Quasi al confine con la Francia, nel nord della Catalogna, stritolata tra le due culture dominanti dell’area, quella francese a nord e quella castigliana ad ovest e sud, sorge Girona, città che nel corso dei secoli si è trasformata in quella che per molti è diventata la capitale morale se non il vero focolaio dell’indipendentismo catalano. È nel cuore dell’indipendentismo catalano, della cultura catalana e soprattutto della contrarietà alla cultura castigliana che nasce il fenomeno di Carles Puigdemont, sindaco della città di Girona, politico e prima ancora giornalista, da poche ore nuovo presidente della Catalogna. Mancavano infatti soltanto due ore alla scelta forzata delle elezioni anticipate della Comunità catalana, quando, con un colpo a sorpresa, Artur Mas ha deciso di fare il proverbiale passo indietro per permettere la nascita del nuovo governo, figlio di una coalizione che ha visto lo stesso Mas diventare l’ostacolo all’alleanza con la CUP, Candidatura d’Unitat Popular, e dunque alla formazione del governo della Generalitat catalana. Ora, dopo frenetiche discussioni e strappi politici che, forse, avranno ripercussioni anche nelle questioni nazionali, l’elezione di Puigdemont non solo sventa il pericolo delle elezioni anticipate, ma crea nuovamente i presupposti per il processo indipendentista di Barcellona dal Regno di Spagna. Carles Puigdemont infatti è un feroce separatista, non solo per la provenienza geografica, ma soprattutto per la sua opera continua e costante verso il secessionismo, prima come giornalista, poi come politico, sia come sindaco di Girona che come presidente dell’Associazione dei Municipi catalani per l’indipendenza. Un presidente che sin da subito ha chiarito il suo obiettivo: l’indipendenza da Madrid nel breve periodo, anche meno di due anni.

Nello stesso discorso di inizio mandato ha poi affermato di voler intraprendere un percorso costituente di quell’ideale Repubblica di Catalogna tanto sognata dal suo movimento, accordandosi con Spagna, Unione Europea e comunità internazionale. È così che nel contesto stagnante della politica nazionale di Madrid, con il governo ancora in dubbio e Podemos che lancia l’idea di una sinistra unita e referendaria (anche sotto il profilo indipendentista), la Spagna del 2016 si sveglia nuovamente con il problema della Catalogna: un problema che attualmente si pensava fosse quantomeno sedato almeno fino alla nascita del nuovo governo centrale e che invece rientra prepotentemente nelle politiche madrilene. Il governo centrale del resto ancora sostanzialmente non c’è, quindi Barcellona vive de facto in una situazione idilliache per gettare le basi del futuro assetto da guerra per la campagna indipendentista. Rajoy ha affermato che le velleità catalane si infrangeranno contro il muro dell’impossibilità, per costituzione, della secessione, ma è chiaro che in un contesto politico fortemente incerto e con un centrosinistra che sembra votato alla grande coalizione in stile portoghese ma fortemente diviso dall’alleanza con Podemos, una realtà come quella delle autonomie secessioniste rischia di essere un banco di prova fondamentale per il futuro della Spagna.

Mentre Puigdemont afferma le sue prossime mosse per l’indipendenza della Catalogna, progettando da subito un’Agenzia per il fisco e una per la sicurezza sociale, dall’altro lato attualmente l’unico interlocutore resta il Re di Spagna, che dalla Zarzuela osserva con rammarico e anche con fermezza l’evolversi del quadro politico prima catalano e quindi spagnolo. Perché nel momento in cui la Catalogna rinnova il progetto autonomista e Podemos continua a sostenere la via referendaria per i secessionismi di tutta la penisola iberica, è chiaro che il problema della secessione catalana diventa nazionale non solo per la separazione dallo Stato centrale, m anche per il futuro assetto politico post-elettorale. Infatti, una forte spinta secessionista con Podemos alleata, porterebbe inevitabilmente il PSOE a ripensare alla Grande Coalizione in stile Germania, piuttosto che alla coalizione di minoranza in stile portoghese. La Spagna resisterà?