Un +6,9% di crescita durante il 2015, equivalente all’incirca al valore dell’intero prodotto interno australiano, e l’economia mondiale si batte per dare per spacciato un Paese che è in crescita da decenni, giungendo a valere oltre i due terzi dell’economia americana. Il Dragone cinese, con un valore superiore agli 11 miliardi di dollari, viene etichettato come un paese sull’orlo della crisi poiché i dati relativi allo scorso anno registrano un lieve calo dell’incremento del PIL nominale, appena sotto la soglia prevista dal governo di Pechino. È come se in auto spingeste l’acceleratore leggermente meno rispetto alla partenza: la macchina non rallenta, tantomeno si ferma, la sua velocità continua a crescere. Le preoccupazioni circa lo stato di salute dell’economia cinese sono aumentate a metà dello scorso anno quando, esplosa la bolla finanziaria nel Paese, si è registrato un calo vertiginoso del valore del mercato borsistico nazionale, avvenuto però dopo un overshooting del 150% rispetto al valore precedente. In assenza di tale speculazione, come giustamente ricorda il Washington Post, oggi il valore della finanza di Pechino ammonterebbe allo stesso livello di oggi. Non si può ovviamente tenere in considerazione l’ammontare del debito aggregato nazionale, ad oggi quasi il triplo rispetto al livello della ricchezza. Questo perché l’economia di mercato cui si sta gradualmente affacciando il paese ha incrementato il livello dell’indebitamento pubblico, con un rialzo spropositato del costo del mattone e dei mutui ad esso collegati.

La transizione dall’economia industriale che ha reso la Cina la “Fabbrica del mondo” verso una di beni e servizi, che guarda più al mercato interno piuttosto che all’estero, ha sicuramente prodotto delle crepe in un sistema pervaso da una crescita galoppante, che tuttora è straordinaria: l’economia statunitense, sebbene in crescita, si muove ad un ritmo in termini numericamente “puri” di circa un terzo rispetto al rivale, e nessuno si è azzardato a constatarne una probabile ricaduta economica, sebbene le stime siano state costantemente riviste al ribasso dalla FED nel corso di tutto il 2015. La velocità con cui si aggiustano i mercati finanziari rispetto all’economia reale non lascia spazio a pianificazioni e previsioni fedeli sul lungo periodo e azzardare una scommessa al ribasso sulla potenza cinese non è puntata sicura per gli analisti internazionali. Inutile smentire come un crollo verticale del valore delle materie prime, tra tutti i minerali metallici e gli idrocarburi, non possa innescare un effetto domino sulle economie mondiali: il calo del prezzo dei metalli sta condizionando fortemente le economie australiana e brasiliana, così come giustamente ha ricordato Aldo Giannuli, mettendo a rischio l’esposizione di Banco Santander che a sua volta andrebbe a condizionare la City londinese.

Quali dunque le prospettive? È sintomatico che un Paese in via di sviluppo debba prima o poi smettere di crescere ai ritmi cui il Dragone ci ha abituato. Questa transizione del sistema economico cinese che punta ad incrementare il consumo interno ha provocato al tempo corrente una flessione della crescita, perché il calo degli investimenti statali non è accompagnato da una crescita dei consumi equivalente. I mercati asiatici, tuttavia, hanno reagito positivamente rispetto agli annunci di riforme economiche previste dal governo di Pechino. A dimostrazione, ancora una volta, di come la politica e il condizionamento mediatico possano sortire effetti taumaturgici o presagire nefaste conseguenze su una variabile volatile come la finanza. L’economia, al contrario di quello che si vuole far credere, non è una scienza esatta. È esattamente adattata da chi la professa, e i risultati si son visti. Gli Stati Uniti hanno indubbiamente paura di una Cina forte, ed è inevitabile che si colga qualunque pretesto, anche la trasparenza istituzionale, per screditare il diretto avversario che, anche a questi ritmi, si prepara a mettere la freccia.