Il nuovo anno si è aperto da poco e già foschi segnali, eppure chiari indizi di ciò che ci riserva, si manifestano apertamente. Tre eventi in particolare, diversi fra loro, fungono quasi da cartina tornasole della situazione globale:  l’esecuzione dell’imam sciita, il tonfo della borsa di Shangai e il test atomico nordcoreano. L’instabile e imperfetto ordine unipolare infatti si sta decomponendo a una velocità maggiore del previsto, come se il caos geopolitico innescato dalla crisi del 2008 e amplificatosi durante le Primavere arabe viaggi ormai a grandi sbalzi; sempre più incontrollabile e imprevedibile negli sviluppi. Questi tre singoli avvenimenti sono infatti sintomatici dei tre principali campi della guerra in corso per il predominio: quello politico, finanziario e bellico. Il primo manifesta tutta la volontà di una potenza regionale di forzare  il livello dello scontro confessionale (sotto la confortevole copertura delle istituzioni internazionali); il secondo rappresenta l’ennesimo segnale dell’instabilità finanziaria che avvolge tutti i maggiori Mercati, che nessuno però vuole mettere in discussione o riformare; il terzo è la classica provocazione di uno Stato che non ha nulla da perdere e che, in un ambiguo contesto, gioca una partita a sé.    

Questo conflitto mondiale policentrico vede coinvolti pochi attori globali (USA, Russia e Cina) e numerosi regionali (Arabia Saudita e Iran in primis, Turchia, ecc.) in lotta tra loro con motivazioni e obiettivi opposti. Un lotta che naturalmente si radicalizza con il passare del tempo – il tempo è pur sempre denaro! – e che è entrata in una fase di acuto logoramento. Una situazione analoga a quella delle trincee del 1914-18, in cui tutti i contendenti soffrirono duramente per le condizioni della lotta, eppure nessun compromesso fu possibile dal momento che rimasero sempre convinti di poter assestare la “spallata finale” al nemico. I principali fronti più caldi e attualmente “congelati” sono: la crisi nel Donbass (indispensabile per le sanzioni), la guerra in Siria e Iraq (il cui esito è stato stravolto dall’intervento di Mosca), lo stallo yemenita, le tensioni nel Mar Giallo, il TTIP. 

Il 2016 si presenta quindi come anno “risolutivo”: il bassissimo prezzo del petrolio costringerà alla resa prima la Russia di Putin o affonderà la “pace sociale” saudita?; costringerà Washington a rinunciare al fracking o, azzerando l’inflazione, vanificherà tutto il quantitave easing della BCE? In verità probabilmente nessuno dei contendenti getterà la spugna mentre, anzi, si intensificheranno le provocazioni e i gesti sconsiderati degli “alleati del momento”. In una sfida di logoramento occorre mantenere i nervi saldi e ponderare attentamente ogni passo. Come negli scacchi ogni mossa avventata può rivelarsi fatale. La Russia fin qui si è mossa con estrema circospezione, l’America avrà un anno attendista in attesa del nuovo presidente, la Cina procede sottotraccia costruendo gasdotti e varando navi. Il logoramento è una tecnica lunga e faticosa, che implica un’attenta analisi dell’avversario e un’estrema lungimiranza strategica e diplomatica. Unica grande assente è come al solito l’Europa. Lo stallo (apparente) sui vari fronti l’ha erroneamente indotta a credere che nell’incertezza globale, sia logico attendere gli sviluppi degli eventi. Nulla di più sbagliato: l’immobilismo è letale e nasconde l’assoluta fallimento di una classe politica scadente che non si è mai rinnovata. Così continuiamo a pagare per delle sanzioni che ci hanno imposto; subiamo la pressione dei “migranti” regolata ad hoc dalla Turchia; abdichiamo perfino a controllare le frontiere e il caos provocato nei Paesi vicini, finché le cose non ci deflagrano dentro casa. Così, mentre attendiamo che il 2016 porti magicamente delle soluzioni e le grandi potenze si controllano l’una con l’altra, gli attori regionali progettano pericolosissimi colpi di mano per forzare la mano e uscire da uno stallo che non possono più permettersi.