Domenica 29 gennaio ha consegnato alla Francia l’ultimo candidato alle presidenziali del 2017: sarò infatti Benoit Hamon il candidato all’Eliseo del Partito Socialista. Con la chiusura delle primarie socialiste, la Francia ha perciò il quinto ed ultimo candidato di queste prossime elezioni presidenziali che si preannunciano davvero rivoluzionarie per la recente storia francese e che, con tutta probabilità, creeranno una fase di transizione importante nella vita della Repubblica. Cinque candidati forti, cinque partiti diversi, cinque radici culturali completamente distanti e che presentano candidati decisamente differenti rispetto ai rigidi canoni della politica francese degli ultimi decenni, ed anche, per certi versi, degli stessi partiti che rappresentano. La Francia del 2017 rappresenta tutte le contraddizioni tipiche delle elezioni degli ultimi e dei prossimi anni. Austerità contro apertura delle casse statali. Confini aperti contro confini chiusi. Vecchie classi dirigenti contro nuove leve. Partiti nuovi contro partiti storici. Europa contro Nazione. La Francia sarà un grandioso laboratorio del caleidoscopico mondo della politica europea e dimostrerà, semmai ce ne fosse ancora stato bisogno, l’assoluta necessità di rimodulare i canoni della politica alle grandi sfide dei nostri giorni, che i grandi media e la stampa mainstream faticano ancora a voler comprendere, spacciando un mondo ormai completamente finito.

Il candidato socialista rappresenta la tipica sinistra dalle belle speranze, ma che rischia di perdersi nelle proprie vuote ambizioni. L'idea di unire un grande fronte sociale insieme ai più fervidi europeisti e gli anti-europeisti, desta perplessità

Il candidato socialista rappresenta la tipica sinistra dalle belle speranze, ma che rischia di perdersi nelle proprie vuote ambizioni. L’idea di unire un grande fronte sociale insieme ai più fervidi europeisti e gli anti-europeisti, desta perplessità

Partendo dall’ultimo dato elettorale, ovvero la vittoria di Benoit Hamon sul premier uscente, questa candidatura pone il Partito Socialista di fronte alle grandi sfide che tutti i partiti di massa di centrosinistra stanno vivendo in questi ultimi anni. La sfida, la grande sfida, è rappresentata dallo scontro tra le due anime che caratterizzano storicamente i partiti della socialdemocrazia europea: da un lato l’anima più centrista, più moderata, più affine ai dettami europeisti e incline agli schemi dell’austerity di stampo germanico; dall’altro lato l’anima più radicale, più sognatrice, storicamente fallimentare, della sinistra del centrosinistra. Benoit Hamon è l’identikit perfetto dell’uomo della sinistra sognatrice che non si vuole staccare dalla grande madre del partito socialista di centro. Dai contenuti vaghi, altisonanti, orientato verso una politica totalmente diversa dall’attuale premier, da molti è considerato il Bernie Sanders della sinistra francese, l’outsider di sinistra del partito ormai troppo al centro che potrebbe catalizzare i voti dei delusi e degli arrabbiati che non si riconoscono più nel Partito di governo. Certo è che dalle sue prime frasi non si può evincere una grande lucidità di analisi: il suo intento (curioso) di unire in un grande fronte sociale europeo il centrosinistra di Pablo Iglesias, Varoufakis e Martin Schulz (attuale candidato contro la Merkel in Germania), dimostra come sia attualmente un personaggio rispettabile ma che lascia decisamente perplessi. La sola idea di ritenere sintetizzabili le idee dei più agguerriti anti-austerity con un personaggio come Martin Schulz che per decenni ha perorato la causa della Germania forte, dell’Europa forte di matrice tedesca e con una socialdemocrazia completamente asservita ai giochi tecnocratici, dimostra come le sue idee stiano in un universo decisamente parallelo.

La Francia è stata profondamente colpita dal Jobs Act di Hollande e Valls ne ha pagato lo scotto

La Francia è stata profondamente colpita dal Jobs Act di Hollande e Valls ne ha pagato lo scotto

Battaglie che Hamon vorrebbe portare a compimento alleandosi con l’estrema sinistra delle elezioni francesi: La France insoumise di Jean-Luc Mélenchon (e da cui ha già ricevuto il suo primo due di picche). Il movimento che raccoglie tutto il mondo extraparlamentare della sinistra francese, appoggiato dal partito comunista, si impone oggi all’attenzione dei media francesi per aver raggiunto stabilmente una quota fissa del 10% nei sondaggi preelettorali. Una fetta di voti notevoli, se rapportati alle sinistra radicali dell’Europa occidentale, e che proietta Mélenchon come candidato che può veramente diventare ago della bilancia in caso di un improbabile ballottaggio tra Partito Socialista e UMP o Front National. Le proposte di Mélenchon sono quelle che la sinistra “di pancia” aspetta da tempo nella Francia devastata dalle riforme austere dell’impacciato Hollande. La France insoumise, la Francia che si ribella, propone l’abolizione della terrificante riforma del lavoro, che ha visto scontri di piazza da Parigi a Marsiglia; chiede il ripristino del tetto massimo di ore di lavoro settimanali a 32; chiede un deciso cambio di rotta nelle politiche energetiche e l’abbandono del nucleare.

E se a sinistra queste due aree dialogano per racimolare voti, la grande voragine di voti che si sta aprendo sia per il centrosinistra francese per quanto riguarda i suoi voti moderati, sia il centrodestra, depauperandolo del suo elettorato più liberista, è il nuovo movimento del parvenu della politica parigina: Emmanuel Macron. Il suo programma è ancora sconosciuto (pare lo voglia rivelare pienamente soltanto a marzo inoltrato). Certo è, che se il suo programma è ancora oscuro, non lo è il suo curriculum, chiaramente improntato a tutto quanto di più distante dalle politiche sociali che la Francia sembra reclamare a gran voce e da temere, visti i risvolti che personaggi a lui simili hanno avuto per tutta l’Europa: banchiere d’affari al servizio dei Rotschild, consigliere economico di Hollande, ministro dell’economia con Valls. Un curriculum per certi versi pauroso. Eppure i sondaggi lo premiano in maniera quasi unanime. En Marche, questo il nome del movimento, oggi è costantemente terzo nei sondaggi e miete consensi in tutto quel mondo francese che spera nella liberalizzazione come manna dal cielo dopo decenni di politiche eccessivamente stataliste dei governi di Parigi.

Il nuovo movimento del banchiere d'affari vicino ai Rotschil è fermo al 20%. Nonostante il suo sfrenato liberismo, fa breccia nel cuore dei francesi più riformisti

Il nuovo movimento del banchiere d’affari vicino ai Rotschil è fermo al 20%. Nonostante il suo sfrenato liberismo, fa breccia nel cuore dei francesi più riformisti

Sul fronte di destra invece, il grande scontro resta quello tra UMP e Front National. Le elezioni di Francia del 2017, inutile nasconderlo, sono da sempre considerate il grande banco di prova del Front National. Per i suoi seguaci, i tempi sono maturi per l’ascesa all’Eliseo di Marine Le pen. Per i suoi detrattori, è arrivato il momento, al contrario, dell’incubo di una possibile elezione della leader della destra francese sul modello-Trump. Come la si veda, è certo che il Front National, ad oggi, è da considerare il primo partito di Francia. Da troppo tempo il Front National ha cominciato una campagna capillare di raccolta di consenso, di ricerca dell’elettorato più scettico, di contatti con l’estero, di presenza televisiva costante. La cura-Marine ha trasformato il Front National da partito visto come l’ultradestra francese a partito di massa di tutto un popolo non solo di destra, ma sostanzialmente deluso, arrabbiato, scettico o semplicemente disincantato che si caratterizza anche per una profonda radice sociale che rende il partito lepenista molto spesso imperante nella classe rurale e del proletariato urbano che un tempo si sarebbe invece riconosciuta nei grandi temi della sinistra operaia.

Il programma lepenista è chiaro. Fuori dall’euro dopo un referendum in stile Brexit, fine dell’appartenenza alla NATO, dazi doganali aumentati nei confronti dei Paesi maggior esportatori, obbligo di porre sempre le aziende francesi in posizione privilegiata rispetto a quelle estere. Un programma trumpista? Non si fatica ad immaginare i giornalisti di turno fare la fila per dare al FN l’etichetta di donaldiani di ferro. La realtà è che la Francia non segue nessuno, anzi, in questo ha fatto scuola. Ed è proprio questa costanza nel programma ad aver creato un forte consenso intorno a Marine Le Pen, che non può stupire se si ha un minimo seguito la lunga marcia della destra francese da partito “ribelle” a partito a vocazione maggioritaria, che intrattiene rapporti con il mondo e si confronta con i grandi della Terra. Scevro dalle uscite folkloristiche di Le Pen padre, sostituito dai sorrisi eterei della nuovelle Giovanna D’Arco, Marionne Le Pen, oggi il Front National si arrocca su un 25% sicuro alle prossime elezioni e punta dritto all’Eliseo, qualora gli elettori di sinistra non dovessero premiare comunque l’UMP piuttosto che vedere vincere la “fascista” francese.

Secondo molti, l'effetto Trump potrebbe aiutare Marine Le Pen, consegnandole il trono di Francia. Ma c'è chi giura che in cabina elettorale, molti a sinistra o a destra voterebbero il proprio rivale storico, pur di non far vincere il Front National

Secondo molti, l’effetto Trump potrebbe aiutare Marine Le Pen, consegnandole il trono di Francia. Ma c’è chi giura che in cabina elettorale, molti a sinistra o a destra voterebbero il proprio rivale storico, pur di non far vincere il Front National

Ed ecco dunque giunti all’UMP di Fillon, il candidato per tutti considerato il prossimo Presidente di Francia in caso di grande alleanza (in cabina elettorale) tra centrodestra e sinistra per scampare il pericolo Front National. Ex premier sotto la presidenza Sarkozy, dal 2007 al 2012, cattolico (fattore non di poco conto nella laicissima Frnaica di matrice gaullista), vicino al gaullismo sociale, Fillon, una volta battuti i suoi rivali Sarkozy e Juppé alle primarie dell’UMP era stato da tutti indicato come il futuro Presidente di Francia. Tuttavia, come sempre, dove non arriva la politica, molto spesso, arriva la magistratura. È così che da un’indagine è risultato che la moglie di Fillon sia stata pagata come assistente parlamentare per un totale di 500mila euro senza mai lavorare. La Francia come sempre, lassista in tutto, rimane intransigente nel momento in cui si toccano i soldi dello Stato. In questi giorni Fillon è sceso in piazza chiedendo al suo popolo giustizia contro l’attacco della magistratura e dei nemici politici (un film già visto). Ma è chiaro che l’immagine del politico cattolico irreprensibile ha ceduto il passo ai dubbi di un elettorato fin troppo stanco di un classe politica improponibile.