C’è un “convitato di pietra” che osserva silente l’evolversi della situazione in Medio Oriente, sapendo di poter rivestire un ruolo primario nei negoziati che possono scongiurare un’escalation globale del conflitto in Siria. In uno splendido editoriale uscito nella giornata di lunedì 15 febbraio su Il Giornale.it, il reporter di guerra Gian Micalessin, vera eccellenza del giornalismo nazionale in un panorama di desolante faziosità e asservimento a logiche stantie e superate, analizza con assoluta lucidità e trasparenza la situazione siriana alla luce delle continue provocazioni avanzate da Turchia e Arabia Saudita circa la possibilità di un intervento con truppe di terra “per contrastare lo Stato Islamico”.Un intervento che, come brillantemente spiega Micalessin, non ha nulla a che vedere con la guerra all’Isis, ma piuttosto con la necessità di fermare l’avanzata dell’esercito governativo siriano nei territori occupati dalle varie milizie jihadiste. Un’avanzata che, situandosi a pochi chilometri da Raqqa, vera capitale logistica dell’Isis in Siria, è stata favorita dalle incursioni dell’aviazione russa, che ora mettono a dura prova la sopravvivenza del fronte unico della jihad. Fronte erroneamente presentato dalla stampa occidentale come un frastagliato, ma che è tale soltanto relativamente al numero delle sigle coinvolte ma non certo nell’obiettivo. Che è ed è sempre stato uno solo: l’eliminazione di Bashar Al Assad e la sostituzione della “democratura” siriana con un principato wahhabita-salafita allineato politicamente ai Paesi del Golfo.

Ma i deboli accordi di Monaco dei giorni scorsi hanno scatenato il nervosismo all’interno del fronte anti Assad, che si è trovato suo malgrado a uscire allo scoperto, presentando un’ipotesi di intervento di terra che non è però più credibile come operazione “super partes”. Le prove fornite a suo tempo dall’aviazione russa sul traffico di petrolio attraverso il confine siriano con la Turchia di Erdogan hanno del resto lasciato un segno forte nell’opinione pubblica occidentale, che oggi si mostra meno incline ad accettare un intervento in Siria degli storici alleati turchi e sauditi. E’ questa la ragione per cui non stupiscono le parole della responsabile per la politica estera dell’Ue, Federica Mogherini, che ha  affermato che i convogli umanitari che arriveranno a Damasco saranno gestiti “in accordo con il regime di Assad”. Nonostante le recriminazioni di John Kerry infatti, Stati Uniti e Unione Europea sembrano in difficoltà a sostenere come fatto in passato le posizioni della Turchia e dell’Arabia Saudita. C’è infatti piena consapevolezza che un avallo da parte americana e occidentale a un intervento di questi Paesi in Siria potrebbe essere il fattore deflagrante di un conflitto globale. Ecco perché Washington, nonostante le ripetute minacce a Mosca, deve muoversi con maggiore cautela rispetto al passato. Il rafforzamento della posizione di Assad non è un fattore secondario.

E’ qui che entra in gioco il fattore che non è ancora stato considerato pienamente nelle analisi fatte sul conflitto mediorientale, il “convitato di pietra” per l’appunto, che ha un peso non indifferente sulle trattative diplomatiche sulla Siria. Si tratta della Repubblica Popolare Cinese. Il Ministero degli Esteri cinese ha più volte manifestato il proprio interesse nel proseguimento dei negoziati ed è questa una notizia che non può stupire visti i corposi investimenti fatti in passato dai cinesi in Siria. Più volte nel corso dei mesi un intervento militare cinese in Siria a fianco dell’aviazione russa e delle truppe iraniane è stato annunciato da fonti non ufficiali e poi prontamente smentito.  La fonte più autorevole ad ipotizzarlo è stata recentemente il Washington Times. Tuttavia questo segnerebbe una notevole contraddizione rispetto alla dottrina militare cinese attualmente in vigore, che prevede la non interferenza in operazioni altre rispetto alla difesa dei propri confini. La Cina si muove invece moltissimo sullo scacchiere mediorientale nell’ambito della diplomazia economica.

Lo scorso 19 gennaio infatti si è tenuto a Riyadh un incontro tra il presidente cinese Xi Jinping e il segretario generale del Consiglio di Cooperazione del Golfo, il saudita Abdul Latif Bin Rashid Al Zayani. Oggetto della riunione il riavvio dei negoziati per la costituzione di un’area di libero scambio tra la Cina e i Paesi membri del Consiglio: Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi, Kuwait, Bahrain e Oman. Un’area che, in seguito al raggiungimento dell’accordo sul Trattato Transpacifico di libero scambio da parte statunitense assume un valore fondamentale per la Cina, che ha oggi più che mai bisogno di incrementare la propria apertura verso i mercati esteri per contrastare il rallentamento della propria crescita economica. Ma quello cinese è anche un mercato importantissimo per gli stessi Paesi del Golfo. Ecco perché, qualora la situazione siriana dovesse aggravarsi, il ruolo e l’influenza del dragone cinese nei confronti di tutti gli attori coinvolti, sia sul fronte russo-iraniano che su quello arabo, potrebbe avere un peso specifico nel tentativo di evitare una rottura che sarebbe drammatica e con conseguenze difficilmente prevedibili.