fitna (discordia) che non ha solo caratteri confessionali e religiosi ma anche politici, è divenuto più un segno di debolezza che non di forza.