È di questi giorni la notizia della decisione da parte della Federazione russa di non ratificare lo Statuto di Roma, il trattato che sancisce l’istituzione della Corte penale internazionale. L’organo di giustizia internazionale, operativo dal 2002, vede profilarsi, a seguito dell’ennesima defezione, un periodo buio ed irto di ostacoli. I contrasti e i dissapori maturati negli ultimi anni hanno spinto Mosca ad attuare un taglio netto con la corte. In particolare la Russia ha accusato il tribunale internazionale di aver disatteso le aspettative mancando di essere realmente indipendente e di conseguenza di non essere in grado di conferire legittimità alla giustizia internazionale. L’amministrazione russa ha rigettato la decisione presa dalla corte di considerare l’annessione della Crimea un’occupazione del territorio ucraino, nello specifico l’organo giurisdizionale ha accusato Mosca di sostenere i separatisti filorussi nel Donbass. La scelta del Cremlino è stata quella di abbandonare la corte accusandola di non aver tenuto affatto in considerazione il referendum che ha decretato, a furor di popolo, la decisione di far parte della Federazione russa. Ad esacerbare la situazione ci ha pensato il presidente francese, Francois Hollande, il quale ha chiesto di indagare per crimini di guerra l’operato della Russia in Siria. L’uscita di scena della Russia potrebbe decretare il funerale della Corte penale internazionale considerando che nelle scorse settimane abbiamo registrato l’esodo dei Paesi africani: ad aprire le danze il Sudafrica-in rotta di collisione con la corte per non aver arrestato il presidente sudanese Omar al-Bashir mentre si trovava in visita a Johannesburg e per il quale era stato emesso un mandato di cattura dalla stessa- seguito da Burundi e Gambia. Il “tribunale dei bianchi”, ribattezzato così da alcuni capi di stato africani, è accusato di non essere affatto indipendente ed imparziale avendo perseguito dal momento della sua istituzione soltanto Paesi africani. In effetti nove inchieste su dieci della Corte penale internazionale hanno riguardato stati africani con l’unica eccezione della Georgia. La fuga africana dalla corte è reale dato che oltre ai già citati Sudafrica, Burundi e Gambia, potrebbero seguire Kenia, Namibia e Uganda, che hanno espresso in varie occasioni il loro disappunto sull’operato dell’organo giurisdizionale.

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È un tribunale internazionale a carattere permanente, con sede all’Aia, competente a giudicare individui che, come organi statali o come semplici privati, abbiano commesso gravi crimini di rilevanza internazionale, previsti nello Statuto della Corte, ossia il trattato istitutivo adottato dalla Conferenza diplomatica di Roma il 17 dicembre 1998, ed entrato in vigore il 1° luglio 2002 – Enciclopedia Treccani

La Corte penale internazionale vive il momento più difficile dalla sua nascita dato che, dopo la Russia che ha deciso di non ratificare lo statuto di Roma, Paesi come Cina, Stati Uniti e Israele non lo hanno neppure firmato, generando un clamoroso vuoto nella legittimità della stessa che fatica ad essere imparziale a causa della crescente dipendenza di fondi dagli stati europei. Difatti, l’accusa principale mossa dai Paesi africani che hanno deciso di ritirarsi dall’istituzione, è che la corte non è indipendente ed è sempre più politicizzata e fagocitata dagli stati europei che vedono in essa uno strumento di pressione da utilizzare come proprio tornaconto per destabilizzare le varie realtà africane. Un esempio calzante di tale modus operandi è stato l’arresto del leader dell’opposizione congolese Jean Pierre Bemba, sottoposto a processo per eliminare uno scomodo avversario dell’attuale presidente Kabila, il quale, nonostante la scadenza del suo mandato e la repressione delle proteste portate avanti dal popolo congolese, continua a governare indisturbato, grazie all’investitura delle diplomazie occidentali. Un Paese depredato dai signori della guerra e dalle multinazionali. Le inchieste che hanno coinvolto stati non africani come l’Afghanistan – dove gli Stati Uniti sono oggetto di attenzione della corte per crimini di guerra commessi – e la Palestina – dove le indagini preliminari hanno riguardato i crimini commessi dall’esercito israeliano durante l’operazione “margine protettivo”che ha interessato la striscia di Gaza nell’estate del 2014 – si sono arenate in quanto entrambi gli Stati hanno opposto resistenza non essendo firmatari dello Statuto di Roma. La Corte penale internazionale, pecca così, di una mancanza di legittimità tale da consentirle di operare senza ingerenze da parte degli stati. La decisione della Russia di non ratificare il trattato potrebbe infliggere il colpo di grazia ad un organo che, dopo la “rivolta africana”, dovrà affrontare un periodo difficile e relativamente instabile. Guardando l’altra faccia della medaglia, l’emorragia della corte potrebbe anche rappresentare un’occasione per poter intraprendere un processo riformistico della stessa in senso democratico, libero da condizionamenti degli stati ed in grado di ottenere maggiore credibilità a livello internazionale.