Il casus belli che ha destabilizzato ulteriormente la figura pubblica di Donald Trump è un video in cui e ripreso il candidato repubblicano mentre è intento a parlare con il personaggio televisivo Billy Bush – in attesa dell’apparizione nel suo show –, ottenuto dal Washington Post e risalente al 2005. A turbare l’opinione pubblica è stato proprio il contenuto della conversazione, incentrato sulle modalità di approccio sessuale adottate ripetutamente dall’imprenditore e condensate nell’ormai nota esortazione di Trump “Grab them by the pussy. You can do anything”. A tutto ciò si aggiunge il continuo riferimento di Trump al fatto che, nel momento in cui sei considerato una celebrità, “puoi fare qualsiasi cosa”, andando ad incarnare perfettamente il simbolo di una mascolinità da uomo che non deve chiedere mai ritenutasi dispersa assieme ad alcune pubblicità da anni Cinquanta. Il tutto contribuendo a rispolverare la fama negativa che il candidato si era conquistato nelle sue frequenti esternazioni ad impatto verso il genere femminile. Se però prima poteva far rientrare le proprie dichiarazioni pubbliche all’interno del proprio stile comunicativo, del “personaggio” – divenuto forse un fin troppo comodo passaporto per la volgarità – attualmente si parla di giustificazioni verbali ad approcci che sembrano ricalcare veri e propri abusi:

“Sai [Billy Bush] che sono automaticamente attratto dalla bellezza— semplicemente comincio a baciarle. È come un magnete. Bacio e basta. Non aspetto neanche. E quando sei una star, te lo lasciano fare. Puoi fare qualsiasi cosa”.

Billy Bush, il presentatore dello show del 2005 in cui Trump ha pronunciato le frasi incriminate prima della diretta

Billy Bush, il presentatore dello show del 2005 in cui Trump ha pronunciato le frasi incriminate prima della diretta

Alla pubblicazione del filmato sono seguite le reazioni sdegnate della candidata democratica Clinton e, cosa più importante, dei colleghi di partito di Donald Trump: il candidato alla vicepresidenza Mike Pence ha dichiarato che “non posso condonare le sue [Trump] affermazioni e non posso difenderle”, dichiarazione a cui è seguita di sabato il tweet di Donald in cui egli afferma di non voler affatto ritirarsi dalla competizione; il senatore dell’Arizona John McCain – lo stesso che fu candidato repubblicano alla presidenza nel 2008 contro Obama – ha dichiarato sabato pomeriggio che sia attualmente “impossibile fornire anche solo un appoggio condizionale a questa candidatura”, affermando che né lui né la sua consorte voteranno per Trump; Mitt Romney, candidato repubblicano alla presidenza nel 2012 – contro Obama candidato per il secondo mandato – ha condannato le “vili degradazioni” dell’attuale candidato, a cui ha sempre negato il proprio supporto politico fin dall’inizio della propria scalata all’interno della gerarchia del Grand Old Party.

Fra le numerosi voci del coro ci sono, bisogna riconoscerlo, quelle che si fanno sentire con più forza: si tratta dello speaker della Camera dei Rappresentanti Paul Ryan e di Carly Fiorina, avversaria di Trump nelle primarie repubblicane. Il primo, nota figura politica all’interno del movimento conservatore nonché candidato alla vicepresidenza per Mitt Romney, appoggiò poi ufficialmente la candidatura di Trump alla presidenza solo il 2 giugno 2016 (Trump si è aggiudicato la nomination il 26 maggio). Riguardo la vicenda ha dichiarato di sentirsi “disgustato da ciò che ho sentito oggi. Le donne devono essere sostenute e rispettate, non mercificate”. Oltretutto, ha provveduto ad annullare un’apparizione pubblica congiunta con Trump prevista di sabato presso il Wisconsin, lo Stato d’origine dello speaker. La seconda personalità nominata, Carly Fiorina, ha ricevuto il proprio battesimo politico da McCain, di cui divenne collaboratrice nel 2008, per poi essere l’unica donna candidata all’interno delle primarie repubblicane del 2016. Complici anche i pesanti attacchi ricevuti da Trump durante la campagna interna al partito, Fiorina ha invogliato i dirigenti a spingere l’imprenditore ad “farsi da parte”, appoggiando al suo posto Mike Pence.

Paul Ryan, presidente della Camera: dopo il video, è stato tra i primi repubblicani a togliere l'appoggio a Trump

Paul Ryan, presidente della Camera: dopo il video, è stato tra i primi repubblicani a togliere l’appoggio a Trump

In casa repubblicana, dunque, si leva il canto di coloro che già da tempo avevano cercato di sbarazzarsi del tycoon, pronti a ribadire la propria distanza dalle dichiarazioni – certamente esecrabili – dell’esponente politico più odiato dal partito, tanto che persino Bush senior ha deciso di votare per Clinton. A chi ha letto anche per sommi capi la ricostruzione fornita all’inizio, però, non saranno sfuggiti alcuni dettagli interessanti: attualmente non si è in grado di stabilire né chi abbia fatto il video né, cosa ancor più rilevante, come sia finito nelle mani del Washington Post. Oltretutto, il file è di ben undici anni fa, ergo non si tratta di un elemento divenuto disponibile per un semplice colpo di fortuna. Persino al più ostile avversario politico di Trump appare chiaro che siano state compiute – ed, in seguito, conservate – delle registrazioni con lo scopo di poterle adoperare in un futuro, quando la situazione lo avrebbe richiesto (anche a semplice scopo di ricatto).  Più che giornalismo, si potrebbe parlare più accuratamente di dossieraggio, ma non è su questo che ci si dovrebbe interrogare: la vera domanda è sul motivo per cui nessuno, fra gli esponenti del Partito Repubblicano citati e neppure fra quelli esclusi dal resoconto, si sia azzardato a proporre questa chiave di lettura. Come mai nessuno di loro, anziché esprimere dichiarazioni pubbliche contro il candidato che, nel bene e nel male, concorre anche per loro alla più alta carica dello Stato, ha pensato chiedere come il Washington Post si sia guadagnato quella specifica informazioni? Per quale motivo nessuno si è interrogato su come un simile video sia potuto esistere per undici anni? 

La risposta di Trump di invitare le tre donne che hanno accusato di reati sessuali Bill Clinton, lungi dall’aver riequilibrato la situazione, non ha fatto altro che mantenere l’attenzione del pubblico focalizzata su quelle frasi odiose che rischiano di troncare definitivamente la sua campagna. Complice della scelta di Trump è stata anche la volontà del partito di lasciare che il candidato agisse da solo, senza il supporto di cui aveva bisogno per difendersi dalle accuse e permettendo che il dibattito venisse trascinato su un terreno pericolosamente insidioso in cui tutto il lavoro fatto finora rischia di finire sprecato. Insomma, non vi sono le coltellate, ma non sembra fuori tema parlare di congiura.