L’euforia per la caritatevole Germania è andata scemando, grazie a dio, e gli assopiti funzionari europei sono in procinto di ridestarsi dal loro sonno profondo. Nella lista dei rinsaviti annoveriamo il presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker e il presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk, il quale ha chiuso l’incontro di martedì a Strasburgo con le parole: “Non ho dubbi che questa sfida abbia le potenzialità per cambiare radicalmente l’Unione Europea che abbiamo costruito.” Anche Juncker si è pronunciato al riguardo in parlamento durante il suo intervento: “Questo della migrazione è un fenomeno che rappresenta una delle sfide più ardue affrontate negli ultimi decenni”. Ha poi continuato esortando gli stati membri: “Ci stiamo muovendo lentamente in un momento nel quale più che mai c’è bisogno di tempestività.” Tusk ha infine espresso la sua preoccupazione riguardo la questione dei rifugiati azzardando che “un fallimento in questo campo potrebbe portare allo sfaldamento dell’Unione Europea.”

Considerate queste forti dichiarazioni, viene da pensare che il risultato del summit convocato d’urgenza due giorni prima non è che abbia particolarmente rassicurato la coppia di Guardiani dell’Ue. Tusk e Juncker infatti hanno partecipato ad una riunione con i leader dei paesi dei balcani occidentali prima dell’incontro nel parlamento di martedì. Diventati ormai un vero e proprio corridoio umanitario tra il Medio Oriente e l’Europa, mentre forti raffiche di anti-europeismo tempestano la regione, costituiscono senza dubbio alcuno la zona calda del momento. Durante l’incontro di domenica i leader di 11 paesi, compresi 3 extra-europei, hanno raggiunto un accordo e stipulato un piano di azione di 17 punti per controllare il flusso dei migranti lungo i balcani. La prima preoccupazione è quella di fermare arginare il flusso dei migranti. Solitamente cominciano il loro viaggio dalla Turchia, per poi spostarsi verso la Grecia. Da qui proseguono puntando a nord verso la Macedonia e la Serbia, raggiungendo così la Croazia muovendosi tra Slovenia ed Austria, con l’obiettivo finale di arrivare in Germania o in Svezia. Il piano prevede che la Grecia ospiti almeno altri 30.000 migranti prima della fine dell’anno, più altri 20.000 che in futuro saranno gestiti con il supporto delle organizzazioni umanitarie internazionali. I balcani avranno lo stesso fardello da distribuire lungo tutta la fascia del corridoio est-europeo: 50.000 migranti. Tra i timidi cenni di un’apparente ricerca di un’intesa si può citare l’intervento del Segretario di Stato sloveno Bostjan Sefic, che ha rassicurato che la cooperazione con la Croazia sta migliorando esponenzialmente dopo la settimana di tensioni lungo il confine.

La sfida più grande rimane quella della Grecia. Dopo le lamentele dei paesi europei nei confronti di Atene e della sua incapacità nel gestire i controlli lungo il confine, al primo ministro Tsipras è stato richiesto di creare un rifugio, in Attica, in grado di ospitare 50.000 profughi. Tsipras ha rifiutato la mole di migranti prescritta al suo paese dall’Ue, infastidito tra le altre cose per la continua presenza di Frontex, l’agenzia che si occupa del controllo dei confini Europei, e dei suoi giudizi per quanto riguarda l’amministrazione del confine con la Macedonia. Il primo ministro greco ha quindi invitato Frontex a partecipare per facilitare il processo di identificazione (particolarmente attraverso impronte digitali) dei profughi. Ma non sarà facile allestire in tempo record i 5 ‘hotspot’ richiesti dall’Ue per il riconoscimento dei profughi. “La riuscita del piano dipende fortemente dai fondi a disposizione” ha affermato Takou Eleni, consigliere capo per l’immigrazione in Grecia, aggiungendo che “potrebbe richiedere mesi.” Se si allunga l’orecchio si riesce a sentire l’eco del respiro affannoso dell’Ue. Fa sorridere la notizia di lunedì: la Commissione ha ripagato gli sforzi di Atene con 5.9 milioni di euro. La capitale ellenica ha accettato rispondendo che, di milioni, ne servirebbero 480.