Le strade di Valencia hanno le indicazioni in valenzano e in castigliano e le bandiere della Comunidad sventolano enormi nei Palazzi e nei monumenti più significativi della città, ma con esse sventolano anche le bandiere dello Stato, e nessuno le considera una minaccia. La gente è fiera della propria identità, la tutela, la protegge e la consolida, ma nel rispetto di una convivenza secolare con l’intera nazione. Si può rimanere incuriositi nel vedere che in un aeroporto internazionale le scritte siano in valenzano, in castigliano e in inglese, e si può cadere nell’errore del “catalanismo”, cioè di considerare ogni parte della Spagna che difende la propria identità come foriera di desideri di secessioni e di distruzione dello Stato oppressore. Facciamo attenzione. Qual è l’errore più grande che si può commettere approcciandosi a un problema? Generalizzare. Probabilmente il rischio di questo vento secessionista catalano è in fondo questo: il credere che la Spagna sia un focolaio di indipendentismi sopiti o repressi da un Leviatano nazionale che la gente non riconosce più come rappresentante delle proprie aspirazioni. La generalizzazione (e dunque la banalizzazione) di un sentimento identitario legittimo che si converte in un effetto domino che conduce a credere che tutta la Spagna sia composta da Catalogne desiderose di indipendenza.

Ed è così che per i sostenitori del regionalismo e di chi si pone il problema della criticità dell’idea di Stato nazionale nel XXI secolo, il progetto secessionista di Barcellona rappresenta un assist incredibile per riaccendere i sentimenti e scervellarsi in teorie geopolitiche dai contorni poco nitidi e sicuramente poco verosimili. Ed in questo fiume in piena di pulsioni autonomiste, slanci romantici e forme di esaltazione collettiva, spuntano fuori i fautori dell’indipendentismo galiziano, dell’indipendentismo valenziano, addirittura di quello andaluso… per finire in coloro che credono nelle Baleari indipendenti. Ma è davvero così? Attenzione a considerare i sogni di una minoranza come gli unici sogni legittimi e legittimi rappresentanti di un popolo. La Spagna è forse uno degli esempi più validi di come le identità nazionale sia stato un percorso a tappe che ha trovato un terreno fertile: e sbagliano i pasdaran secessionisti a considerare la Spagna un prodotto politico: per gli spagnoli, e per la maggioranza degli spagnoli, non è la Stato ad aver prodotto la Spagna, ma la Spagna ad aver prodotto lo stato nazionale come inevitabile frutto di un’unificazione fatta di tradizioni e culture che si sono nidificate nello stesso territorio e che ormai da secoli condividono un loro apparato comune seppur nelle differenze. E se la Catalogna, almeno una sua parte, reclama a gran voce l’indipendenza, c’è una Spagna identitaria che per questa indipendenza non la chiede: vuoi per spirito nazionalista, vuoi per mancanza di idee, vuoi anche per semplice calcolo economico.

Perché se l’idea dei nuovi regionalisti è quella di pensare che la Spagna sia una costruzione (e una costrizione) storica e politica ormai priva di fondamento, allora non si spiega perché nessuno abbia colto l’assist catalano per chiedere l’indipendenza. La risposta è semplice: le identità regionali convivono da sempre. E mentre l’attenzione si volge su coloro che chiedono l’indipendenza, basta alzare lo sguardo ai livelli più alti per capire che nella disgregazione degli Stati nazionali c’è il profitto di chi lo Stato lo vede come un ostacolo. Guardate le immagini di Barcellona: guardate le bandiere che sventolano insieme a quella stella della Catalogna indipendente. C’è un’alta bandiera stellata che sventola con loro: è quella dell’Unione Europea, quell’Europa in cui tutti i secessionisti 2.0 aspirano ad entrate e che li accoglierebbe a braccia aperte, perché fautori dell’indebolimento dell’unico organismo, la Nazione, che può fronteggiare lo strapotere sussidiario dell’Unione di Bruxelles e Francoforte. Perché l’Impero ama le province: non gli Stati.