La rimozione dall’incarico della 65enne figlia del dittatore Park Chung-hee ha infatti spalancato un vero e proprio “vaso di Pandora”, ponendo la Corea del Sud di fronte all’enorme portata della corruzione sistemica e alla dimensione imponente della connivenza che unisce il mondo della grande industria a centri di influenza politici facenti riferimento agli apparati dello Stato o alle cerchie private dei suoi leader. Proprio a queste cerchie di influencer apparteneva l’ambigua Choi Son-sil, la sedicente “consigliera” di Park Geun-hye divenuta deus ex machina dello scandalo politico che a partire dagli inizi del 2016 ha sconvolto le istituzioni coreane, mano a mano che venivano a conoscenza della magistratura e del grande pubblico i dettagli sulle sue ingerenze negli affari pubblici dell’importante Paese asiatico e, soprattutto, delle sue persistenti attività di lobbysmo a favore dei grandi gruppi industriali come Hyundai e Samsung. Park Geun-hye è stata progressivamente travolta dalla realtà dei fatti, dalla portata delle rivelazioni e dalla volontà del suo partito, il Saenuri schierato su posizioni apertamente conservatrici, di separare i propri destini da quelli del Presidente, suffragata dalla decisione della formazione di cambiare nome nella fase di maggior acume della crisi sudcoreana, trasformandosi ufficialmente nella giornata del 13 febbraio nel Partito della Liberta della Corea.

Park Geun-hye arriva in auto alla sua residenza di Seul dopo che la Corte Costituzionale ha ufficializzato la sua estromissione dalla Casa Blu, il palazzo presidenziale. Gli scontri seguiti al verdetto finale sulla decadenza dell’ex Presidente sono stati prolungati e violenti, provocando tre morti nelle giornate del 10 e dell’11 marzo.

Park Geun-hye arriva in auto alla sua residenza di Seul dopo che la Corte Costituzionale ha ufficializzato la sua estromissione dalla Casa Blu, il palazzo presidenziale. Gli scontri seguiti al verdetto finale sulla decadenza dell’ex Presidente sono stati prolungati e violenti, provocando tre morti nelle giornate del 10 e dell’11 marzo.

Il capitolo più oscuro legato all’intricata vicenda che ha portato alla formalizzazione dell’impeachment della Park è sicuramente quello riguardante l’ingerenza continua e pervasiva delle grandi concentrazioni industriali, le chaebol, negli affari della Corea del Sud. Lee Sang-eun, giornalista del Korea Economic Daily, ha riportato in un articolo pubblicato sul numero di Limes di dicembre 2016 dati che mostrano eloquentemente il peso economico delle principali chaebol, lesto a provocare la conquista di appannaggi politici: le trenta maggiori corporazioni, infatti, assommano un totale di ricavi pari al 39% del complesso generato dal settore industriale, e tra queste a fare la parte del leone è sicuramente Samsung Electronics, le cui vendite nel 2015 sono ammontate al 13,83% del PIL della Corea del Sud, Paese di cui Lee ha riportato l’indicativo soprannome di “Repubblica di Samsung” affibbiatole da numerosi suoi concittadini.

“Non è un’esagerazione dire che una parte importante della vita di un coreano dipende da alcune grandi corporazioni nazionali […] – Samsung, Hyunday, LG, SK, CJ, GS, Lotte, Hanwa – controllanti la quasi totalità del mercato: automobili, elettrodomestici, edilizia, distribuzione, raffinazione del petrolio, cultura, media”.

Fatte tali opportune premesse, si può comprendere la portata che ha avuto per il Paese l’arresto, nel mese di febbraio, del vice-presidente di Samsung Lee Jae-yong, leader de facto del colosso industriale accusato di corruzione e frode dopo che sono emerse le prove del pagamento di una tangente di 38 milioni di dollari a Choi Son-sil. La crisi politica, a cui è destinata ad aggiungersi l’imminente recessione che si prospetta per il Paese nel 2017, si somma alla delicatezza del contesto internazionale, che vede Seul fronteggiare in cagnesco la Corea del Nord in uno scenario di revival delle più aspre tensioni del passato e incerta sui suoi futuri indirizzi geopolitici. Benjamin Lee ha scritto sul The Diplomat che il vuoto di potere caratterizzante la Corea del Sud potrebbe rappresentare un elemento importante in un possibile aggravio della crisi con il vicino settentrionale, mentre nelle ultime settimane la visita del Segretario della Difesa statunitense Mattis in Estremo Oriente ha fatto raffreddare temporaneamente le preoccupazioni sudcoreane per il futuro del sistema di alleanze del Paese, che avevano portato Seul ad accarezzare l’idea di convertire a fini militari il suo programma nucleare civile.

Il 9 marzo si sono aperte le udienze di quello che promette di essere il “processo del secolo” in Corea del Sud: Lee Jae-yong, leader di Samsung, è accusato di aver fornito consistenti tangenti al “cerchio magico” di consulenti della deposta Park Geun-hye, e la scoperta di numerosi retroscena sulla sua condotta rischia di compromettere assieme alla sua immagine e alla propria carriera imprenditoriale anche il futuro del gruppo che dirige, già pressato da numerosi guai legati alla scarsa efficienza degli ultimi prodotti realizzati.

Il 9 marzo si sono aperte le udienze di quello che promette di essere il “processo del secolo” in Corea del Sud: Lee Jae-yong, leader di Samsung, è accusato di aver fornito consistenti tangenti al “cerchio magico” di consulenti della deposta Park Geun-hye, e la scoperta di numerosi retroscena sulla sua condotta rischia di compromettere assieme alla sua immagine e alla propria carriera imprenditoriale anche il futuro del gruppo che dirige, già pressato da numerosi guai legati alla scarsa efficienza degli ultimi prodotti realizzati.

In capo a un paio di mesi, i sudcoreani saranno chiamati alle urne per eleggere il Presidente destinato a succedere alla Park. Nonostante la rimozione dell’ex Presidente sia avvenuta per via giudiziaria e parlamentare, il crollo di consensi e popolarità che ha investito di recente Park Geun-hye sembra essersi trasmesso, secondo il più classico degli effetti valanga, sul suo partito che, nonostante tutte le articolate soluzioni messe in atto per chiamarsi fuori dai recenti problemi, vive oggigiorno un deficit di credibilità. Assieme a Park Geun-hye, sembra che la Corte Costituzionale abbia dichiarato decaduto un intero sistema di gestione del potere e degli affari economici, basato su un “capitalismo statalista” basato su grandi concentrazioni fortemente influenti sulle istituzioni e su una presentazione di una versione di orgoglio nazionale che allo stato attuale delle cose risulta poco appetibile a un popolo, quello sudcoreano, divenuto “più occidentale degli occidentali” anche nel campo della crisi dei valori civili. Allo stato attuale delle cose acquisisce sempre più credibilità la candidatura del 63enne cattolico Moon Jae-in, fautore di una piattaforma politica improntata su una radicale rottura col recente passato e leader del Partito Democratico Unito, formazione guida della sinistra sudcoreana. Il fatto che Moon Jae-in unisca, nelle sue istanze, la volontà di giungere a un ridimensionamento dell’influenza delle chaebol a proposte di distensione nei confronti della Corea del Nord, basate sul rilancio della Sunshine Policy portata avanti da Kim Dae Jung tra il 1998 e il 2008, rappresenta l’elemento di maggiore rilevanza di un programma elettorale di netta discontinuità. Nelle prossime elezioni, la volontà di cambiamento della Corea del Sud potrebbe tradursi nella scelta di un inquilino della Casa Blu di tendenze completamente opposte a quelle della deposta Park Geun-hye: se questa opportunità si realizzasse, per la Corea del Sud cambierebbero notevolmente le prospettive internazionali, e potrebbero aprirsi strade sino ad oggi precluse per una maggiore apertura a Pyongyang e per un rilancio del dialogo con la Cina, importantissimo partner economico di Seul.