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L’offensiva neoliberista investe un Brasile in completa crisi di identità, che a partire dalla defenestrazione di Dilma Rousseff sta vivendo un periodo altamente difficile e si trova in questo momento impossibilitato a conoscere le sue prospettive future: gli ultimi provvedimenti adottati o promossi dal governo di Michel Temer, salito al potere dopo la destituzione della presidentessa del Partido dos Trabalhadores a seguito di quello che si è caratterizzato come un vero e proprio golpe parlamentare, stanno infatti contribuendo a sviluppare una vera e propria “controrivoluzione” che rischia di cancellare con un repentino colpo di spugna le riforme compiute in Brasile nel periodo apertosi con l’elezione di Lùla alla presidenza nel 2003. Il 25 ottobre scorso la camera bassa del Parlamento ha approvato un provvedimento senza precedenti, attraverso il quale l’attuale governo brasiliano, costituitosi sulla scia delle turbolenze politico-istituzionali del paese e non eletto dai cittadini, ha assunto prerogative costituenti, dando via libera al famigerato Emendamento 241. Approvato con 359 voti a favore e 116 contrari, l’Emendamento 241, ora atteso da un ulteriore esame in Senato, prevede un congelamento quasi completo della spesa pubblica per il ventennio 2017-2037 e, se dovesse prendere effettivamente vigore, obbligherebbe il Brasile a decidere, anno dopo anno, l’ammontare degli investimenti pubblici sulla base dell’andamento dell’inflazione nei 12 mesi precedenti. Il governo Temer ha motivato il provvedimento sulla base della necessità di stabilizzare il rapporto debito/PIL, che nel 2015 era pari al 66,2%, ma in realtà è consapevole delle implicazioni di lungo termine che comporterebbe l’approvazione dell’emendamento. Esso infatti comporterebbe una vera e propria costituzionalizzazione dell’austerità, imponendo anche alle future amministrazioni una linea di condotta che renderebbe difficile il ripetersi di esperienze simili a quelle vissute dal Brasile nella decade di governo del Partido dos Trabalhadores (PT). Dal 2003 in avanti, infatti, il governo brasiliano, operando politiche inquadrabili nell’ideologia del “socialismo del XXI secolo”, ha usato la leva della spesa pubblica per promuovere numerosi programmi sociali volti a ridurre i livelli di disuguaglianza interni al paese, a favorire l’alfabetizzazione, la sanità e lo sviluppo economico, nonché per rilanciare le prospettive economiche del paese, giunto ad essere un attore di primo piano nella geopolitica internazionale. Attraverso piani come Fome Zero e Bolsa Familia, il Brasile ha visto il ridimensionamento dell’incidenza di problematiche come la mortalità infantile e la malnutrizione, mentre al tempo stesso nella sua società è stata stimolata un’accesa mobilità, caratterizzatasi con l’ingresso di decine di milioni di persone nella nuova, attiva classe media. Ora, sulla scia delle prese di posizione manifestate fin dall’inizio del suo mandato dall’ex vicepresidente Temer, i programmi a lungo condotti sono stati tagliati in nome del rigore e dell’austerità: l’opinione pubblica brasiliana è stata in particolar modo colpita dalla decisione di tagliare i fondi destinati a Brazil Alfabetizado, che ha favorito in maniera estesa la scolarizzazione di milioni di bambini brasiliani e l’abbattimento dei tassi di analfabetismo dal 2003 ad oggi.

Studenti occupano la sede dell’università di Brasilia

La rete di informazione latinoamericana TeleSur è stata impegnata sin dalle prime battute nel denunciare l’inquietante deriva intrapresa dall’attuale governo, entrato in carica dopo la definitiva destituzione di Dilma il 31 agosto scorso, sottolineando in maniera particolare la fondamentale ipocrisia su cui si regge l’amministrazione di Temer: la sovrapposizione tra lo scandalo dell’inchiesta Lava Jato e le accuse rivolte a Dilma per una presunta falsificazione di alcuni bilanci federali ha infatti portato a una generale contestazione della corruzione endemica all’interno del sistema politico brasiliano, che sul piano istituzionale si è tuttavia conclusa in un nulla di fatto, portando semmai a un peggioramento della situazione. In ossequio al gattopardesco principio del “cambiar tutto perché nulla cambi”, infatti, l’avvicendamento tra la Rousseff e Temer è stato ufficializzato dal voto favorevole all’impeachment del Senato, composto per la stragrande maggioranza da esponenti politici indagati nei principali scandali che stanno interessando la vita pubblica brasiliana. Su 81 senatori che si sono espressi sul caso Dilma il 31 agosto approvandone la rimozione dall’incarico con 61 voti favorevoli contro 20, infatti, 49 risultano attualmente accusati ufficialmente per corruzione od abuso di ufficio e, tra questi, figurano personalità appartenenti a tutto l’arco parlamentare, dalla formazione di Lùla e Dilma al Partido do Movimento Democrático Brasileiro (PMDB) dell’attuale presidente, che sino al 29 marzo 2016 era alleato al primo nella precedente compagine governativa. Lo stesso Temer risulta attualmente sotto inchiesta, e dal 5 aprile scorso, data in cui ricopriva ancora ufficialmente la carica di vicepresidente, la Corte Suprema ha autorizzato l’avvio del dibattimento per un processo di impeachment nei suoi confronti, insabbiato nel luglio scorso su iniziativa del nuovo Presidente della Camera dei Deputati Rodrigo Maia. Il quadro tracciato rende chiaramente l’idea di ciò che è stato il passaggio di potere verificatosi in Brasile in questo incandescente 2016, caratterizzatosi come l’irruenta presa di possesso delle leve del governo da parte di una ristretta oligarchia, con il supporto trasversale di una coalizione di forze politiche rimaste all’opposizione nell’ultimo decennio e di numerosi loro componenti ansiosi di rifarsi una verginità presentandosi come i restauratori della legalità contro gli abusi di potere della presidentessa Rousseff.

Brasília - O vice-presidente Michel Temer e a presidenta Dilma Rousseff participam da cerimônia de anúncio dos critérios de outorgas de radiodifusão AM para FM, no Palácio do Planalto (José Cruz/Agência Brasil)

L’attuale presidente Michel Temer con l’ex alleata nonché presidente Dilma Roussef (José Cruz/Agência Brasil)

La linea di condotta principale della nuova compagine di governo si è subito sviluppata in maniera antitetica rispetto a quella seguita dalle precedenti amministrazioni; come dimostrato dai fatti citati in apertura all’articolo, l’ascesa di Temer al potere si è accompagnata ad una delle più repentine conversioni ideologiche mai sperimentate dal governo di un paese latinoamericano negli ultimi anni. Privatizzazione delle società pubbliche, riforme neoliberiste e tagli alla spesa pubblica, come si è visto, sono stati i primi punti dell’agenda programmatica del nuovo governo, nel quale sono stati eliminati alcuni ministeri rivelatisi in passato importanti per lo sviluppo delle politiche sociali luliste, tra cui quelli destinati a tutelare i diritti delle donne, le prerogative delle minoranze etniche e i diritti umani. In compenso, tra i suoi sostenitori Temer annovera personaggi ambigui come Blairo Maggi, facoltoso imprenditore che dal 2003 al 2010 ha detenuto la carica di Governatore del Mato Grosso, da lui amministrato come un vero e proprio feudo privato e oggigiorno, da rappresentante dello stesso Stato al Senato, sostiene apertamente la linea del nuovo governo. Maggi, infatti, è il più grande produttore di soia al mondo e vede con favore le proposte governative di tagli alle tariffe doganali e apertura del Brasile alla stipulazione di trattati di libero scambio, sulla scia delle analoghe decisioni prese in Argentina dal governo di Mauricio Macri, ma al tempo stesso si è a più riprese distinto per la sua personale visione dell’imprenditoria, basata sull’assoluto disinteresse per le conseguenze ambientali della coltivazione della soia e sulla repressione dei diritti salariali e sindacali dei lavoratori.

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La perdita della biodiversità a causa di politiche agricole sfrenate e non regolamentate è un problema serio dell’era contemporanea, il Brasile è un Paese fragile sotto questo punto di vista. Questa mappa mostra quali sono le aree che i coltivatori di soia possono sfruttare per estendere la propria attività, seguendo principi di sostenibilità ambientale o meno, intraprendendo così la strada della deforestazione del polmone del mondo. In rosso le aree che non possono essere convertite per la produzione della soia. In viola le aree che non potevano essere convertite ma lo sono state comunque. In giallo le zone che possono essere sfruttate solo dopo indagini particolari. In verde chiaro quelle che soddisfano i parametri legali. Per approfondire e vedere la mappa nelle sue dimensioni reali. 

Il “nuovo” corso della politica brasiliana, come si è visto, si è sviluppato sulla scia dell’istinto di autopreservazione di un sistema oramai logorato dalle sue contraddizioni interne e oramai prosegue inesorabilmente nella demolizione dell’architettura edificata in tredici anni di governo del Partido dos Trabalhadores. L’attuale amministrazione, in ogni caso, persevera nella sua opera nonostante le sempre maggiori resistenze dimostrate da numerose componenti della società brasiliana, tra cui è da segnalare l’opposizione del Movimento dei Senza Terra (MST), da sempre critico delle conseguenze sociali prodotte dalle riforme economiche neoliberali in termini di crescita della disuguaglianza e compressione dei diritti dei lavoratori. L’attuale assenza di una forza politica organizzata e disposta ad opporsi alla svolta in atto, viste le difficoltà interne al PT, rende tuttavia difficile l’individuazione di un’alternativa adatta a contrastare la deriva intraprese in questi mesi dal Brasile. Nel gigante sudamericano ferito, squassato da una crisi economica che non concede requie e da vistose problematiche sociali e d’ordine pubblico, va consumandosi uno dei maggiori attacchi all’esperienza progressista del “socialismo del XXI secolo”, della quale rischia di restare solo uno sbiadito ricordo nel caso in cui provvedimenti palesemente distorsivi come l’Emendamento 241 venissero introdotti a ripetizione, vincolando il paese al rispetto dei restrittivi dogmi del Pensiero Unico.