Giorno dopo giorno, si aggravano le precarie condizioni in cui versa il Venezuela. La Repubblica Bolivariana ha visto nelle ultime ore precipitare la situazione interna e assistito alla definitiva rottura tra il presidente Maduro e la costellazione di forze politiche ed economiche schieratesi in opposizione al sistema di potere attualmente vigente nel paese. A partire dalla sconfitta alle elezioni legislative di dicembre che hanno visto la prima disfatta del Partito Socialista Unito Venezuelano fondato da Hugo Chavez, il clima all’interno del paese si è fatto sempre più pesante e, mentre la stagnazione dei prezzi del petrolio acuiva gli effetti della grave depressione economica, ha preso forma una sempre maggiore conflittualità sociale e si è definitivamente palesata l’incapacità di Maduro di tenere le redini del processo progressista bolivariano. Al presidente vanno infatti imputate grandi responsabilità per la deriva a cui il Venezuela sta andando incontro negli ultimi mesi, dato che proprio su di lui ricadevano le speranze dei fautori di un rilancio dell’azione di governo, della riforma del sistema economico e della tutela degli istituti sociali introdotti durante il quindicennio di presidenza del Comandante, obiettivi che Maduro non è stato in grado di individuare e men che meno di centrare, accelerando l’avanzata delle forze favorevoli a un cambiamento di regime.

Nonostante mesi fa Maduro abbia individuato chiaramente tre delle principali cause delle sofferenze del Venezuela, ovverosia l’incapacità di imprimere un cambio di direzione all’azione governativa, la guerra economica condotta contro la Repubblica Bolivariana da agenti interni ed esterni al paese e il boicottaggio sistematico della nazione ad opera della diplomazia di Washington, all’inquilino di Miraflores vanno imputate pesanti responsabilità per le modalità di gestione delle numerose crisi che si è trovato volta per volta a dover gestire. La pressante situazione internazionale è stata utilizzata in numerose occasioni da Maduro come pretesto per giustificare la sua inerzia, ma a lungo andare gli alibi sono caduti e oggigiorno il Venezuela presenta una realtà a dir poco penosa e si trova dinnanzi alla possibilità di un’autentica catastrofe: in tre anni rischia di crollare tutto il sistema faticosamente costruito da Hugo Chavez, la cui crescita si è interrotta dopo la morte prematura del Comandante. Il tracollo di uno dei piani di progresso sociale meglio programmati e congegnati che la storia recente ricordi e la dissoluzione del sogno di equità e ridistribuzione coltivato in maniera concreta dal chavismo sono ipotesi concrete, corroborate dal continuo sommarsi di sempre nuovi focolai di infezione per l’incancrenito organismo venezuelano: la corruzione sta assumendo dimensioni spaventose, il partito chavista un tempo tanto attivo è oggigiorno inerte, incapace di porre un freno istituzionale e dialettico alla marea montante delle proteste che ogni giorno mettono a subbuglio le principali città del paese e il governo manca di una leadership concreta, vede i suoi consensi assottigliarsi giorno dopo giorno e riesce a far sentire la sua voce solo attraverso l’emissione di decreti d’emergenza.

La più attuale delle crisi si è consumata a partire dal 10 maggio e ha tratto origine dal grande dibattito apertosi sulla proposta delle opposizioni, guidate dalla coalizione Mesa de la Unidad Democrática (MUD), di indire un referendum sulla revoca del mandato a Maduro, possibilità accordata al popolo venezuelano dalla Costituzione redatta durante la prima presidenza di Chavez e accordabile solo dopo il raggiungimento di un elevato numero di firme. La procedura con cui la MUD ha organizzato la mobilitazione dei suoi aderenti e del suo elettorato per poter raggiungere la fatidica soglia di due milioni di firme e ottenere il via libera al referendum è stata decisamente ombrosa, dato che non è stata fornita alcuna garanzia riguardante la validità dei nominativi e l’identificazione di molti dei soggetti firmatari. Le perplessità sollevate dal Collegio Superiore Elettorale hanno trovato eco nelle parole del vice presidente Aristobulo Istruiz, il quale ha dichiarato un’ipotesi assolutamente irrealistica la possibilità di un referendum su Maduro, scatenando con le sue parole la MUD e le altre opposizioni contro il governo, ritrovatosi nell’occhio del ciclone e costretto ad affrontare proteste di piazza sempre più veementi. Tra le cause che hanno spinto l’esecutivo a prorogare lo stato di emergenza permanente in vigore nel paese sono da segnalare le reiterate, gravissime ingerenze di elementi appartenenti a gruppi armati paramilitari nei vari eventi organizzati dal fronte anti Maduro. Tali formazioni hanno già combattuto mesi fa una durissima guerriglia di strada contro le forze di sicurezza governative, dando vita a tumulti che hanno causato decine di vittime. In tal senso, il ritorno in scena di personaggi ambigui come quel Leopoldo Lopez già condannato a pene detentive per il suo sistematico ricorso a tali gruppi per operare una pressione armata politicizzata giustifica almeno in parte il ricorso a misure protettive, dato che se da un lato appare chiaro da tempo come il Venezuela sia interessato da un progetto di destabilizzazione sistematica, Maduro sbaglia nel farsi prendere da eccessiva foga nei suoi proclami in cui indirizza violenti strali contro gli oppositori. Prestandosi troppo spesso a generalizzazioni, il presidente tende a identificare nei teppisti l’intera pletora dei suoi avversari politici, tagliando i ponti verso un dialogo costruttivo e contribuendo ad alzare il livello di tensione, errore gravissimo e dalle conseguenze potenzialmente imperdonabili.

Pericolante sull’orlo del baratro, il Venezuela ha visto le sue tribolazioni economiche sfruttate come ariete di sfondamento per accentuare la crisi interna e infliggere danni irreparabili alla struttura ideata dal governo chavista. Le responsabilità di Maduro, l’epigono di Chavez che si è rivelato troppo intimorito dalla grandezza della sua opera per saperla continuare, sono da confrontare con quelle degli ambigui personaggi che cinicamente hanno marciato sulle sofferenze di una nazione e sull’avvilimento del suo popolo, ovverosia i membri di gruppi di interesse politico-economico, gli alleati dell’alta finanza internazionale e i fautori del ritorno del Venezuela nello schieramento fedele ai dogmi del neoliberismo economico e dell’occidentalismo politico, i cui volti più noti sono i leader delle opposizioni, tra cui spiccano il già citato Lopez e Henrique Caprilles, candidato perdente delle ultime due elezioni presidenziali. Questi personaggi, incensati sui media nostrani come “oppositori democratici” vittime di un regime autoritario, hanno dimostrato un cinismo impressionante, essendo disposti a sacrificare la stabilità del Venezuela, la stabilità sociale del suo popolo e le prospettive di milioni di suoi cittadini sull’altare della loro spregiudicata rincorsa al potere. Sanno forse le centinaia di migliaia di persone che alzano la voce invocando un cambiamento che quanto gli si prospetta davanti potrebbe non rappresentare altro che un ritorno al passato, ai tempi bui del sistema oligarchico del “puntofijismo”? Sanno che la carenza di generi di prima necessità e il galoppare dell’inflazione che giorno dopo giorno devastano le loro speranze di sicurezza economica sono conseguenze dirette non solo dei pur macroscopici errori di Maduro ma anche di una guerra economica condotta da una ristretta cricca contro milioni di inconsapevoli cittadini? Essi sono per la stragrande maggioranza all’oscuro delle reali dimensioni del problema, così come ignorano le continue ingerenze internazionali e le pressioni per isolare un paese che in passato ha ispirato popoli e leader e ora vive una sfida decisiva per la sua stessa sopravvivenza.

Il clima che si respira nel paese ricorda inquietantemente quello che avvolgeva il Cile di Allende nei mesi che precedettero il golpe militare di Pinochet dell’11 settembre 1973. La conflittualità regna su ogni piano, e le formazioni contrapposte affilano le proprie armi, cercando di sorprendere gli avversari colpendoli dalle vie più traverse. Il recente invito di Maduro all’occupazione delle fabbriche degli industriali che hanno deciso motu proprio di cessare l’attività dei propri stabilimenti, ritenuti complici della guerra economica, equivale a una chiamata a raccolta dei suoi sostenitori, in preparazione delle difficili giornate che verranno, e l’azione risponde alla necessità di tastarne il polso e l’abilità operativa. Il governo teme che elementi deviati delle forze armate possano entrare in gamba tesa nel dibattito politico operando un colpo di Stato, e nel documento di proroga dello stato d’emergenza che dovrà essere ora analizzato dal Parlamento sono indicate chiare istruzioni sulle modalità di prevenzione di un’insurrezione armata da parte di componenti esasperati dell’esercito. Da un momento all’altro, un qualsiasi incidente potrebbe portare in emersione il magma ribollente sotto la superfice e incendiare il paese. Tirano venti di guerra civile, ipotesi che rappresenterebbe probabilmente la pietra tombale sull’esistenza del Venezuela come paese autonomo e indipendente.

Mesi fa, su “L’Intellettuale Dissidente” avevamo scritto che l’unica opzione valida affinché Maduro potesse dimostrarsi meritevole di una permanenza al potere duratura sarebbe stata la riforma radicale (ma non integrale) del sistema e un ritorno in carreggiata della Rivoluzione Bolivariana. Tutto ciò non si è verificato, e oggigiorno è impossibile pronosticare gli sviluppi futuri della situazione interna del paese, tanto abituato in passato a veder sviluppati piani pluriennali di ampio respiro e a contare su una salda, sicura, carismatica leadership quanto oggi condannato a procedere a tentoni, incapace di ritrovare la sua rotta nel mare magnum dell’incompetenza, della conflittualità e del tradimento. Sono bastati tre anni a mettere in discussione i risultati della lotta condotta da Chavez in quindici anni di impetuosi cambiamenti; potrebbero bastare pochi mesi per arginare la crisi, se solo fosse possibile un qualsivoglia tipo di dialogo tra governo e opposizione su temi concreti come la riforma del sistema economico, la lotta alla corruzione e il bilanciamento degli interessi pubblici e dei voleri dei gruppi industriali privati. Ma la sensazione è che oramai si sia andati troppo oltre, dato che i livelli di astio reciproco raggiunti negli ultimi giorni non lasciano presagire nulla di buono. La dimensione della crisi travalica quella delle difficoltà riscontrate a livello regionale dal socialismo del XXI secolo nell’ultimo triennio: essa sta assumendo le proporzioni della catastrofe umana ed umanitaria, destinata ad aggravarsi irrimediabilmente se il popolo venezuelano non troverà una volta di più la forza di risollevarsi e riprendere in mano il proprio destino.