A due mesi dalla vittoria di Mauricio Macri, candidato delle opposizioni favorevoli a una restaurazione del vecchio ordine politico ed economico, nel ballottaggio delle elezioni presidenziali argentine contro il candidato dello schieramento kirchnerista Daniel Scioli, la nuova amministrazione sta cercando con forza di imporre al paese nei tempi più stretti possibili le sue politiche, cercando di smantellare a colpi di decreto l’apparato costruito dai coniugi Kirchner tra il 2003 e il 2015. Nei fatti l’operato del nuovo governo, smaccatamente legato alle tradizionali oligarchie di potere che hanno a lungo detenuto un’influenza maggioritaria negli equilibri di potere del paese, si sta rivelando in diversi casi completamente contrario alle logiche di un paese democratico, tanto sul piano istituzionale quanto su quello concreto. Nei fatti, l’agenda programmatica che ha consentito a Macri di conquistare la Casa Rosada prevedeva molte dichiarazioni di intento decisamente vaghe, come l’impegno a ridurre l’inflazione e rendere il paese maggiormente appetibile per i capitali stranieri, e un piano concreto nelle intenzioni altamente ambizioso: il cosiddetto “plan Belgrano” (così denominato in onore del grande libertador) avente l’obiettivo di rilanciare le depresse regioni del nord dell’Argentina attraverso investimenti infrastrutturali, industriali e sociali. Dopo due mesi di governo, per l’attuazione dell’ambizioso progetto ben poco si è mosso, mentre in contrasto Macrì e i suoi si sono profittevolmente dedicati a interpretare le loro indicazioni programmatiche in maniera elastica, prendendo spunto dalla loro voluta vaghezza per imporre sul piano concreto un ritorno al passato, promuovendo riforme ispirate completamente dai dogmi neoliberisti, che ricordano largamente le manovre approvate sotto i governi di Menem e de la Rua prima del default del 2001.

Per evitare la trappola del dibattito parlamentare e aggirare le opposizioni, Macri ha sin da subito iniziato a governare utilizzando lo strumento del decreto legge, emettendone addirittura una trentina nei primi tre giorni di governo! Numerosi interventi hanno avuto lo scopo palese di riportare alla luce la vecchia struttura economica dell’Argentina, in particolar modo favorendo una forte svalutazione del peso nei confronti del dollaro USA per attrarre investimenti nel paese, misura fortemente criticata da tutto l’arco delle opposizioni istituzionali, alla quale non è stata comunque concessa alcuna finestra d’intervento per arginare l’applicazione della mossa. Macrì è conscio dell’abile gioco di equilibrismo su cui poggia il suo consenso, essenzialmente dovuto alla comunanza di intenti riscontrata nel corso del secondo mandato della Kirchner tra forze politiche unite essenzialmente dalla volontà di procedere alla restaurazione più integrale. La sua “controrivoluzione” ha perciò sin da subito strabordato, in quanto a causa della sua stessa ispirazione si presta ben poco a essere condotta attraverso i canali tipici di un ordinamento democratico. Il presidente forza in continuazione le istituzioni eprocedimenti, procede col grimaldello e nei due mesi di “furia promulgatrice” ha emesso decreti riguardanti qualsiasi argomento, giustificandone la stragrande maggioranza con la necessità dell’urgenza di riformare l’ordinamento del paese. Su molti di questi gravano non pochi sospetti di imparzialità.

Viene ad esempio da interrogarsi su quale sarebbero state le reazioni a livello internazionale se il governo venezuelano di Nicolas Maduro avesse promulgato un decreto simile a quello imposto da Macrì in tema di libertà di stampa e di espressione a un mese dall’insediamento, la cosiddetta ley de medios mai prevista nelle intenzioni elettorali ma apparsa sin da subito tra i punti più urgenti dell’agenda del nuovo presidente. Approvata il 30 dicembre 2015, la ley de medios rende molto più tortuoso e complicato l’iter di ottenimento del riconoscimento di testata giornalistica per i nascituri organi di informazione, e calmiera notevolmente la concessione di spazi nell’etere a chi volesse immettersi nel mercato delle TV private, consentendo in tal modo di mantenere intatto il potere sui mass media detenuto dai sostenitori del presidente, che ha giovato notevolmente del dominio in questo decisivo terreno nella contesa elettorale con Scioli. Il calmieramento del dissenso è proceduto di pari passo con un progressivo imbavagliamento delle voci di protesta levatesi nella società civile e nei movimenti organizzati argentini, praticato non attraverso violente e smodate azione di repressione delle proteste ma bensì attraverso il continuo dileggio delle figure dei principali leader dei movimenti e delle loro battaglie alternato a arresti di figure simbolo ordinate sulla base di prove molto aleatorie. Una procedura di limitazione del potere di voce delle opposizioni favorita anche dal momentaneo eclissarsi del Partito Giustizialista, intento a leccarsi le ferite e in cerca di una nuova identità in vista di un ritorno in forze per la rivincita elettorale, è esemplificata esaustivamente dal caso di Milagro Sala. Portavoce del movimento indigeno nella regione di Jujuy, la Sala è stata arrestata ed è tuttora detenuta in misura cautelare sulla base delle accuse di sedizione e disturbo all’ordine pubblico rivoltele per la partecipazione a delle marce di protesta assolutamente pacifiche indette dagli oppositori dell’operato del governatore della regione, il sostenitore di Macrì Gerardo Morales, che dopo la vittoria dell’ex presidente del Boca ha dato un giro di vite alle sue politiche iniziando a favorire smaccatamente gli interessi economici dei principali centri di potere.

Con la scusa dell’urgenza Macri ha, come detto, imposto una mole senza precedenti di riforme nelle politiche economiche dell’Argentina, e proprio su questo tema è fondamentale soffermarsi, dato il ruolo sempre più spiccato che Macri sta assumendo come “battistrada” degli esponenti conservatori di tutto il continente sudamericano. Come i governi populisti del socialismo del XXI secolo hanno trovato giovamento e fiducia nel successo dei loro omologhi latinoamericani nella loro fase di ascesa, così la controrivoluzione argentina richiede successi immediati per propagarsi verso nord. E Macri ha tra i suoi obiettivi la realizzazione del progetto di restaurazione neoliberale, in ossequio alla quale sono già stati annunciati forti tagli al settore pubblico, licenziamenti massicci e misure di austerità promosse al solo fine di presentare il paesi coi conti in ordine agli investitori stranieri attratti dalla svalutazione del peso e, soprattutto, dal progetto di apertura del mercato argentino ai trattati di libero scambio. Per comprendere l’ampiezza del programma immaginato da Macri, si consideri quanto riportato dal numero di dicembre di “Almanacco Latinoamericano”: “Il Ministro della Produzione, Francisco Cabrera, ha annunciato che saranno eliminate le “dichiarazioni anticipate di importazione” con cui il governo controlla la quasi totalità delle merce in ingresso del paese, visto che in assenza di tali autorizzazioni nessun importatore può far entrare merce in Argentina […] avviando un meccanismo che sulle circa 19 mila voci tariffarie ne dovrebbe liberalizzare circa 18 mila”.

I decreti governativi hanno imposto inoltre un severo ridimensionamento alla gamma di misure di ridistribuzione e di sostegno reddituale per le fasce più deboli della popolazione introdotti nel decennio passato. Particolarmente scalpore ha destato il nuovo corso imposto dal ministro dell’Energia Juan José Aranguren, che ha eliminato i sussidi al settore dell’energia elettrica e del gas, a lungo fondamentali nel mantenere i prezzi su livelli sostenibili per la stragrande maggioranza degli utenti privati. Nel complesso il quadro che va a delinearsi è quello di un paese che percorre a ritroso il suo cammino storico, in un moto retrogrado accelerato dalla sistematica negazione dell’ordinaria dialettica democratica da parte del neo presidente. La temporanea disorganizzazione dell’ex formazione di governo rende più facile il gioco a Macri, la cui azione potrà essere arginata solo dal ritorno in campo di un rinnovato schieramento progressista, che al giorno d’oggi non può non essere il Partito Giustizialista, nel quale brilla l’astro nascente di Sergio Massa, peronista decisamente critico nei confronti di Cristina Kirchner e deciso a riportare in campo un movimento decisamente rinnovato. Nei prossimi mesi, gli sviluppi argentini andranno monitorati e analizzati approfonditamente: il paese si appresta sempre di più a divenire un vero e proprio “laboratorio”, il cui studio aiuterà a capire le future evoluzioni delle dinamiche politiche degli altri paesi latinoamericani.