Devi dare il consenso all'uso dei cookies per poter visualizzare questo video. Maggiori informazioni
Devi dare il consenso all'uso dei cookies per poter visualizzare questo video. Maggiori informazioni

Non passa giorno che dagli Stati Uniti non arrivino allarmi su possibili attacchi informatici russi durante il voto di oggi. Non è chiaro però in quale modo degli hacker assoldati dal Cremlino dovrebbero influenzare l’esito del processo elettorale. Effettivamente, per tutto il mese di ottobre, numerose sono state le aggressioni a diversi siti statunitensi: da Spotify a Twitter, oltre a Cnn, NYT, Boston Globe, The Guardian, Netflix, Airbnb, Visa, Ebay e molti altri; eppure, nonostante il disagio del blocco di questi dominii e social media, non è chiaro come questi eventi si colleghino alle elezioni e possano influenzare le scelte degli elettori americani. Molto più grave invece sono state le accuse più volte reiterate dalla Clinton su come le migliaia di mail pubblicate da Wikileaks, provenissero da una deliberata azione di pirateria informatica russa per favorire il candidato repubblicano. Inutili sono state le ovvie smentite da parte di Assange che invece, a sua volta, ha subito il blocco di Internet nell’ambasciata ecuadoregna a Londra. Astuta è stata l’operazione di disinformazione dei principali Media statunitensi: additare i russi come responsabili del furto delle mail incriminate, ha indubbiamente spostato l’attenzione dell’elettorato dal contenuto delle stesse a chi invece le abbia trafugate; gettando contemporaneamente un’ombra su Trump e sui suoi presunti favori verso Putin, oltre che sulla stessa “indipendenza” di Wikileaks.

Intervista esclusiva di Julian Assange rilasciata a Russia Today 

Eppure più ci si avvicinava all’apertura delle urne, più qualcuno ai vertici dei Servizi americani si deve essere reso conto che dichiarare pubblicamente di essere così vulnerabili agli attacchi informatici nemici non è proprio il massimo della pubblicità per la prima potenza mondiale, che spende budget miliardari per la difesa e l’esercito. Così, l’altro giorno, il vicepresidente Joe Biden si è sentito in dovere di rassicurare il popolo americano, confessando alla Nbc che un piano segreto per una decisa risposta era già stato predisposto; anzi, che numerosi malware (ossia virus e cavalli di Troia) erano già stati introdotti nella rete russa, pronti per un’eventuale rappresaglia. Questa “operazione segreta” però non solo manca di qualsiasi criterio di “segretezza” ma, in caso di un’improbabile realizzazione, si configurerebbe a tutti gli effetti come un vero e proprio attacco di Stato a un altro Paese sovrano.  Il timore è che l’agitare uno spauracchio di un attacco hacker nel giorno delle elezioni sia invece funzionale a coprire eventuali irregolarità nel voto telematico. Il sistema che gestisce il conteggio dei voti (GEMS) e che include almeno il 25% di tutti gli elettori, è stato verificato possa frodare in maniera invisibile il numero dei votanti, moltiplicandone a piacimento alcuni nominativi fino a venticinque volte o addirittura facendoli scomparire.

Il Vicepresidente degli Stati Uniti d’America lancia un messaggio inequivocabile al Cremlino 

Il sistema infatti in almeno cinque Stati non prevede alcun controllo cartaceo del voto ed è già stato evidenziato come, in alcuni Stati dove si è già votato, vi fossero delle irregolarità che attribuivano i voti in favore del GOP alla Clinton. La strategia americana di sicurezza cibernetica dovrebbe però essere in grado di ovviare all’anonimato della Rete e identificare con certezza gli autori materiali degli attacchi, prima di accusare genericamente governi stranieri; anche se dimostrare con certezza la responsabilità della Russia, potrebbe favorire l’intelligence di Mosca nel comprendere eventuali proprie falle e porvi rimedio. Le risposte in tal caso potrebbero variare dal congelare i conti correnti e gli asset delle persone vicine a Putin; rivelare le conversazioni che provino il coinvolgimento di ufficiali russi nell’attacco; o rivelare ai cittadini russi il controllo a cui è soggetta la loro rete domestica. Inutile però attendersi – come in altre numerose occasioni (dal Boing malese abbattuto al bombardamento del convoglio umanitario in Siria) – che siano mostrate prove certe della responsabilità di coloro che si celano dietro questi attacchi; appena sarà decretato il nuovo presidente degli Stati Uniti, tutte queste accuse finiranno presto nel dimenticatoio e il risultato sarà comunque ottenuto: spaventare l’americano medio per poi dichiararsi pronti al contrattacco.