Una volta su Craiglist si andava cercando annunci per piccoli lavoretti part-time, acquisti dell’ultimo minuto che alcune volte si rivelavano uno spreco di denaro o incontri in cui si poteva sperare di conoscere una persona diversa dalla routine. A quanto pare, però, ad essere fuori dalla routine sono attualmente più alcune offerte di lavoro apparse sul famoso database statunitense, rispetto ad eventi che cominciano con le migliori intenzioni e terminano in denunce alle forze dell’ordine: “Combatti l’Agenda Trump! Assumiamo attivisti a tempo pieno.” Sembra uno scherzo, eppure è tutto reale e nemmeno isolato ad una singola associazione. Nel caso specifico, si parla di Washington CAN! – dove CAN sta per Community Action Network -, organizzazione lobbistica con più di 50000 membri la cui mission dichiarata è quella di portare una maggiore attenzione alla giustizia economica nello Stato di Washington – testualmente:

“raggiungere l’uguaglianza economica, sociale e razziale al fine di stabilire una società democratica caratterizzata dalla giustizia ed equità, nel rispetto delle diversità e da una qualità di vita decente per tutti coloro che risiedono nello Stato di Washington”.

A quanto pare, l’aspetto economico non è sfuggito all’attenzione dell’organizzazione neppure questa volta, in cui si procedeva ad assoldare cittadini a Seattle per partecipare alla galassia di proteste che stanno animando le piazze statunitensi dopo la vittoria di Donald Trump nelle elezioni presidenziali. Piccola nota: l’annuncio è stato reso pubblico proprio nelle stesse ore in cui si verificavano gli episodi sopracitati. La Washington CAN! non è sola: essa fa parte del network USAction, formato da 501 organizzazioni progressiste presenti su tutto il territorio statunitense e fondato nel 1999. Attualmente è presieduto dall’afroamericano William McNary, mentre il suo vice è Heather Booth – nota nel mondo femminista -. Booth è stata, tra l’altro, la guida della Citizen Action, composta da attivisti ed associazioni sparse in 34 Stati. Il passaggio da un’organizzazione apartitica verso un sostenitore esplicito del Partito Democratico avvenne sotto l’amministrazione Clinton. L’abbandono della Citizen Action da parte di Booth avvenne nel 1999, a seguito dello scandalo Teamstersgate, in cui venne elargito un finanziamento illecito nei confronti di Ron Carey, impegnato nella rielezione per la direzione del sindacato Teamsters

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L’annuncio pubblicato su Craiglist

Come si è accennato precedentemente, gli annunci di questa categoria non si limitano a quello citato precedentemente: il 5 novembre 2016 ne viene pubblicato un altro a Philadelphia con tanto di numero telefonico, paga “dai 15 ai 18 dollari all’ora + bonus + straordinari e garantiamo fino a 77 ore alla settimana”. Nello stesso giorno, a Pittsburgh, viene pubblicato lo stesso annuncio con un numero di telefono differente, mentre l’elezione di Donald Trump si avvicina. Washington CAN! non è l’unica organizzazione che si occupa di mobilitare manifestanti contro il tycoon: al centro del giro di vite – e di denaro – che starebbe portando in strada cittadini pagati per contestare il presidente eletto sarebbe MoveOn: si tratta di una piattaforma che ricalca il modello di Change.org, nata durante l’impeachment nei confronti di Bill Clinton. L’aspetto più importante da sottolineare, però, è il fatto che MoveOn sia finanziata da George Soros, il presidente della Open Society Foundations – fondata nel 1993 ed attiva in 37 Paesi – e della Soros Fund Management – un hedge fund nato nel 1969 e considerato uno dei più vantaggiosi nel settore -. Il nome di Soros è legato agli ingenti finanziamenti compiuti nei confronti delle cosiddette “rivoluzioni colorate” avvenute nell’Europa dell’Est, oltre alla vicenda dei documenti rubati dal database di Open Society e resi pubblici da DC Leaks che mostrerebbero un coinvolgimento preponderante dell’imprenditore nelle principali vicende politiche degli ultimi 25 anni. Il materiale, raccolto nella piattaforma soros.dcleaks.com e scaricabile in PDF, riportano in particolare un forte appoggio di Soros ai movimenti di protesta ucraini che hanno portato il Paese alla destabilizzazione, perseguendo una strategia molto simile a quella che va delineandosi attualmente: dopo alcuni giorni di proteste apparentemente sotto controllo, l’equilibrio si rompe con la morte di alcuni civili e di alcuni poliziotti; la rabbia dei cittadini esplode mentre i politici americani danno ragione al popolo, schierandosi dunque contro chi incarna la funzione governativa – ossia Trump -; in Europa ci si adegua alle posizioni assunte dagli Stati Uniti e ci si schiera contro il “tiranno”; si esige la rimozione del nemico, mentre la protesta si radicalizza e gli scontri si fanno sempre più violenti; il Paese è sull’orlo del collasso sociale e l’escalation di violenza porta al rovesciamento dell’esecutivo. Sembra incredibile, ma è ciò che potrebbe accadere negli Stati Uniti di qui a breve.

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La vignetta del nostro Breccia Vignettista

Il magnate Soros sembra personalmente preoccupato per la vittoria di Donald Trump, fatto dimostrato dalla riunione a porte chiuse che impegnerà lo stesso Soros assieme ad altri grandi investitori di tendenze liberal, sotto lo sponsor di Democracy Alliance. La notizia è stata riportata da Politico. A prendere parte al convegno c’è anche Elizabeth Warren, senatrice democratica, reputata una fra i 20 progressisti più influenti del territorio statunitense. La location è L’Hotel Mandarin Oriental. L’obiettivo, stando ai documenti recuperati da Politico, sarebbe quello di organizzare l’opposizione ai primi 100 giorni del Governo Trump. Naturalmente è impossibile affermare con certezza che tutte le manifestazioni in corso siano state organizzate a tavolino, eppure il sospetto è più forte di qualsiasi buona fede. Curiosamente ironico, invece, è il fatto che chi si professi a favore della democrazia e della tolleranza abbia alle spalle personaggi così compromessi. Il rischio di avere alleati come George Soros, ricchi di denaro ma poveri di morale, è che gli Stati Uniti possano ridursi ad un nuovo contesto destabilizzato, eventualità di cui non abbiamo bisogno attualmente. Ora ci occorre un’America disimpegnata, ma coesa, piuttosto che un colosso ingombrante e disunito.