Si sa che in Italia, se non siamo con il fiato sul collo, non giungiamo mai alle conclusioni, è nella nostra indole di arrivare fino in fondo prima di tirare delle somme più o meno corrette, in tutti i campi (Expo docet). Anche la politica estera richiede le sue italianissime tempistiche per maturare dei risultati, se non corretti, quantomeno accettabili. Ed ecco che il capo della diplomazia italiana (come allegoricamente si tramanda con riferimento alla Bibbia) pare aver compreso, almeno apparentemente, che alcune strategie attuate dal direttorio europeo penalizzano l’Italia su vari piani, primo tra tutti quello economico. Nell’intervista rilasciata al quotidiano torinese “La Stampa”, il Ministro Gentiloni si è soffermato sulla questione ucraina, sottolineando come Poroshenko e il governo Yatseniuk suo sostenitore debba avviare quel fondamentale processo di riforme economiche e costituzionali, compresa la concessione dell’autonomia al Donbass, argomenti che il Ministro sottoporrà all’attenzione del presidente ucraino nell’imminente incontro che i due avranno in terra straniera. Nonostante la posizione di sostegno nei confronti di Kiev, il capo della Farnesina ammette come l’approvazione delle sanzioni economiche contro la Russia abbia comportato delle pesanti difficoltà per l’Italia a livello economico (udite, udite!), visti i datati buoni rapporti tra Mosca e l’Italia; egli ha ribadito come sia assolutamente imponderabile sbattere la porta in faccia a Putin, vista la preziosa influenza del Cremlino nell’ambito delle trattative internazionali come in occasione degli accordi sul nucleare o sulla questione siriana, sebbene ci vogliano sforzi bilaterali per ricostruire i rapporti così come si configuravano prima della crisi post-Maidan, scongiurando inoltre i recenti timori sulla configurazione di un asse militare russo-cinese che prevede una serie di esercitazioni navali nel Mediterraneo.

La questione dei migranti tiene banco negli ambienti europei, e Gentiloni la riproporrà durante la sua prossima visita in Polonia, ricordando come il problema delle morti in mare sia di grande rilevanza per tutti i 28 Paesi dell’Unione, sebbene (ahi noi) tutti i costi delle scempiaggini politiche Frontex e Triton ricadano prevalentemente sulle spalle dell’Italia. Una risoluzione è sul tavolo dell’Onu, e presto (si spera) verrà discussa dal Consiglio di Sicurezza, sperando di venire a capo di questa situazione ben oltre i limiti della disumanità. Un ultimo appello è stato rivolto alla coscienza del futuro Primo Ministro inglese, qualunque esso sia: lo spettro del “Grexit” si materializza sempre di più al di là della Manica, e spaventa tutti i tecnocrati di Bruxelles. Che sia Cameron o Miliband occorre garantire, secondo il Ministro degli Esteri, che la Gran Bretagna non si chiamerà fuori dall’UE, per la salvaguardia dell’integrità economica di Londra e dell’Europa tutta.

Sono belle parole, è innegabile, e ci si augura sempre che possano trovare un riscontro effettivo nella realtà dei fatti. Alla politica italiana è sempre riuscito bene colmare gli annali della narrativa mediatica sulle più disparate questioni, indipendentemente dal fatto che ci abbiano o meno visto coinvolti in prima persona. Come sempre accade, è necessario che le situazioni giungano in prossimità del collasso prima che si possa abbozzare la brutta copia di una soluzione: penalizzare a tempo indeterminato la piccola e media impresa italiana, già stressata da una crisi che pare non voler allentare la sua morsa, per sostenere un disegno politico di sovvertimento di uno status quo che a qualcuno dava fastidio; giocare alla battaglia navale sulla pelle di quei poveri cristi che affogano e affollano le acque del Mediterraneo perché una sorda e cieca Europa si lava le mani dai problemi altrui, paiono forse delle ragioni sufficienti per suonare un campanello d’allarme? Il peso specifico dell’Italia in ambito internazionale è sempre più striminzito, e che tali appelli siano presi in considerazione (forse con una malcelata e amara nota di disillusione) pare un’ipotesi alquanto remota. L’auspicio, come al solito, è che non rimangano soltanto delle belle frasi circostanziali, perché non servono più e non convincono più nessuno.