C’è qualcosa di oscuro nell’abbattimento del Sukhoi russo ai confini tra Turchia e Siria. Troppi punti neri. Troppe stranezze. C’è sicuramente la sensazione che il Governo di Ankara abbia ormai preso una posizione definitiva nel conflitto tra chi sostiene lo Stato Islamico e chi lo combatte. E chiaramente non è la posizione dei secondi. L’abbattimento del caccia, ordinato direttamente dal premier Ahmet Davutoglu, braccio destro del presidente Erdogan, secondo i tuchi sarebbe avvenuto dopo che i piloti alla guida erano stati avvisati “dieci volte in cinque minuti” prima di essere colpiti. Ben diversi i dati forniti dal Cremlino. I radar della base aerea di Humaymim indicherebbero infatti che l’F16 turco sarebbe sconfinato in territorio siriano per attaccare il Sukhoi, precipitato infatti, e questo è incontestabile, a quattro chilometri dal confine turco. Ciò che lascia senza parole è quanto è accaduto dopo. I due piloti, schiacciato il pulsante di espulsione automatica, hanno cercato di trarsi in salvo paracadutandosi. Ma a quel punto sono intervenute le bande armate dei cosiddetti “ribelli moderati” anti Assad, formate da truppe irregolari di etnia turcomanna, che gli Stati Uniti sostengono essere cosa differente dall’Isis. Mitragliando i piloti mentre scendevano con il paracadute, in barba a qualsiasi convenzione internazionale, sono riusciti a ucciderne uno, poi esibito in un macabro video subito caricato sui loro profili social. L’altro è riuscito a salvarsi grazie a uno dei due elicotteri russi intervenuti sul posto per prelevare i piloti. Peccato che uno dei due velivoli sia stato, nuovamente in barba a qualsiasi convenzione, attaccato e danneggiato dai medesimi ribelli.

Dura la reazione di Putin, che ha definito una “pugnalata nella schiena” l’operazione turca. Sconcertante quella degli Stati Uniti e della Nato, che hanno invocato il “diritto della Turchia a difendersi”. Incredibile la remissività nei confronti di un Paese che, a una settimana dalla strage di Parigi, ha di fatto attaccato un velivolo impegnato a colpire i mandanti di un massacro nel cuore dell’Occidente. Incredibile che con tanta irresponsabilità si sia liquidato il primo caso di abbattimento di un velivolo russo da parte della Nato nella storia. Ancora più incredibile che il numero uno dell’Alleanza atlantica, Jens Stoltenberg abbia dichiarato il suo supporto per la Turchia, chiarendo però che si trattava di una posizione personale. È forte il sospetto che, dietro alla facciata del “je suis Paris”, l’Occidente preferisca ancora i barbari tagliagole dell’Isis al Governo di Assad. Tante sarebbero le domande da porsi. In primis bisognerebbe chiedersi chi sono i compratori delle immense quantità di petrolio estratte dai miliziani del califfo. Secondo fonti russe l’Isis controllerebbe il 60% dell’estrazione di petrolio della Siria e il 10% dell’Iraq e la Turchia sarebbe uno dei principali fruitori, acquistando oro nero a prezzi infinitamente più bassi rispetto a quelli previsti ad esempio dal Governo iracheno.

La guerra ad Assad e l’occupazione dell’Iraq sono soprattutto uno strumento per accaparrarsi le risorse siriane e irachene e impedire la concorrenza con le forniture di petrolio e gas verso l’Europa. Uno strumento che quindi fa comodo alla Turchia e ai suoi alleati tra cui gli Stati Uniti e i Paesi del Golfo, regimi wahhabiti quali Arabia Saudita e Qatar la cui ideologia è la medesima di quelli che europei e americani definiscono “barbari” e “terroristi” salvo poi andare a portare i massimi onori ai regnanti sauditi. Un regime, quello degli Al Saud, che prevede la decapitazione per le donne accusate di adulterio e gli uomini incolpati di “stregoneria”. Ma gli atteggiamenti ambigui non sono solo quelli turchi. Verrebbe infatti da chiedersi come sia possibile che grosse quantità di armamenti vengano trasferiti dall’Ucraina, acquisita informalmente alla causa Nato con il golpe di Maidan e nemica giurata di Mosca, all’Isis attraverso la Turchia senza che nessuno obietti nulla. Un fatto accertato da una fonte più che super partes, il Ministero degli Interni del Kuwait sunnita e filoatlantico, che la scorsa settimana ha comunicato all’agenzia Al Arabiya di aver individuato una cellula dell’Isis guidata da un libanese che gestiva il trasferimento di missili antiaerei dall’Ucraina ai miliziani di Daesh passando attraverso il confine turco. Ci sarebbe anche da chiarire come ha fatto la Turchia ad autorizzare l’abbattimento del caccia russo se, come ha detto il Ministro degli Esteri russo Lavrov a Sputnik, “secondo le regole di ingaggio della coalizione antiterrorismo, i paesi partecipanti possono utilizzare in combattimento aerei americani (come l’F16 usato dai turchi, ndr), solo con l’autorizzazione degli Stati Uniti”. La questione, insomma, non è a quale gioco stia giocando la Turchia, ma a quale gioco stiano giocando gli americani. Un gioco che pare spingere il mondo verso un nuovo conflitto globale.