Nella variegatissima dialettica interna al Partito Repubblicano nel contesto della corsa alle presidenziali USA di novembre ogni presa di posizione dei candidati, tanto su questioni particolari quali la decisione sulle aliquote ottimali di imposte da definire per i contribuenti quanto su temi dall’alto retroterra morale come aborto, pena di morte e diritto di cittadinanza, è passibile di dar vita a un accanito dibattito coinvolgente anche la concezione stessa che gli aspiranti presidenti hanno del conservatorismo. E mentre tra le correnti non si riesce a individuare una dominante, tali prese di posizioni e principi assumo un’importanza ancora maggiore. La loro influenza può rivelarsi decisiva nell’indirizzare i risultati delle elezioni primarie in determinati stati dove ancora fortemente radicati sono il sentimento religioso, l’idealismo e la tradizione, aiutando in questi casi candidati ritenuti maggiormente sensibili a queste tematiche a ottenere risultati positivi indipendentemente dalla condotta tenuta nella campagna elettorale. La testimonianza viene dai risultati del primo caucus del Grand Old Party, in Iowa, nel quale Ted Cruz è riuscito a sorpresa a precedere il grande favorito della vigilia Donald Trump, ottenendo il 27,7% dei consensi contro il 24,3% del magnate newyorkese. La vittoria del senatore del Texas non è assolutamente rivelatrice di un subitaneo rovesciamento dei consensi a livello nazionale, poiché l’Iowa rappresenta un campione troppo ristretto e dalle caratteristiche troppo specifiche per affermarlo.

Tuttavia l’inaspettato conseguimento di questo risultato da parte di Cruz permette di capire quali saranno i cavalli su cui puntare per riuscire a sopravanzare Trump in una corsa rivelatasi sinora a ostacoli e che nel futuro promette diverse asperità per il senatore del Texas, come testimoniano i sondaggi concernenti il prossimo caucus, che accreditano Trump avvantaggiato di oltre venti punti percentuali su Cruz in New Hampshire. La maggioranza relativa conseguita in Iowa, infatti, permette un’analisi dell’incidenza sull’elettorato di una candidatura dai connotati non qualificabili nell’ambito di una specifica corrente repubblicana, seppur inquadrata nel rigore del conservatorismo, ma sinora rivelatasi (in attesa di capire le reali prospettive di Marco Rubio) l’unica alternativa di un certo livello a quella di Trump. Il 45enne Cruz, eletto senatore per lo stato del Texas nel gennaio di 2013, presenta la sua candidatura alla nomination come quella di un “coraggioso conservatore”. Lo slogan stesso è dunque indicativo delle intenzioni programmatiche di Cruz, che in tal senso non fanno eccezione nel campo repubblicano e risultano fortemente ammantate da un profondo idealismo, ora moralista, ora vagamente retorico, a tratti richiamante alla visione tradizionale dell’America come regolatrice dei destini mondiali, che non è per niente antistorico, ma al contrario sintomatico delle aspettative concrete che animano molti elettori conservatori in vista delle presidenziali di novembre. Molti americani in generale, in special modo elettori di salda fede repubblicana, non ritengono che frutto delle contingenze il presente contesto internazionale che vede gli USA indeboliti tanto sul fronte interno quanto nei rapporti di forza con le potenze tradizionali ed emergenti, e sperano in un leader che sappia portare gli USA nelle posizioni che spettano loro, nel parere di questi elettori, per diritto. L’idealismo diventa, dunque, funzionale a un preciso obiettivo politico.

E in Cruz idealismo e proposte concrete vanno di pari passo. Sin dal primo punto della sua dichiarazione di intenti, egli ammanta di religiosità la sua volontà di difendere la Costituzione degli Stati Uniti d’America: in contrapposizione al “declino morale” indotto dall’azione dei Democratici e di parte dei Repubblicani, si propongono tanto azioni simboliche come il mantenimento dei richiami a Dio nelle sedi istituzionali quanto battaglie più pragmatiche in favore di determinati articoli ritenuti vitali per la difesa della società americana, tra cui l’immancabile Secondo Emendamento, definito fondamentale per “proteggere le nostre vite, le nostre famiglie, le nostre case”. A un conservatorismo decisamente radicale si ispirano le proposte di Cruz in materia di tematiche scottanti come unioni civili tra persone dello stesso sesso e aborto: il senatore del Texas è fermo nel riconoscere i fondamenti della società in “vita, matrimonio e famiglia”, e pertanto si ritrova ad essere uno dei più strenui oppositori di coloro che, nelle sue parole, definisce gli esponenti dell’estrema sinistra intenzionati a demolire i diritti dati da Dio agli americani per garantire il loro ordine sociale attraverso gli strumenti dell’aborto, dell’eutanasia e dell’unione omosessuale. Cruz richiama i suoi elettori all’orgoglio di sentirsi dal giusto lato della Storia, che impone loro un profondo impegno: è questo, nella sua concezione, il fondamento del “coraggio” dei conservatori. È un modo di pensare che ha premiato fortemente Cruz in uno Stato dal forte retroterra religioso come l’Iowa, ma che in prospettiva potrebbe alienargli le simpatie degli Stati dove più forti sono le correnti del Partito Repubblicano facenti capo al tradizionale establishment, ora fortemente decise a puntare su Marco Rubio (dopo aver inizialmente considerato il sostegno a Jeb Bush), che potrebbero sfruttarne l’endemica refrattarietà al radicalismo per ridurre il gap con Cruz e Trump.

Dal punto di vista geopolitico, Cruz è l’emblema del conservatorismo: al primo posto della sua dottrina sta, infatti, la volontà di rafforzare i legami tra USA e Israele e di disconoscere gli accordi conclusi con l’Iran, identificato come il nemico numero uno, idea che potrebbe far breccia nell’ala neoconservatrice del Partito Repubblicano, che vede come fumo negli occhi la restaurazione dei rapporti diplomatici con Teheran. Stesso pensiero riguardo i rapporti con Cuba: Cruz condanna completamente la riapertura reciproca tra L’Avana e Washington e propugna, in caso di elezione, di riprendere il sostegno all’opposizione anticastrista. Come detto, è una manifestazione diretta della volontà di potenza interna alla concezione di Cruz, che trae direttamente ispirazione da Ronald Reagan e promette agli elettori Repubblicani un enforcement della leadership americana nei confronti dei suoi alleati e, di conseguenza, di ristabilire la supremazia di Washington a livello internazionale. Da questo punto di vista, assistiamo una visione diversa da quella portata avanti da Trump, che interpreta la contesa geopolitica per la supremazia internazionale soprattutto nell’ottica della sfida commerciale ed economica con la Cina. Alle barriere di Trump contro l’immigrazione, Cruz contrappone l’interventismo come mezzo di difesa dei confini statunitensi. Il problema di fondo della campagna di Cruz, che pure è riuscito a diventare portabandiera di posizioni facenti riferimento a più correnti interne al Grand Old Party, è stata sinora la difficoltà da questi patita nei dibattiti pubblici, nei quali più volte è stato messo alle corde da Donald Trump, apparendo incerto e titubante di fronte all’incalzare retorica e al tagliente sarcasmo del miliardario newyorkese. Inoltre, la sintesi tra le posizioni Neo-Con in politica estera e le visioni “Teo-Con” per quanto riguarda la famiglia e le relazioni sociali comporta un equilibrismo decisamente difficile da sostenere nel lungo termine, e appare difficile ipotizzare che, all’appuntamento decisivo di novembre, potrebbe portare vantaggi nei confronti dello sfidante democratico.

La connotazione ora solenne ora folkloristica che sta assumendo la contrapposizione Trump-Cruz è dunque uno specchio lucido della travagliata fase vissuta da un partito che vive una crisi di identità o, ancora meglio, una forte crisi di coesistenza tra più identità. Cruz ha acquisito un vantaggio morale ancor prima che pratico, avendo ottenuto appena un delegato in più di Trump in uno Stato che ne assegnava una percentuale minima sopravanzandolo in Iowa, ma questo piccolo e inaspettato exploit ha in gran parte e non del tutto a ragione oscurato le numerose difficoltà che sta vivendo la sua corsa alla nomination. Il suo successo è stato pubblicizzato più del dovuto per aver contribuito a un ridimensionamento, per quanto decisamente parziale, di un Trump apparso sinora incalzante, ma numerose nubi aleggiano ancora sulle reali prospettive di Cruz. La sostenibilità di una corsa fondata sul parallelismo tra idealismo e concretezza è tutta da dimostrare, così come la reale prospettiva di assistere a un Partito Repubblicano coeso al momento del sostegno finale a un candidato che, a prescindere dal nome che avrà, sicuramente troverà difficoltà a farsi portavoce della totalità del fronte conservatore.