Quel che sta accadendo negli USA, non ha precedenti; si assiste infatti ad uno scontro di poteri mai visto a Washington in maniera così vistosa, in cui il Presidente sembra essere stato, nei fatti, defenestrato. La politica estera USA, non passa più soltanto dalla Casa Bianca; è ora il Parlamento, con la sua fronda di neoconservatori a tirare in massima parte le fila, lo ha voluto dimostrare il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, andando a Washington senza nemmeno incontrare Obama ed in compenso recandosi al Congresso, il quale gli ha tributato autentiche standing ovation. Quello del premier israeliano, che all’epoca dei fatti era uscente e ricandidato al ruolo di leader poi riottenuto a furor di voti nelle ultime elezioni, è stato un atteggiamento di totale e voluta mancanza di rispetto verso il padrone di casa: è come recarsi nella dimora di un amico ed ignorarlo del tutto, preferendo invece conversare con la moglie. Quell’episodio ha inaugurato una nuova strategia per il medioriente, che tiene uniti diversi attori aventi un medesimo obiettivo: la destabilizzazione dell’area. Esiste adesso un filone di attori che dalle petromonarchie arriva all’Arabia Saudita, da qui passa per Israele e da Tel Aviv giunge direttamente al ramo neoconservatore del Congresso di Washington.

Obama è stato messo da parte, Israele ad Arabia Saudita sembrano preferire far da soli senza aspettare le mosse della Casa Bianca, andando a far leva sulla debolezza parlamentare del Presidente USA; Barack Obama paga cara la trattativa con l’Iran. Israele non la vuole, teme che un rafforzamento di Teheran nella regione dia impulso ai movimenti di resistenza; l’Arabia Saudita ha paura che un Iran senza sanzioni possa rubarle la scena nel mercato del petrolio e quindi contrastarle il ruolo di potenza regionale; i neoconservatori sono sempre stati vicini alla lobby ebraica negli USA ed ecco che l’asse tra questi tre principali attori ha dato grande impulso ai recenti accadimenti in medioriente. I raid sauditi nello Yemen, il riarmo dei terroristi in Siria, passa tutto da questo asse, il quale ha creato un precedente storico di una certa importanza: non si aspetta più la Casa Bianca, se è il caso si forza la mano e si lacera il contesto interno americano. E’ questo il messaggio più importante che passa oggi: se gli USA non tutelano gli interessi dei loro ‘alleati’ regionali, gli alleati regionali faranno da sé, aumentando le divergenze tra le varie istituzioni americane. L’obiettivo adesso è quello di spianare la strada al successore di Obama e presentare un duello presidenziale, che possa portare alla Casa Bianca un nuovo ‘garante’ degli interessi speculativi mediorientali. Le elezioni presidenziali non sono poi così lontane: si voterà nel novembre 2016, ma tra 12 mesi sarà già tempo di primarie; Obama sta pagando il dialogo con l’Iran, ma anche una fase di raffreddamento dei toni aspri contro la Russia.

In poche parole, esistono oggi due assi negli USA, contrapposti fra di loro: da un lato la Casa Bianca, con il Presidente Obama che non vuole tirarsi indietro nel dialogo con Teheran e non vuole lanciarsi ad un anno dalla fine del mandato in un braccio di ferro ostinato con Putin; dall’altro lato, il Congresso a maggioranza repubblicana in cui prevale l’agenda neoconservatrice, che prevede inasprimento delle sanzioni contro la Russia, vicinanza ad Israele e benedizione delle ‘imprese’ saudite nella regione. Difficile dire chi uscirà vincitore da questo confronto, di sicuro lo scenario è del tutto nuovo: l’America è divisa, la governance dello zio Sam non ha una traiettoria univoca, le spaccature crescono e questo apre nuove prospettive. Potrebbe verificarsi una reazione di orgoglio di Obama, che non ci sta a sparire dalla storia ed accelera sull’accordo nucleare con l’Iran e sul dialogo con Assad in Siria; potrebbero invece crearsi mesi di stallo, in cui l’asse neoconservatore temporeggia puntando a logorare Obama ed a far votare quindi agli americani un candidato più affine ai loro interessi; potrebbero verificarsi prove di forza da entrambe le parti. Di sicuro, quel che si può notare è un tentativo di defenestrazione di Obama, con i suoi ‘alleati’ che non si fanno scrupolo di indebolire gli USA pur di aver i propri interessi tutelati. In linea di massima, si potrebbe parlare anche di un colpo di mano: se Obama non garantisce determinati interessi, allora si ‘dribbla’ la Casa Bianca e si punta su altri attori, creando nuovi assi. Il braccio di ferro andrà avanti nei prossimi mesi: sullo scacchiere internazionale, le partite si giocheranno in Ucraina, Siria e Yemen, ma la partita pone tanto altro in ballo, a partire da quelli che sembrano i due primari obiettivi dell’asse Israele – Arabia Saudita – neoconservatori, ossia la Russia di Putin e l’Iran degli Ayatollah.