Ieri il governo cinese si è lamentato per l’ennesima volta delle dimostrazioni di forza dei paesi extra-orientali nelle zone bagnate dal Mar Cinese del Sud. Questo continuo immischiarsi prepotentemente nelle faccende e nelle trattative che dovrebbero essere prerogativa dei paesi del levante – dice in un comunicato stampa un funzionario di Pechino – è la causa principale delle tensioni che ormai da anni stanno minando la serenità della zona. Che nome si celi dietro quella categoria di ‘paesi extra-orientali’ è facilmente immaginabile. E’ da tempo infatti che il Mar Cinese del Sud è nelle mire degli Stati Uniti. Con l’Ucraina non è andata bene, in Medio-Oriente men che meno, ed ecco allora che gli U.S. hanno cambiato rotta, nell’ingombrante tentativo di guadagnare più e più influenza nelle acque a sud della Cina. Da tempo gli americani si trovano in quelle acque, e da altrettanto tempo è confermata la presenza di truppe in alcune delle piccole isole soggetto di contesa. Già a marzo di quest’anno Pechino lamentava: “Gli Stati Uniti, da un mese a questa parte, hanno aumentato notevolmente la frequenza di ‘pattuglie’ della flotta americana nel Mar Cinese, accompagnate spesso dai jet della difesa aerea.” Come un fastidioso e scontato spettacolo di teatro, il copione è sempre lo stesso: arriva la bandiera a stelle e striscie in territorio straniero, l’obiettivo da raggiungere è ben chiaro, e lo si persegue con sgherri dai colletti bianchi che, mano mano, decidono quale parte in gioco appoggiare e foraggiare; tutto per raggiungere gli obiettivi prefissati. La verità è che gli schizofrenici Stati Uniti sentono con non poca preoccupazione la vicinanza alla probabile superpotenza del futuro. Gli americani temono la Cina e la sua sempre crescente capacità militare e per tenere d’occhio le sue mosse hanno cercato di approfittare dell’appoggio degli altri paesi che si affacciano sul Mar Cinese del sud, come Filippine, Malaysia, Vietnam e Taiwan.

Non c’è nulla di nuovo nelle lamentele di Pechino, perché da anni giungono fino a noi cadenzate dalla ritmicità delle intromissioni americane. L’elemento di novità giace nel fatto che nelle prossime settimane alle Nazioni Unite si voterà per decretare il risultato finale del contenzioso tra Cina e Filippine – iniziato da Manila ormai 3 anni addietro, nel gennaio del 2013 – voto che deciderà quali territori dovranno essere, effettivamente e di diritto, sotto l’influenza cinese, e quali invece cadranno sotto il controllo delle Filippine. Ma la Cina, sempre attraverso le parole di un suo funzionario di governo, ieri ha tenuto a sottolineare ancora una volta che non rinuncerà a nessuno dei territori in disputa; troppo importanti, perché bagnati da acque sulle cui onde transitano annualmente miliardi di dollari provenienti dal commercio.

Questo martedì il governo cinese ha fatto sapere che non accetterà il verdetto delle Nazioni Unite, qualunque esso sia, a meno che non onori tutte le richieste di Pechino. Yang Yujun, il portavoce del Ministero della Difesa cinese, ha detto durante un incontro che “la Cina non accetterà né tanto meno riconoscerà qualsivoglia decisione delle U.N., non importa cosa la Corte deciderà.” D’altronde appena iniziato il 2016 c’era già stato un duro botta e risposta tra Cina e America, che lamentava l’invio da parte di Pechino di 10 Jet militari e di due batterie di missili terra-aria HQ9 in alcune delle Isole Woody. Già allora, la portavoce del Ministro degli Esteri cinese, la ferrea Hua Chunying, aveva provato a far notare agli americani che “non c’è alcuna differenza tra lo schieramento di armamenti militari da parte della Cina, che non hanno nessuno scopo se non quello della difesa del paese, e l’installazione di sistemi di difesa bellici da parte degli Stati Uniti nelle Hawaii.” L’unica richiesta della Cina fin dall’inizio della disputa sulle isole che galleggiano sul Mar Cinese del Sud era chiara: lasciate che i paesi del levante contrattino direttamente tra loro, senza intermediari. Come di consueto questo non è stato possibile. A questo punto bisognerà aspettare il voto decisivo delle Nazioni Unite e vedere se si dimostrerà essere di aiuto, o di intralcio, per la distensione delle tensioni nelle acque orientali.